In fila per due

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In attesa di un’amica, sul marciapiede, accanto a una classe di scuola materna. Le maestre cercano di creare una ordinata fila per due, operazione semplice come tenere i capelli in uno chignon perfetto: i ciuffi scappano da tutte le parti. Sul cominciare della fila ci sono loro, una femmina e un maschio. lei tiene stretta la mano di lui, avvolta in un guanto di supereroi. Le giacchette imbottite li fanno più grandi di quel che sono. Giocano a fare il fumo col fiato caldo e l’aria freddissima di una mattina di dicembre.

“Pietro, oggi vieni a casa mia?”

“No. Vado Tommaso a giocare che suo fratello va alle medie e ci fa usare la paistascion”

“La mia mamma ha comprato il succo di ace e fa la torta di cioccolato più buona del mondo e io l’ho preparata insieme a lei. Vieni a fare merenda?”

“No. Vado al macdonald che il fratello di Tommaso ci compra le patatine grandissime”

“Sai che ho un micetto piccolo bellissimissimo e tenerissimo? Vuoi vederlo?”

“No. Il fratello di Tommaso ha un cane grandissimo che fa delle cacche enormi”

“Pietro! La maestra ha detto che dobbiamo stare per mano! Che fai?”

“Mi gratta la testa. La mamma dice che forse ho i pidocchi”

Una nuvoletta di fiato bianco davanti alla bocca della bambina. Il primo sospiro di rassegnazione.

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Papà

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Era alto, credo. Ora lo è poco più di me. Curvo, la schiena a disegnare una collina, dove prima era montagna. I capelli di un bianco candido, come se ci avesse nevicato da poco. Gli occhiali dalla montatura leggera, unico elemento di modernità, a ingigantire occhi marroni buoni. Una pioggia di rughe profonde intorno alla bocca sottile, forse eredità di tante risate. Vestiti ordinati e stirati, tra il marrone e il beige. Scarpe lucide dalla punta consunta. Scarpe che hanno camminato tanto. Si muove lentamente, con una grazia inusuale in un uomo. Le mani sono ancora belle. Tremano appena, come foglie smosse da una folata improvvisa di vento, mentre prende le banconote dal portafoglio e le ordina sopra il bollettino. Siamo in posta, in coda.
Io, senza più pudore, osservo quest’uomo e penso a te, papà. Guardo e immagino, ammiro e indago. Cerco indizi di quel che sarebbe potuto essere. Tu che per me non sei stato mai anziano, ora che il tempo dell’assenza occupa più spazio di quello della presenza. Ora che sono più le volte in cui non ci sei stato di quelle in cui eri accanto a me. Ora che il tempo ha tenuto fede alla sua promessa di oblio, ora che ho voglia di raccontarti, ti scrivo per non smettere di ricordarti. Ora che mi fanno compagnia le parole che scelgo, le immagini che affiorano. Tu che leggi sulla poltrona in sala, in un’estate caldissima. Seduto fianco a me in macchina, nella mia prima volta alla guida una domenica mattina. Le partite di pallacanestro, io annoiata e tu esaltato per la squadra del cuore. Nel corridoio di un ospedale a raccontarsi cose sciocche, in un tempo sospeso e stranamente immobile.
È ancora dicembre, papà, oggi come allora. Io continuo a ricordare, non smetto di raccontare.
Come allora, come sempre,
la tua
Barbara

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Verso l’infinito e oltre

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“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”

Il TUO PROFILO INSTAGRAM È MOLTO INTERESSANTE SELFIE IN CASA SELFIE AL MARE SELFIE AL RISTORANTE

“Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo”
GUARDA GUARDA GUARDA IL CA**O CHE ME NE FREGA
ASPETTA CHE TI MOSTRO IL CA**O CHE MENE FREGA

“Ove per poco il cor non si spaura. e come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito  silenzio a questa voce
vo comparando”

