Di sogni e cassetti

Ho scritto la prima pagina cinque anni fa, una notte caldissima di agosto. Seduta su un terrazzo di un appartamento in Abruzzo, mentre i miei figli dormivano.

La potenza di certe storie è che sono loro a venirti a cercare, svegliandoti se dormi, chiamandoti se stai cucinando, sussurrando l’urgenza di essere raccontate.

Io ho provato a farlo nel miglior modo possibile.

Ho scritto di ciò che conosco, ché non so fare altrimenti.

La storia di una famiglia, della fatica del crescere, partendo da una domanda. Può la mela cadere lontano dall’albero? Possiamo essere diversi da chi ci ha generato?

A brevissimo arriverà lui, un sogno che esce dal cassetto in cui è restato a lungo.

il mio primo romanzo, sarà disponibile presto, grazie anche a una casa editrice che ha fatto della cura dei testi-oltre che di una infinita pazienza verso certi autori impazienti-la sua cifra stilistica.

Che dire, sono felice.

E aspetto con gioia di presentarvelo ufficialmente.

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Thank you

“Buongiorno professoressa, mi scusi ho fatto un po’ fatica a collegarmi. Sa, i figli hanno tutte piattaforme diverse”

“Nessun problema, eccoci qua. Cominci lei a dirmi come vede suo figlio”

“Beh, cosa possiamo dire. Sì, ha delle lacune, vengono da lontano. Negli anni si è cercato di colmarle, a volte con successo, altre meno. Certo, lui sicuramente potrebbe impegnarsi un po’ di più, approfondire, chiedere, ampliare. Diciamo che la didattica a distanza per certi versi non aiuta, l’adolescenza nemmeno. Ci tiene, ma non sempre abbastanza.
E poi, diciamocelo signora professoressa, l’inglese non è proprio la sua materia”

“Beh, mi fa piacere. Perché io insegno matematica, signora”

Temo di essere stata rimandata a settembre.

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Clio make up

“Mamma, non così. Il correttore va picchiettato sulle occhiaie sfumandolo poi verso l’esterno”

“Scusa, ti ho chiesto qualcosa?”

“Ma dai, il fondotinta! Non si spalma, si usa il beauty blender! Dai, le basi”

“Non ricordo di averti chiamata”

“E il contouring? Dove lo mettiamo?”

“Non farmi rispondere”

“No vabbè, ma il blush? Vorrai mica uscire senza una spennellata di colore sulle guance”

“A’ Clio make up, non devi fare lezione?”

“Sono in pausa. Mamma, non ci siamo. Non va bene nulla della tua beauty routine. Meno male che ci sono io”

La mezzana, novella make up artist, ha sentito l’urgenza di correggere le imperdonabili mancanze cosmetiche di sua madre.

A breve un tutorial chiarificatore.

Su come far fuori una figlia senza essere scoperti.

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“Tu mancia?” (Cit)

Non c’è come una riunione su zoom la sera dopo il lavoro, per minare le già fragili certezze genitoriali.

Per chi naviga a vista in questo mare turbolento della didattica a distanza, cercando di non soccombere a connessioni che appaiano e scompaiono che neanche il fantasma dell’Opera.

Per chi non si scoraggia ascoltando le interrogazioni zoppicanti dei propri figli e dalla cucina dove sei esiliata vorresti urlare “Epicuro!” la risposta giusta è “Epicuro!” durante l’ora di filosofia.

Per chi non si arrende a copiature, distrazioni e sciatteria e gira per casa aprendo porte a sorpresa mentre cerca anche di mantenere un lavoro e magari preparare il pranzo.

Per chi si porta addosso l’inadeguatezza come l’alone viola di una pubblicità progresso di tanti anni fa, il confronto con alcuni genitori è sfiancante e quasi sempre perdente.

“Ah, mia figlia la incateno come Vittorio Alfieri alla sedia”

“Io al mio metto gli spilli sotto agli occhi che neanche Dario Argento”

“A casa mia hai otto o non mangi, cari miei”

E poi ci sei tu, che tieni la webcam accesa per la riunione ma intanto mangi qualcosa di nascosto, come Fantozzi e il dottor Birkermaier con le polpette di Baviera.

Ma non sei avvezzo allo strumento e tutti ti vedono.

E capiscono da chi ha preso tuo figlio.

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Groupon

-Tunf!-

Il felino maggiore fa cadere gli occhiali da sole appoggiati sul cassettone, che in codice significa “alzati e fammi uscire, donna”

“Ancora tu. Mannaggia, è l’una di notte. Andiamo che ti apro”

-Musica che proviene dalla stanza del primogenito-

“Ma cosa fai ancora sveglio? Che poi la mattina sembri Nosferatu? Spegni tutto”

“Blo, è uscito adesso l’album nuovo del mio rapper preferito”

-Splash-

Ignara di tutto, in modo particolare del fatto che il gatto avesse vomitato in sala, calpesto a piedi nudi scivolando verso il divano.

“Blo, tutto ok? Senti che sound”

La situazione notturna sta rapidamente degenerando. Oggi cercherò su Groupon un coupon per la visita di un esorcista.

