L’unica cosa possibile 


Appoggiata alla portiera chiusa dell’auto, nel piazzale.Un sole che ha il sapore di estate, vacanze, musica e vestiti leggeri.

In piedi, con gli occhiali da sole e le braccia conserte, aspetto. 

Intorno a me macchine, alcuni genitori che parlano, altri in compagnia del cellulare. 

Il brusio che si fa vociare nel tempo del suono acuto di una campanella.

Sorrisi, risate, felpe legate in vita e braccia scoperte.

Saluti, energiche pacche sulle spalle, ci vediamo dopo giù al campo, si fanno due tiri. Ci sentiamo su WhatsApp, studio e poi esco. Dai che facciamo tardi, il pullman non ci aspetta.

Arriva anche lei, che svetta anche se ha smesso di essere la più alta. Arriva con un ondeggiare di capelli e le maniche corte, con una maglietta colorata per me sempre troppo corta che ci fa litigare.

Arriva e la osservo, nell’attimo prima che il suo sguardo trovi il mio.

Arriva e insieme alla consueta felicità di rivederla sento un brivido. Paura, preoccupazione, sollievo. Insieme. 

Mia figlia non è diversa dai ragazzini che ieri sera erano al concerto. 

Mi immagino l’euforia, la preparazione, le foto dei biglietti su instagram, magari le discussioni e le insistenze perché mamma ti prego, lei è bellissima bravissima e canta benissimo.

Mi immagino quei genitori fuori ad aspettare, che hanno voluto realizzare un sogno, appoggiati alle auto o presi dal cellulare. 

Mia figlia poteva essere una di quelle ragazzine, io potevo essere uno di quei genitori.

Arriva e io la stringo, nonostante il suo imbarazzo.

Arriva e la abbraccio, perché a volte è l’unico gesto possibile.

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Coscienza pulita

“Bella signora buongiorno!Servizio completo?”
“Buongiorno! Qualunque cosa voglia dire, mi piace. Servizio completo sia!”
“Bene, mi faccia un po’ vedere…ah. Signora mia, ma che è successo? Una devastazione, qui, ci vorrà del tempo”
“Tempo? Quanto tempo? Insomma, non può essere così grave la situazione, giusto?”
“Non è grave, signora. È peggio. Intanto guardi qui, cosa devo fare di tutta questa roba?”
“Ehm…le spostiamo un po’?”
“Signora ma qui ci sono un paio di scarpe”
“Sì lo so grazie, le tengo nell’eventualità di trovare del tempo per andare a camminare e…”
“Signora non voglio sapere perché, basta che le tolga”
“E questo? Patatine?”
“Sì, la merenda di mio figlio che poi deve giocare a basket”
“Qui ci sono delle tessere”
“Ah! Ecco dove era finita la tessera fedeltà! Peccato che ne abbia già rifatta un’altra”
“Vabbè dovremmo aver tolto tutto, vada pure di là ad aspettare. Ma…cosa ne facciamo di queste?”
Un paio di mutande lilla della piccola, ordinatamente appallottolate nel portacenere. Anche facendo uno sforzo di fantasia, non riesco a capire come ci siano arrivate e soprattutto quando.

L’autolavaggio è un’esperienza di profonda introspezione, per scavare nella propria coscienza sporca e nell’abitacolo di una macchina zozza.

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Paranormal activity

Può essere solo in una domenica mattina di sole splendente che ti ricordi di dovere stampare un documento importantissimo e ti accorgi di avere finito la cartuccia del nero.Se poi è anche la festa cittadina e tutte le strade sono chiuse diventa proprio una bella avventura raggiungere il più vicino ipermercato.

Ma quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e così sfidi il traffico, le deviazioni e l’intero corpo dei vigili urbani fino ad arrivare all’enorme centro commerciale, parcheggiare su un albero e districarti tra i millemila modelli di cartuccia pensando che forse sarebbe più semplice e meno impegnativo comprare una stampante nuova.

Ma sei una donna in gamba, anche di una certa età e esperienza e quindi trovi la tua cartuccia, ti affretti a pagare alla cassa e torni a casa fiera della tua impresa.

