Diritti

Questa mattina ho attraversato a piedi una grande piazza che si era da poco liberata da una fitta nebbia per fare spazio al sole e tanti, tanti bambini. Ad accompagnarli i loro insegnanti, ad accoglierli una voce calda e tonante. Bambini e adulti erano lì in piedi, in una qualunque mattina di novembre, che segna una data importante, a ricordare una parola piccola che contiene significati grandi: Diritti. I diritti di bambini e adolescenti, perché nessuno li dimentichi e qualcuno li impari, camminando per mano in fila per due in una giornata di scuola un po’ speciale.

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Lasciate che i pazzi vengano a me

Corsia detersivi di un famoso ipermercato. Una donna che tiene in bilico i soliti quarantasette prodotti che all’ingresso non aveva intenzione di comprare, visto che l’unico acquisto necessario era il caffè, ma che é preda ideale di ogni subdola strategia di marketing. Sullo sfondo un uomo col berretto celeste, probabilmente un pensionato. Alle spalle di lei, improvviso e inaspettato, il “click” dello scatto da cellulare. Lei che si volta stupita, lui che infila svelto in tasca il telefonino, imbarazzato.
“Ehm.. mi scusi signorina, le ho fatto una foto ai capelli”
“Mi ha fotografato i capelli?? Mi prende in giro?”
“Veramente.. non so come spiegarglielo. È che vorrei mia moglie con lo stesso colore, e allora a casa le faccio vedere la foto così magari si convince che sta bene e il rosso è un colore che possono portare tutte le donne”

Ora. Che io rimanga senza parole è veramente cosa rara, ma il signore col berretto è riuscito nella ragguardevole impresa. Io me ne sono andata, in compagnia dei seguenti amletici interrogativi:
1. ho incontrato uno psicopatico?
2. È un pensionato seriale che fotografa chiome per vizio?
3. È un uomo meraviglioso che pensa ancora alla moglie nonostante i numerosi -mi immagino- anni passati insieme?
4. Mi devo offendere per quel “è un colore che possono portare tutte le donne?”
5. Devo essere lusingata perché mi ha chiamato “signorina”, quando manca poco che i giovani mi cedano il posto sull’autobus?

Se qualcuno potesse aiutarmi a far luce sull’accaduto ne sarei profondamente grata.

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A colloquio

Come per ogni genitore con figli in età scolare, si è aperta ufficialmente la stagione dei colloqui con gli insegnanti. Il padre o più frequentemente la madre dello studente o della studentessa ha diverse possibilità per farsi un’idea più precisa dell’andamento scolastico del proprio figlio, che tornato da scuola risponde “bene” a qualunque domanda da “come è andata oggi” a “cosa c’era di buono in mensa”. L’impresa oggi è più impegnativa rispetto al passato, grazie o per colpa della solita tecnologia che ha spazzato via come una raffica di vento libretto e verifiche dove mettere la propria firma in favore della consultazione on line del registro elettronico, dopo essersi iscritti e avere effettuato l’accesso con l’ennesima password. E considerato che non siamo tutti Steve Jobs non è sempre facile avere un’idea del percorso didattico del proprio figlio, che racconterà in famiglia solo quello che più gli fa comodo “ah no, la verifica è andata male a tutta la classe”, salvo poi scoprire con la professoressa che il giovane bugiardo ha scritto nel test di italiano che i Promessi Sposi si chiamavano Romeo e Giulietta e che nella prova di geografia ha inserito la Namibia fra gli stati europei. L’ignaro genitore, seduto su una sedia di plastica dall’altra parte della cattedra si sentirà esattamente come quando era lui a frequentare le scuole dell’obbligo, sgretolando così anni di paziente costruzione di autostima e sicurezza in se stesso. Va detto che probabilmente ha dovuto prendere una settimana di ferie per fare il giro completo di tutti gli insegnanti -senza saltarne nessuno, per carità poi non pensino che non si prende sul serio la materia- oppure, se ha già esaurito tutti i permessi e rischia il licenziamento può comodamente optare per i colloqui generali, con un’affluenza di persone che neanche a Roma per il Giubileo. Con attese di poco inferiori a quelle riscontrate per visitare il padiglione del Giappone dunque, il genitore ormai allo stremo potrà scoprire a fine giornata -da un insegnante altrettanto stremato- che il figlio considerato da familiari e amici un angelo in realtà necessita di un esorcismo da parte del professore di religione; che tutto quel materiale che ha fiduciosamente acquistato per la figlia non è mai stato richiesto e soprattutto si sentirà ripetere l’imperitura frase che prima di lui hanno sentito i genitori e probabilmente i nonni e davanti alla quale nessun adulto sa mai cosa rispondere “suo figlio/a ha le capacità, ma dovrebbe impegnarsi di più”

