Idoneità

Che sarebbe stata una fatica biblica avrei dovuto capirlo dal cartello appeso sopra le nostre teste, che titolava “vie di esodo”. Del resto, quando un lunedì mattina si spalanca immerso in una nebbia bianca e capisci che è il caso di indossare il piumino e smetterla di fare la brillante con la giacchetta leggera, è evidente che il sole te lo devi cercare e accendere dentro, per non soccombere all’inizio settimana. Un inizio complicato come gli algoritmi per il cubo di Rubik, che prevedeva degli incastri impossibili per essere al posto giusto nel momento giusto, possibilmente senza perdere nessuno per strada. Il solito primogenito cestista era atteso pulito e puntuale, per le ore otto e dieci (del mattino, giuro) alla sede cittadina del dipartimento di medicina sportiva, a ricevere il bollino di approvazione per la sua idoneità fisica (su quella mentale soprassediamo).
Della serie di pittoreschi personaggi incontrati spicca di sicuro la gentile signora preposta all’accoglienza, che mi ha consegnato il contenitore delle urine con la raccomandazione di aiutare il figlio dodicenne nella raccolta. Davanti al mio rifiuto (“beh, insomma, alla sua età dovrebbe far da solo”) la signora ha borbottato sottovoce -ma non troppo- in merito alle madri poco attente. Poi è stato il turno del medico per l’anamnesi, un momento che, per una smemorata come me, somiglia all’orale della maturità quanto a preparazione. “Malattie esantematiche? Quando? Interventi? Dove? Terapie? Perché? Ma questa cicatrice è l’appendice? Perché non mi ha detto che è stata tolta?”
Perché non ci ho pensato, non credevo fosse importante, perché è successo sei anni fa e sapesse quante cose sono accadute da allora, perché gioca a basket nella squadra del paese e non si sta allenando per la maratona di New York, avrei voluto rispondere. Ovviamente ho taciuto, spiando di sottecchi lo schermo del cellulare per fare il conto di quanto in ritardo sarei arrivata al lavoro. A un certo punto, sdraiato sul lettino dell’elettrocardiogramma, mio figlio ha deciso di chiedermi una foto per il suo profilo Instagram (continuiamo a soprassedere sulla salute mentale) e la dottoressa ha tuonato contro questa generazione di nativi “lavativi” digitali e dei loro incoerenti genitori sempre incollati all’IPhone (che ho prontamente lanciato nella borsa).
A visita terminata siamo così usciti dall’ambulatorio ognuno con il suo bel certificato: uno di idoneità sportiva per lui, l’altro di inidoneità materna per me.

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
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