Neanche il tempo di di provvedere al cambio e aspettare di vedere uscire il tuo indispensabile documento, che qualcosa va storto. 

La malvagia stampante sputa beffarda solo fogli bianchi.

Maledici la tecnologia, le stampanti, le cartucce e i commessi di MediaWorld di tutto il nord Italia, finché un lampo di consapevolezza squarcia il buio della recriminazione: hai comprato la cartuccia del colore anziché quella del nero.

E allora invece che a prendere a testate lo schermo del pc prendi la macchina, ti ributti nel traffico, sui vigili e nel parcheggio, raggiungi la cartuccia -quella giusta- e trafelata arrivi alla cassa. 

Non sono passati trenta minuti dall’acquisto precedente.

La commessa ti guarda, poi ti osserva meglio ed esclama 

“Signora! Che sensazione di déjà vu! Ma lo sa che mi sembra di averla già vissuta, questa scena? Insomma io, lei, la cartuccia…l’ho sempre detto che in famiglia siamo un po’ sensitivi”
Cara commessa del MediaWorld, mi rammarica deluderla.

Ma non mi sembra il caso di scomodare il paranormale.

Siamo semplicemente di fronte a un normalissimo caso di storditaggine.

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Messaggio in bottiglia 

Lei gli scrive, e lo fa spesso. Sono frasi brevi, pensieri sparsi, la buonanotte, il buongiorno.

Sovente gli ricorda quanto lo ha amato e quanto lo ama ancora.

Sempre gli dice quanto senta la sua mancanza, ogni giorno che passa.

Ricorda momenti passati insieme, la complicità e l’amore che li legava.

Io non ho conosciuto lui né conosco lei, ma le sue parole mi compaiono sullo schermo del cellulare ogni giorno, tra un aforisma di Osho e la ricetta del semifreddo alla Nutella.

Lei è mia amica su Facebook, qualsiasi cosa voglia dire considerato che non ho mai visto la sua faccia né parlato con lei.

Non so nulla della sua storia, solo che ha amato e perduto. 

Lei scrive al suo compagno che non c’è più e lo fa con delicatezza, vulnerabilità e sincerità. 

Lo fa in un posto che è di tutti e quindi di nessuno, lanciando ogni sera il suo messaggio in bottiglia.

Un messaggio d’amore nel mare grande del web.

Perché il vuoto di un’assenza va riempito per non caderci dentro. 

Di parole, ricordi, malinconie, desideri, anche attraverso i pixel.

Perché il dolore ha un punto di fusione, e quando tutto si fa liquido diventa un grosso sasso lanciato in uno stagno e i cerchi concentrici i gradi di separazione tra noi e gli altri.

Lei scrive io non la conosco, ma riconosco l’amore.

E se la conoscessi le vorrei dire che deve essere stato davvero un amore grande, il loro. 

Che traspare da quelle poche parole, ogni sera. 

Che resiste e sopravvive, se riesco ad avvertirlo con tanta intensità attraverso lo schermo di un cellulare.

Questo le direi, se la conoscessi.

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News

Sintesi della periodica ricognizione sulle mode del momento, servizio di pubblica utilità per l’adulto che vuole stare sempre sul pezzo.
“Guarda che trick ho imparato! Fighissimo!”
“Il mio gira più del tuo, bello”
È il fidget spinner, ultimissima moda tra bambini e adolescenti. Pochi centimetri di plastica o metallo, alle estremità tre cerchi che in alcune versioni si illuminano come un semaforo. Si tiene tra pollice e indice e si fa girare, all’infinito. Vince quello che gira più a lungo. Un vorticoso giramento di sfere insomma. Appartiene alla categoria degli anti stress e fa sorgere spontaneo il dubbio sulla effettiva necessità di un anti stress in così tenera età. Roba che, se a otto anni devi fare vorticare uno spinner a diciotto devi farti di Xanax per rasserenarti. 
“Gangsta! Gangsta! Sempre collegato /

altro che gangsta, sei un hacker /

a casa ho quattro cessi, sai dove abito /

se ti presenti ficco la tua faccia nel water /

mando questa gente in coma cerebrale /

dalle Marche al nord il sapore è acre /

tu sulla strumentale cadi e sbatti la testa /

il flow è macabro tipo bum! Shumacher /

Scarica gratis e vaffanculo, scarica gratis e vaffanculo /

Fabri Fibra! Ha!