È TUTTO MOLTO INTERESSANTE TUTTO MOLTO INTERESSANTE FACCIO COSE VEDO GENTE SEMBRA MOLTO DIVERTENTE
TUTTO BENE FINO A QUANDO TU MI DICI ANDIAMO A COMANDARE

“e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità  s’annega il pensier mio”

PER FARTI FELICE HO PREPARATO UNA SORPRESA CON LA BOMBOLETTA HO SCRITTO SULLA LUNA PIENA ASPETTA CHE TI MOSTRO IL CA**O CHE ME NE FREGA
“E il naufragar m’è dolce in questo mare”

Un pomeriggio di studio con la radio accesa. Rovazzi versus Leopardi. Una sola certezza: il figlio maggiore ha imparato a memoria la hit del momento. Una sola speranza: che passi in fretta.

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Sì o no

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“Mami, che disastro!”

“Piccola, che succede? Cosa mai può essere accaduto nell’ora e mezza di catechismo?”

“Una tragedia, te l’ho detto”

“Cosa amore mio? Devi di nuovo colorare quattro pagine di cielo della Galilea? Ci siamo dimenticate la consegna di qualcosa d’altro oltre Vangelo e croce? Dimmi, su”

“Ho alzato la mano”

“Come scusa?”

“Ho alzato la mano. La catechista stava chiedendo chi si voleva offrire volontario per il balletto e io ho alzato la mano. Ma io non voglio farlo!”

“Ma scusa, allora perché hai alzato la mano?”

“Perché dovevo andare in bagno, ovvio!”

“Capisco. E non bastava spiegarlo alla catechista?”

“No! Lei era tutta contenta, ha scritto i nostri nomi e poi dovevamo andare. Insomma, una tragedia”

“Magari non è così drammatico, potresti anche divertirti”

“Boh, forse dovrei provare…”

“Allora è un sì?”

“Sì, no. Che confusione che ho dentro. Diciamo che è un ni”

E niente, lo smarrimento referendario colpisce anche le bambine di otto anni.

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In cammino

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“Eccoti! Bentornata amore!”

“Ciao mami! Come è andato il tuo lavoro stamattina?”

“Molto bene, grazie. E il tuo?”

“Ma io non lavoro, mami!!”

“Certo che sì. È la scuola il tuo lavoro”

“Uh. Non ci avevo pensato. Allora sì, il mio lavoro è andato molto bene”

“Mi racconti qualcosa?”

“Sì, ma tu prima dimmi cosa si mangia”

“Pasta al pesto”

“Evviva! Posso mangiare davanti ai cartoni?”

“No”

“Uffa. I miei fratelli ci sono?”

“Non ancora”

“Olè! Allora faccio la figlia unica e tu sei tutta mia”

“Ma stai ballando la macarena?”

“Sì, l’ho imparata a scuola”

I cento metri a piedi dalla fermata dello scuolabus a casa sono il cammino più bello del mondo.

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Incontri ravvicinati

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Ha il grembiule a quadretti bianchi e azzurri della scuola materna che sbuca sotto la giacca, il cappello peruviano multicolore calato sugli occhi, gli stivali da pioggia come se dovesse dragare un fiume. Ha la bocca sporca di sugo rosso ed è alto come lo sportello di un auto. Ed è proprio lo sportello della mia auto che picchietta lievemente ma incessantemente col suo piccolo ombrellino rosso di Saetta McQueen. Tuc, tuc, tuc. La madre, una giovane signora coi capelli scuri sopra e biondissimi sotto, se la racconta allegramente con una qualche amica al cellulare, davanti alla farmacia dove ho appena parcheggiato. Ignara che il suo erede si stia esercitando per diventare campione regionale di atti vandalici. Tiro giù il finestrino per non travolgere il piccolo vandalo con la portiera.

“Ciao, bambino. Puoi smettere di picchiettare l’ombrello sulla mia macchina per favore?”