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Strani amori

“.. e naturalmente deve essere bello”
“Sempre la solita superficiale, la bellezza non è mica tutto, sai?”
“Dici così perché sei brutto”
“Cosa dici? Tuo fratello è bellissimo!”
“Dici così perché sei la sua mamma”
“Piantatela, qui non si riesce a parlare. Ricapitolando: il fidanzato ideale deve essere prima di tutto simpatico e farti ridere, si deve lavare tutti i giorni, deve essere curioso di fare tante cose insieme, deve avere cura di te”
“Lui non si lava mica sempre”
“Zitta tu, gnoma”
“Certo che tuo fratello si lava, lo mando a calci in doccia ogni sera si o no?”
“Ah, se è pure ricco non mi fa schifo. Diciamo che è un optional”
“Sempre la solita avida. Quello che conta è lo spirito di una persona”
“Ne riparliamo quando io sarò ricca e tu un poveraccio”
“Aspettate! Ci sono! Il fidanzato ideale deve essere quello che non riesce a trattenere il sorriso quando entri in una stanza”
“…”
“Caspita piccola, che pensiero profondo. Dove l’hai trovato?”
“Boh, non so, l’avrò sentito da qualche parte”
“Sentito, ascoltato e ricordato direi. I miei complimenti: é una grande frase e un bellissimo augurio”
“Mamma, la scrivo sul nostro quaderno delle frasi?”
“Sicuro amore, scrivi. Poi lo scolpiamo anche sul muro della cucina però”

A cena ieri sera si discorreva con leggerezza di amori e fidanzati, dal punto di vista femminile (in assoluta e schiacciante maggioranza) e quello maschile. Ma un amore che non riesce a trattenere il sorriso quando entri in una stanza avrei voluto sentirla prima.

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Idoneità

Che sarebbe stata una fatica biblica avrei dovuto capirlo dal cartello appeso sopra le nostre teste, che titolava “vie di esodo”. Del resto, quando un lunedì mattina si spalanca immerso in una nebbia bianca e capisci che è il caso di indossare il piumino e smetterla di fare la brillante con la giacchetta leggera, è evidente che il sole te lo devi cercare e accendere dentro, per non soccombere all’inizio settimana. Un inizio complicato come gli algoritmi per il cubo di Rubik, che prevedeva degli incastri impossibili per essere al posto giusto nel momento giusto, possibilmente senza perdere nessuno per strada. Il solito primogenito cestista era atteso pulito e puntuale, per le ore otto e dieci (del mattino, giuro) alla sede cittadina del dipartimento di medicina sportiva, a ricevere il bollino di approvazione per la sua idoneità fisica (su quella mentale soprassediamo).
Della serie di pittoreschi personaggi incontrati spicca di sicuro la gentile signora preposta all’accoglienza, che mi ha consegnato il contenitore delle urine con la raccomandazione di aiutare il figlio dodicenne nella raccolta. Davanti al mio rifiuto (“beh, insomma, alla sua età dovrebbe far da solo”) la signora ha borbottato sottovoce -ma non troppo- in merito alle madri poco attente. Poi è stato il turno del medico per l’anamnesi, un momento che, per una smemorata come me, somiglia all’orale della maturità quanto a preparazione. “Malattie esantematiche? Quando? Interventi? Dove? Terapie? Perché? Ma questa cicatrice è l’appendice? Perché non mi ha detto che è stata tolta?”
Perché non ci ho pensato, non credevo fosse importante, perché è successo sei anni fa e sapesse quante cose sono accadute da allora, perché gioca a basket nella squadra del paese e non si sta allenando per la maratona di New York, avrei voluto rispondere. Ovviamente ho taciuto, spiando di sottecchi lo schermo del cellulare per fare il conto di quanto in ritardo sarei arrivata al lavoro. A un certo punto, sdraiato sul lettino dell’elettrocardiogramma, mio figlio ha deciso di chiedermi una foto per il suo profilo Instagram (continuiamo a soprassedere sulla salute mentale) e la dottoressa ha tuonato contro questa generazione di nativi “lavativi” digitali e dei loro incoerenti genitori sempre incollati all’IPhone (che ho prontamente lanciato nella borsa).
A visita terminata siamo così usciti dall’ambulatorio ognuno con il suo bel certificato: uno di idoneità sportiva per lui, l’altro di inidoneità materna per me.
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Incontri e scontri