Io non capisco perché dici tante cazzate /

se mi passi il microfono ti gonfio di mazzate ”

Fabri Fibra versus Vacca, Pino Scotto vs Salmo, Entics vs Mondomarcio. È il magico mondo del dissing, la moderata arte del dibattito rap. Un ragionevole e fecondo scambio di opinioni e gentilezze fra rapper. 

Una disamina attenta e partecipe dell’altrui punto di vista.
“Guarda com’è molle! Se lo schiacci torna su! E senti come scrocchia! È meravigliosamente disgustoso”
È il nuovo skifidol fluffy slime, la pasta modellabile che ha reso definitivamente obsoleto il pongo e preistorico il das.

Un impasto molliccio in una vasta gamma di colori e profumi venduti in piccoli barattoli in ogni edicola del paese. Scopo del gioco nessuno, se non lasciare il barattolo aperto e ritrovare una massa colorata e rinsecchita.
Per ora è tutto, grazie al cielo.

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Chi ha tempo non aspetti altro 

“Oh Barbara, beata te, che hai tanto tempo per scrivere! Ah, potessi avrei già scritto un romanzo. Ma io sono un uomo perennemente impegnato. Paolo”

Eh già caro Paolo, beata me. 

Che ho tanto tempo. 

Il tempo delle attese fuori dal palazzetto e dalla palestra di ginnastica artistica, una scuola elementare e una media, dentro lo studio del pediatra, del dentista, dell’otorino e del dermatologo. 

Alla fermata dello scuolabus, in un piazzale per il ritorno di una gita, dietro un vetro durante una lezione di nuoto. Seduta su una panchina al parco giochi, in cucina mentre giro il risotto, al lavoro quando non guarda nessuno.

La sera a casa quando la cacofonia diventa sinfonia: nel silenzio.

Beata me, che accosto nel primo posto utile quando mi prende l’urgenza di scrivere, quando una serie di parole si combinano nella mente e so che le devo ancorare su un foglio per non farle volare via.

Quando mi suonano al semaforo perché non mi sono accorta del verde.

Beata me, che uso ogni momento utile per scrivere e raccontare, sbagliare e cancellare.

Beata me, che ogni tanto mi preoccupo che finiscano le parole, poi sto nel mondo e le storie e le persone arrivano insieme.

Beata me, che un romanzo ancora non ce l’ho ma chissà.

Il tempo di un giorno è lo stesso per tutti, caro Paolo.

La verità è che scegliamo noi come riempirlo.

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“Oh Barbara, beata te, che hai tanto tempo per scrivere! Ah, potessi avrei già scritto un romanzo. Ma io sono un uomo perennemente impegnato. Paolo”

Eh già caro Paolo, beata me. 

Che ho tanto tempo. 

Il tempo delle attese fuori dal palazzetto e dalla palestra di ginnastica artistica, una scuola elementare e una media, dentro lo studio del pediatra, del dentista, dell’otorino e del dermatologo. 

Alla fermata dello scuolabus, in un piazzale per il ritorno di una gita, dietro un vetro durante una lezione di nuoto. Seduta su una panchina al parco giochi, in cucina mentre giro il risotto, al lavoro quando non guarda nessuno.

La sera a casa quando la cacofonia diventa sinfonia: nel silenzio.

Beata me, che accosto nel primo posto utile quando mi prende l’urgenza di scrivere, quando una serie di parole si combinano nella mente e so che le devo ancorare su un foglio per non farle volare via.

Quando mi suonano al semaforo perché non mi sono accorta del verde.

Beata me, che uso ogni momento utile per scrivere e raccontare, sbagliare e cancellare.

Beata me, che ogni tanto mi preoccupo che finiscano le parole, poi sto nel mondo e le storie e le persone arrivano insieme.