Altro che Babbo Natale.

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Da dove chiami?

Ecco la panoramica che mi regala WordPress, la piattaforma che ospita questo blog dalla sua nascita. Da qualunque parte del mondo vi capiti di leggere queste parole, scrivetemi. Chi siete, da dove venite, come siete arrivati qua. Perché il grande potere delle parole è quello di unire, anche se fisicamente lontani. Se avete voglia, in questo periodo strano, raccontatemelo.

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Ma la notte no

“Piccola? Piccola? Piccola!”

“Eh? Cosa? Come?”

“Piccola dove sei?”

“Sono qui, a letto, è notte perché mi chiami?”

“Piccola! I capelli!”

“Che cos’hanno i miei capelli? Ma stai bene?”

“Taglia i capelli, li devi tagliare”

“No ma tu non sei a posto, eh. Mamma!”

Si chiama sonniloquio, appartiene all’allegra famiglia delle parasonnie.

Questa notte la mezzana ha terrorizzato la piccola chiamandola a gran voce, verificando dove fosse e intimandole di tagliare i capelli. La poveretta, svegliata nel bel mezzo della fase REM , porta ancora il trauma di questa conversazione notturna con la sorella squinternata.

In questa casa di giorno c’è sempre un bel da fare. Di notte non ne parliamo.

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A novembre

La truffa di un acquisto online, con il maledetto sedicente venditore scappato coi miei soldi e la maglietta che avrei dovuto regalare al primogenito. Non è nella mia natura augurare disgrazie, ma spero che almeno passi un rigido lockdown con qualcuno che odia.

La mezzana che esercita la sua ribellione decolorandosi un numero esagerato di ciocche di capelli, che ora da un castano splendente virano a un giallo paglia che sta nella stalla da troppo tempo.

Nel frattempo è dipendente da Among Us, un (video)gioco che prevede un gruppo di giocatori in un’ambientazione a tema spaziale, ognuno dei quali assume uno dei due ruoli: compagni di squadra e impostori. L’obiettivo per i compagni di squadra è identificare gli impostori ed eliminarli durante il completamento delle attività sulla mappa, mentre l’obiettivo degli impostori è eliminare tutti i compagni di squadra senza essere identificati.

Per questa articolata definizione ho ovviamente fatto copia incolla da Wikipedia perché, dalla sua spiegazione, non avevo capito un tubo.

La piccola che si è data al work out con piglio militare, e mi aspetto da un momento all’altro di trovarla davanti allo specchio a rasarsi i capelli come il soldato Jane.

“Io son novembre che porta la bruma” e anche un po’ di sfiga, eh.

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Connessa ma non troppo

Mentre sono collegata in Skype, con colleghe professioniste e preparate.

Dal corridoio arriva una musica festosa, seguita da un serpentone colorato che ricorda il drago cinese a capodanno. Sono la mezzana e la piccola che festeggiano una inaspettata ora buca, sfilando per casa sotto una vecchia coperta indiana.

Il primogenito che, terminata la lezione, indossa la giacca e sorridendo mi fa ciao ciao con la manina per indicare che sta uscendo. Fortunatamente ho studiato la lingua dei segni, così che con soli due gesti -“spezzo” e “braccia”- riesco a convincerlo a rimanere a casa.

L’immancabile corriere che suona il campanello e devi essere Usain Bolt per arrivare alla porta in tempo. In caso contrario, lui se ne sarà già andato e potrai ritirare il tanto desiderato pacco nella comodissima filiale dall’altra parte della città, a partire dalla settimana seguente, nelle notti di plenilunio e con Marte in ariete.

Il gatto che miagola tutto il suo disappunto verso la vita, il lockdown, la ciotola di pappa vuota finché con una manovra da contorsionista riesci a dargli -senza uscire dallo schermo- una bustina di pappa, lui annusa e rifiuta sdegnato tornando a farsi le unghie sulla tua giacca.

C’è da chiedersi come io faccia ad avere ancora un lavoro.

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Ok, l’ossigeno è giusto

“Io novantanove e sessantasei!”

“Bene, ottimo”

“Io novantotto e settantadue”

“Alla grande”

“Io trentotto e centosettanta”

“Ben…aspetta. Cosa?”

“Trentotto? Centosettanta?”

“Blo che faccio, ordino i fiori per il funerale?”

“Ci deve essere uno sbaglio, riproviamo. Metti bene il dito…trentotto e centosettanta. Ossignore”

Qualche giorno fa è arrivato per posta l’oggetto del desiderio, il regalo di Natale anticipato, il presidio medico chirurgico che non può mancare: il saturimetro. La mezzana ha saturazione trentotto e centosettanta di battito cardiaco.

Dopo attenti studi e approfondite ricerche su unmedicoperamico.com, Bibbia medica della madre moderna, abbiamo scoperto che sono gli strati di smalto sulle sue unghie a falsare il risultato.

Chiederemmo se c’è un dottore in sala, ma sarebbe più utile un’estetista.

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