Vivo da diversi anni in un paese piccolo di quelli, per intendersi, dove la gente mormora. Ci si conosce di vista più o meno tutti, ci si incrocia fuori da scuola, in posta, al supermercato e al bar. È proprio fuori da un bar del centro che, da qualche tempo, mi capita un fatto che comincia a essere fastidioso. Tutto è cominciato una mattina come tante altre, mentre uscivo di corsa dalla cartoleria dove avevo acquistato i quaderni da cinque millimetri con il margine e il pennarello nero da lucido che la sera prima una figlia disperata aveva giurato di avermi già chiesto la settimana passata (“ma come non ti ricordi?? Te l’ho detto che bisognava comprarli mentre giravi il risotto, interrogavi mio fratello sui pronomi in francese e telefonavi alla nonna per sapere come stava” -che poi, a queste parole mi risuona sempre nella testa una famosa canzone di Elio “vuoi anche che mi metta una scopa.. e ti ramazzi la stanza?”).
Ma sto divagando. Mentre mi affrettavo per infilare una pausa caffè prima ancora di aver cominciato a lavorare un uomo, a occhio e croce mio coetaneo, mi ha salutato calorosamente. Ho abbozzato un sorriso rispondendo al saluto, chiedendomi fugacemente chi diavolo fosse. Non ci ho più pensato fino al giorno seguente, quando lo sconosciuto tizio mi ha nuovamente salutato con uno stupitissimo “ma come, non ti ricordi di me??”. No, affatto. Vuoto totale. “Ma è impossibile, i nostri figli andavano all’asilo insieme”. Ora, intanto tocca specificare di quale figlio stiamo parlando, in secondo luogo non mi ricordo cosa ho mangiato per cena figuriamoci se ho memoria di un papà che avrei incrociato sulla porta della scuola materna una mattina di dieci anni fa. Lo stesso signore che oggi non si capacita della mia totale amnesia e insiste molesto affinché io ricordi. Ecco, vorrei cogliere l’occasione per chiarirgli un paio di concetti: caro signore, come dice una famosa canzone io non ti conosco, io non so chi sei. Aggiungo che non sono minimamente interessata a saperlo e se ho dimenticato di averti conosciuto un motivo ci sarà. Prova a pensare a quale sia, prima di insistere ancora, grazie.

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Felicità

Ballare in cucina ancora in pigiama, con le mani bagnate dopo aver sciacquato un bicchiere di succo, sulle note di una canzone da adolescenti, con una bimba in canottiera che saltella felice, un’altra che abbraccia il micio convalescente incurante delle pulci appena scoperte, il grande che piega la divisa della squadra fischiettando, prima della partita nel famoso palazzetto. Riporre la candela accesa ieri sera con una preghiera, in una domenica ormai fredda, come è giusto che sia. Essere grata per la normalità che ti circonda, e per il nuovo che ha fatto capolino nella tua vita e anche se ancora non sai ti strappa un sorriso con un pensiero, perché a volte l’inaspettato è più bello del previsto. Fermare la macchina perché ti scappa di scrivere, in una domenica di novembre così uguale e allo stesso tempo tanto diversa.

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Lui è tornato

Amiche e amici, con gioia vi annuncio che Felix il felino è tornato a casa, e trattandosi di gatto nero il giorno prescelto è stato venerdì tredici, ché a noi la superstizione ci fa letteralmente un baffo. Con un elegantissimo collare elisabettiano, una milza in meno e un bel po’ di punti che, fossero su una tessera, darebbero un premio grande. Il nostro premio è che ora il nostro peloso parente è di nuovo qui, insieme a noi, pur essendosi giocato sei delle sette vite normalmente in dotazione.
Ora tocca solo pagare il meritato seppur salatissimo conto alla dottoressa brava e dolce, motivo per cui ogni componente della famiglia ha deciso di rinunciare a qualcosa per dare un contributo. Qualcuno si priverà delle fighissime e tecnologiche scarpe da running tanto desiderate (indovinate un po’ chi) altri delle carte di yu-gi-oh nuova espansione (qualunque cosa voglia dire), una ragazza rinuncerà all’acquisto di un libro nuovo “scusa, ma da quando leggi?””volevo giusto cominciare, ma aspetterò”, per arrivare a una bimba che ha deciso di rinunciare alla villa di Barbie Malibù -che costa come un bilocale zona stazione- perché tanto “può portarla babbo natale”
Per adesso, bentornato a Felix.