“No. Tuc, tuc, tuc”

“Ehm…forse non hai capito. Ti ho detto che devi smettere. Così rovini la macchina”

“No. Tuc, tuc, tuc”

“Bambino, fallo sulla macchina di mamma”

“Maaaaaammmma!!!!!”

“E poi lui mi ha detto, cioè, che non se la sentiva di impegnarsi…che vuoi Filippo che la mamma sta parlando al telefono?”

“La signora mi sgridaaaa”

“Come? Cosa? Scusa Adele che ti richiamo dopo che ho problemi. Sì. Baci anche a Assunta. Ciao ciao ciao. Che succede?”

“Buongiorno signora, ho semplicemente chiesto a Filippo di finirla col prendere a ombrellate la mia macchina, ma non mi è stato granché a sentire”

“Tutto qui? Ah, e io chissà che mi immaginavo! Filì, sali in macchina che dobbiamo andare dalla zia che fa le unghie alla mamma”

È così dicendo si infila nel Suv, lascia salire davanti Filippo che mi guarda con un sorriso da un orecchio all’altro, senza ovviamente allacciargli la cintura. La pedagogista che abita in me valuta seriamente la possibilità di scendere e prendere a ombrellate il cofano della loro macchina, ma è meno veloce della signora, che parte decisa lasciando una scia di pneumatico sull’asfalto.

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Connessioni sicure

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Un sabato mattina finalmente di sole trascorso con una frizzante figlia mezzana nell’aula magna della scuola media. Genitori e ragazzi riuniti ad ascoltare pregi e difetti dei social network, vizi e virtù della rete, criticità e opportunità di una vita connessa. Questi incontri generano in me uno strisciante senso di inadeguatezza, un generale stato di fatica e l’inesorabile consapevolezza di essere vecchia pur avendo generato tre nativi digitali. Per i ragazzi un’occasione per conoscere un po’ meglio quella rete da cui tanto sono attratti, senza però ben comprendere la responsabilità che la accompagna. Per i genitori l’opportunità di aggiornare le proprie competenze pedagogiche in versione due punto zero. Eh già, perché non bastava il mondo reale a generare preoccupazioni e paure. Gli incontri, le brutte compagnie, le esperienze al limite. I genitori di oggi hanno l’onore e l’onere di presidiare anche un altro mondo, quello virtuale. E così, come non lasceresti entrare in casa uno sconosciuto, dovresti vigilare sulle amicizie virtuali dei tuoi figli. Così, come mai ti verrebbe in mente di lanciare da un aereo un milione di foto del tuo bambino, devi stare attento che non postino immagini troppo private o personali. Così, come non vorresti che tutti sapessero i fatti tuoi, devi controllare che whatsapp non diventi un gigantesco telefono senza fili.
Io, con una figlia aspirante youtuber, un figlio a un passo dalla dipendenza da Clash Royal e patito di Instagram, una piccola a cui è vietato ancora tutto ma non so per quanto, mi interrogo e tematizzo. Mi chiedo quale sia il giusto limite, perché non c’è educazione senza un limite. Io, che uso i social e fatico talvolta a comprenderne i meccanismi. Io, che mai potrò controllare, vagliare e verificare tutti gli accessi on line dei miei figli. Cosa che, onestamente, nemmeno ho voglia di fare. Il virtuale ha delle regole tanto quanto il reale, e forse l’unica via è insegnare il rispetto, di quelle regole. Nel liquido mondo della rete tanto quanto nella solida quotidianità. Perché educazione, rispetto, attenzione e garbo sono come il nero: vanno con tutto.

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Terapia di gruppo

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“Sono trentacinque euro e diciotto centesimi, signora”

“Come? Così tanto? Ci dev’essere un errore. Ho comprato poco o niente”

“Signora, controlliamo. È il salmone che costa, vede?”