Beata me, che un romanzo ancora non ce l’ho ma chissà.

Il tempo di un giorno è lo stesso per tutti, caro Paolo.

La verità è che scegliamo noi come riempirlo.

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Basta poco

Una mattina inondata di luce e un cielo azzurro a dirti che sì, forse il peggio è passato.Sentirsi leggeri uscendo di casa senza giacca, a parte la piccola che sale sullo scuolabus bardata come a gennaio e scende con un look da villaggio vacanze.

Una corsa in centro dal cartolaio, che ti sorride sornione mentre si dibatte se il quaderno a righe di terza sia meglio con o senza il margine. 

Un caffè veloce al bar, dove il proprietario che ti conosce da anni ti scambia da sempre per un’altra persona, facendo riferimento a fatti, luoghi o persone di cui tu non sai nulla.

L’incontro sul marciapiede con l’amica in maniche corte come i suoi capelli, a parlare di estate e progetti.

Gli occhiali da sole finalmente utili, da sollevare sopra la testa a ogni incrocio di persone conosciute per un saluto veloce.

La premura che non è fretta ma cura, nello scegliere qualcosa di buono da mangiare per il pranzo.

Il profumo della panetteria che ti trascina indietro come il canto delle sirene, consapevole di quanto sia inutile combattere con un simile richiamo.

Il postino che non ti deve lasciare niente ma si ferma per dirti che c’è proprio un bel sole, sembra quasi estate.

A volte basta poco, per sentirsi a casa.

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La festa della mamma

In corridoio, con la cesta dei panni puliti in bilico sotto un braccio e lo zaino di ginnastica da mettere in ordine. Giungo davanti a una porta socchiusa cercando di aprirla col gomito. Mi fermo in ascolto, per meglio dire, origlio, gongolando per quello che sento.
“Hai visto che brava?”
“Davvero. Sa sempre le cose giuste da dire”
“Ha sempre buone idee”
“E poi è dolce ma ferma. Dà le regole ma è capace anche di capire i bambini”
“E poi ha tanta pazienza! Non si arrabbia mai”
“Beh, è un’educatrice”
“Ed è anche bella, con quel sorriso”
“E quei capelli lunghi”
“Vero piccola, Tata Adriana è proprio la migliore”
Le sorelle hanno scoperto su YouTube le vecchie puntate di SOS Tata.

Le seguono con attenzione, ascoltano i consigli educativi e discutono di buone prassi pedagogiche, come mettere in castigo Marietto di tre anni sulla sedia della riflessione perché ha cercato di incendiare il gatto dalla nonna. Con metodo scientifico confrontano la vita nella loro casa con quella delle famiglie esaurite e urlanti che popolano il programma, arrivando alla conclusione che sì, loro sono proprio delle brave bambine.

Peccato solo non avere per mamma la tata.

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Martino 

Me lo aveva annunciato una calda mattina di settembre, con il segno dell’abbronzatura che si intravedeva dal maglione e la mano lieve ad accarezzare una pancia ancora piatta. Lo aveva raccontato sottovoce, come se potesse spezzare un incantesimo parlando a voce alta. Con gli occhi scuri che le brillavano di una luce nuova. Con la fragile felicità di un test positivo, quando quelle due linee blu sono già la tua vita anche se non sono ancora una vita. Quando sei consapevole del miracolo del concepimento e altrettanto conscia della sua precarietà. In questi mesi, tra un caffè in cucina e le chiacchiere sulle scale quella pancia è cresciuta sempre di più, in tutto il suo splendore. L’incertezza si è fatta coraggio, il sussurro risata. Lei è la vicina-amica, che oggi è diventata mamma per la seconda volta, ha regalato un fratellino al suo primogenito e un nuovo compagno di giochi ai bambini della corte. E allora benvenuto Martino, ti voglio rivelare un segreto. Detto tra noi, sei capitato proprio bene. Tra una mamma dal sorriso felice e il dono raro della cura, un papà dagli occhi buoni colore del cielo, capace di aggiustare le case, un fratellino che ancora non sa ma un giorno sarà contento di non essere solo. Benvenuto tra noi, piccolo Martino.

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