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Vita mondana

L’altra sera sono uscita dopo cena, come capita all’incirca due volte al mese, per andare a lavorare. Va detto che per me uscire la sera è una fatica epica, un dazio da pagare troppo alto, giustificabile solo da motivi di inconfutabile importanza come la lezione di zumba di Rolando, e che se potessi alle nove di sera sarei già in pigiama, sul divano con la coperta, i figli appollaiati intorno e la crema idratante sulla faccia.
Va detto anche che queste occasioni, sebbene siano di lavoro, sono momenti preziosi dei quali sono grata, perché mi regalano confronto, idee e opinioni di persone interessanti con le quali è un privilegio passare del tempo. Persino se è di sera e devo prendere l’autostrada col buio.
Il problema qui è il figlio maggiore, che mal tollera questa scintillante vita mondana della madre. Il primogenito preadolescente non si capacita che la sua mamma possa lasciarlo proprio al momento della buonanotte, anche se non è abbandonato ma affidato, con le sorelle, alle amorevoli cure della sua amata baby sitter. Si comincia dal look. “Ma ti servono i tacchi? Perchè queste scarpe? Mi sembrano inadatte all’occasione” pontifica il giovane guru della moda, che considera il massimo dell’eleganza la tuta gialla e viola dei Los Angeles Lakers. “Ti trucchi? Come mai? Lo sai che sei più bella senza niente sulla faccia”. Certo, adesso lo dico anche alla fata turchina e agli unicorni. “Ancora mi chiedo che bisogno c’era di farsi i capelli rossi. Stavi così bene scura” decreta l’ambasciatore dell’hair styling, dall’alto del casco di banane che ha in testa.
“Ma a che ora torni??” “Torno quando dormi già” “Ma come faccio a dormire se so che sei in giro la notte”. Che, detta così, può pure far pensare male.
Insomma, immagino che per farla finita con questa storia dovrò aspettare ancora un po’, quando sarà lui quello abbastanza grande per uscire la sera, e io mi divertirò a demolire il suo look e la sua pettinatura. Certo, mi toccherà pure aspettarlo sveglia, ma pazienza.

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Di confessioni e silenzi

A insospettirla era stato il silenzio, l’assenza di risate, urla o mazzate. L’esperienza le ha insegnato che quando pace e tranquillità convivono con tre fratelli nella stessa stanza qualcosa di malvagio sta accadendo o è in procinto di accadere.
C’è stata la volta in cui la cameretta si era trasformata nel salone del parrucchiere e i due grandi stavano tagliando la frangia alla piccola con le forbici trinciapollo; in un’altra occasione sempre la terzogenita era stata invitata dai fratelli infingardi a bersi un cicchetto di detersivo per lavatrice, che aveva avuto come conseguenze un castigo epico, un po’ di mal di pancia e l’emissione di bolle di sapone nel pannolino della piccoletta per alcune ore. Con un amico invece era stata costruita una ingegnosa carrucola con il catino dei panni per trasportare il gatto sul piano alto del letto a castello.
Per questi motivi ieri pomeriggio, a cospetto di tanto silenzio, si è sentita in diritto di origliare dietro alla porta chiusa della loro stanza.
“Schifo, schifo, schifo. Non ci sono altre parole per definirlo. Se ci ripenso mi vengono i brividi.”
“Ma cosa dici tonta, è una cosa naturale”
“Sarà naturale per te, che sei nato strano. È una cosa schifosa”
“Ma dai, non può essere così terribile!”
“Tu sei piccola e certe cose non le puoi capire”
“Sì che le capisco, me lo ha spiegato la mamma come si fanno i bambini quando andavo all’asilo e le ho chiesto come ci era entrato quel bambino nella pancia della sua amica. Io so tutto”
“Eh no, tu credi di sapere tutto. Ma i dettagli…quelli sono incredibili”
“Dimmeli! Dimmeli!”
“Sei matta? Non puoi dirglieli, è piccola!”
“Basta!! Io non sono piccola! Lo volete capire? E se non me lo dite voi lo chiedo alla mamma. Mammaaaaa?????”

A scuola, nelle ore dedicate al progetto sull’affettività, la solita coraggiosa maestra ha spiegato a una classe di bambine e bambini sghignazzanti per l’imbarazzo in che modo è avvenuto il loro concepimento, da dove sono arrivati e come. Ma soprattutto, tecnicismi a parte, ha raccontato loro che sono qui per un gesto d’amore, anche se quell’amore tra i genitori, oggi, magari non c’è più. Lo ha fatto con parole semplici e sguardi diretti, senza imbarazzo e con naturalezza, sorvolando su battute e mezzi sorrisi. Lo ha fatto per chi non ha ancora trovato le parole giuste per rispondere alle domande dei propri figli, per quei bambini che avrebbero voluto chiedere ma non ne hanno avuto il coraggio, lo ha fatto per chi come me ha cercato di spiegare tutto ma è ben felice di essere aiutata.
Mi sa che la settimana prossima le porto anche la piccola.

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