“Ma io non ho comprato nessun salmon… oh ma che stordita! Mi scusi tantissimo eccolo qui. Che figura. Oggi non so dove ho la testa”

“Oh, ma si figuri! Pensi che io stamattina ho sbagliato strada per venire al lavoro. La stessa strada che faccio ogni mattina da sette anni”

“Io ho preso l’uscita sbagliata dell’autostrada e ho dovuto fare un giro che se andavo a piedi facevo prima”

“Io l’altra settimana ho lasciato l’arrosto in forno quattro ore. Alla fine sembrava estratto dalle rovine di Pompei”

“Io ho lasciato i figli fuori da scuola ad aspettarmi per quasi un’ora, mica ci pensavo che dovevo andare a prenderli”

“Io ho mandato la mail per il regalo di Natale alle maestre a tutti i colleghi del mio ufficio”

“Ah, se vi raccontassi cosa combino io su whatsapp..”

La coda alla cassa è un luogo di ritrovo, un momento terapeutico, un gruppo di auto mutuo aiuto.

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In rete

pag10-copia-e1428671945313C’è una rete per pescare, una per la pallavolo e una virtuale. C’è una rete per saltare d’estate, una per chiudere i capelli nello chignon, una per delimitare un giardino.
C’è una rete satellitare, una telefonica e quella del letto.
C’è una rete che protegge dalla grandine, una per le racchette da tennis, una wi-fi. C’è la rete idrica, elettrica e quella che sta intorno al canestro e quando la palla scivola dentro perfetta si chiama ciuffo.
Poi c’è ne è un’altra, fatta di fili che non si vedono. Di persone che si fanno fili, legati fra di loro e con te. È una rete che somiglia a quella tesa sotto il cammino incerto dell’equilibrista sul filo, pronta a prenderti evitando il peggio. Le reti amicali sono fatte di segni a volte impercettibili, maglie strette, intrecci insospettabili. Sono fatte di messaggi buffi la mattina presto, così che il giorno inizi con un sorriso. Sono fatte di cappuccini con la cannella e una bustina di dolcificante, perché non usi lo zucchero. Sono fatte di telefonate in viva voce in macchina mentre si va a lavorare, per raccontarsi le novità e ridere e piangere. Ci sono dei giorni in cui bisogna ringraziare che quella rete sia sempre lì, tesa sotto di te. Oggi è uno di quei giorni.

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Quiete

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La finestra socchiusa della piccola cucina, gocce di vapore su un lato del vetro, gocce di pioggia sull’altro. Una pentola poggiata sul fornello al centro, acceso. Rumori sommessi che sanno di buono. Il tavolo della colazione, del pranzo e dei compiti, delle confidenze e dei caffè. La tazza bianca, sbeccata sul manico. Un decoro in rilievo davanti, su cui passare le dita mentre si aspetta. Il bordo consumato, più visibile in un punto. Il tè caldo, troppo. Una mamma stanca dentro una felpa non sua, che scalda pancia e cuore. La quiete della sera, che si avvicina alla notte. Una bambina col pigiama da gatto e un grosso libro sulle ginocchia, che parla di dinosauri. La copertina non più rigida, alcune pagine staccate alcune perdute, dopo essere state sfogliate negli anni dal fratello maggiore prima e dalla sorella poi. Una ragazzina con due pollici veloci si scambia messaggi con le compagne di classe. Un ragazzino dalle dita agili mischia mazzi di carte, trova assi, indovina numeri, compie magie. Il rumore del pacco di biscotti aperto giunge dalla cucina, un suono secco e crepitante. Dei capelli lunghi fanno capolino. Il primo biscotto. Si accomoda con grazia mentre lo intinge nel tè della mamma. Un mazzo di carte appoggiato sul tavolo. Il secondo biscotto. Un sorriso metallico arriva per ultimo, attirato dall’andirivieni in cucina. Il terzo biscotto. In cerchio, tutti intorno a una tazza di tè una sera di novembre.
La serenità, a volte, profuma di bergamotto e macine.

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