Mezzogiorno di fuoco

Mezzogiorno, fuori dall’ambulatorio del veterinario, donna di corsa con un gatto nella sportina che emette suoni uditi prima solo nell’Esorcista, versione integrale. La donna parla col gatto, cercando di blandirlo con promesse di pappa e croccantini, il felino che coglie la menzogna nella voce di lei e passa le unghie sulle pareti della sua prigione come il gesso sulla lavagna o la forchetta sul piatto. Un signore elegante, dall’angolo, li osserva sorridendo. Lei incrocia lo sguardo di lui mentre si avvicina. “Posso dirle una cosa? In un’altra epoca una donna coi suoi capelli rossi che parla con un gatto nero l’avrebbero arsa viva su un rogo, lo sa?” afferma andandosene poi beffardo, lasciando gatto e donna senza parole.
Di nuovo dubbi e domande si affollano nella mia mente, di nuovo sarei grata se qualcuno provasse con me a fare luce:

1. il signore aspirante storico era forse parente prossimo dello psicopatico al supermercato?
2. Era Satana in persona?
3. Ho scritto forse in fronte o appiccicato sulla schiena “matti, venite a me?”

E meno male che oggi sono di buon umore, va.

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Capita

Capita a volte, forse troppo poche ma chissà, di aprire gli occhi su un giorno nuovo sentendosi così.
Felice come quando l’alba ti aspetta metà rosa e metà arancione, che se sei in macchina devi fermarti per guardarla meglio; felice come quando fai una corsa lunga e veloce e bevi avidamente acqua fresca dalla fontanella in cima alla pista ciclabile; felice come quando scopri che i tuoi jeans adorati si chiudono senza dover tirare indietro la pancia e trattenere il fiato; felice come quando mangi un cioccolatino rosso rotondo, che si scioglie sulla lingua e anche un po’ nel cuore; felice come dopo una giornata faticosissima, quando finalmente scivoli dentro un letto caldo e con le lenzuola pulite; felice come quando al bar ti fanno un cappuccino con una schiuma buonissima e come quando arriva un messaggio inaspettato; felice come quando ti svegli la notte ma ti accorgi che hai ancora tante ore di sonno; felice come in una domenica con il sole e il pranzo pronto; felice come quando qualcuno ti dice “siediti, che ci penso io”, o come quando il maglione verde che osservavi desiderosa dalla vetrina è al cinquanta per cento di sconto.

Felice così, senza un motivo o forse sì.

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25 novembre

Oggi, nella giornata contro la violenza sulle donne, ho trascorso la mattina con un gruppo di persone. Sei donne che hanno vissuto la violenza, chi per anni e chi per una volta, chi davanti ai figli e chi da sola, tutte accomunate dal coraggio di avere detto basta. Con loro anche un uomo, che ha sbagliato e riparato, ed è rimasto seduto a raccontare la sua esperienza.
La violenza narrata dal punto di vista della donna quando la subisce, quando da figlia ne è spettatrice, quando decide che può dire basta.
Di questa mattina mi porto soprattutto questo, che il tempo del basta può essere uno solo: subito.

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Di amore e capelli rossi

Fuori un freddo buio e pungente, dentro un lettone di femmine, in pigiama, strette sotto un piumone a vedere sul computer della mamma un cartone animato con protagonista un bracchetto, che ha segnato l’infanzia della più grande desiderosa ora di contagiare le figlie con lo stesso entusiasmo.
Durante la visione risate, massaggi, grattini. E domande.
“Mamma, che bello Charlie Brown”
“Bello?”
“Si, bello per come ama la ragazzina dai capelli rossi”
“Beh, è un amore un po’ tormentato, non credi?”
“Ma ti immagini? Uno ti vede e.. zac! Fulminato! Da subito ti ama e pensa a te e fa di tutto per stare insieme”
“Ma lui è imbranato: perché non glielo dice subito che è innamorato?”
“Oh piccola, non è così semplice, forse ha paura di non essere ricambiato”
“Impossibile. Come si fa a non amare chi ti ama così tanto?”
“Guarda che succede. Tutte quelle puntate di Violetta non ti hanno insegnato niente?”
“Io non prenderei quella serie tv come esempio e guida nelle relazioni amorose, tesoro”
“E allora racconta tu, mamma. Sei mai stata la ragazzina dai capelli rossi per qualcuno?”

Già mamma, racconta tu. Io non lo so se sia mai stata la ragazzina dai capelli rossi per qualcuno, quella da ammirare da lontano sospirando, pensare la sera prima di dormire e la mattina quando ti svegli, che ti fa andare a scuola felice perché è lì che la vedrai. Quella per cui prendi un gran respiro prima di parlare e poi non parli, che ti fa sembrare il mondo un posto un po’ più colorato e caldo. Ecco, io non lo so. Diciamo che lo spero. E da ieri sera non faccio che domandarmelo.

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In fila

Arriva con il sole, con la pioggia e con la neve. Arranca in inverno quando la salita è ghiacciata, ritarda quando il traffico è più caotico del previsto. Ma ogni mattina dal lunedì al venerdì, da settembre a giugno, alle ore sette e trentacinque lo scuolabus giallo fa la sua comparsa all’orizzonte, preceduto dall’urlo del primo bambino della fila che con uno squillante “puuulminoooo!!” avverte i suoi compagni di merende che è ora di dare l’ultimo bacio alla mamma prima di salire a bordo. La fila indiana di under dieci si snoda ordinata lungo il marciapiede, ogni bambino accompagnato dal genitore di turno, sempre gli stessi giorno dopo giorno. Ci si conosce da anni e insieme si condivide l’attesa e l’ombrello quando piove, ci si accorda sui recuperi pomeridiani, si saluta la mamma truccata e pettinata che sai deve scappare al lavoro e quella che sotto la giacca ha ancora il pigiama perché le albe e i risvegli di una casa con bambini possono essere momenti faticosi. Tra i bambini con la cartella sulle spalle qualcuno sbadiglia, un altro ripassa le note della canzone di Giovannino per il saggio di flauto, l’ultima della fila litiga con la sorella per scambiarsi di posto. L’arrivo del pulmino giallo, che con i suoi abitanti sembra uscito direttamente da una puntata dei Simpson, dà il via a una girandola di baci e saluti, di raccomandazioni e sorrisi dietro al vetro già appannato. E la giornata può finalmente cominciare.

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Romanticamente in due

La domenica è un giorno strano, fatto di ore pigre che scivolano come biglie su un piano inclinato verso l’inizio della nuova settimana. Quella appena trascorsa è cominciata con un’epica ma prevista e meritata sconfitta nell’under tredici di pallacanestro, contro la squadra più forte di tutte. Il pomeriggio è stato il contenitore di un’idea che da un po’ prendeva forma e che ieri è diventata reale, ossia trascorrere del tempo buono e esclusivo con un figlio alla volta, facendo qualcosa di bello, divertente e soprattutto in coppia e non in truppa. La prescelta a cominciare è stata la piccola è così, con l’aiuto della nonna che ha tenuto a bada i due maggiori, mamma e figlia si sono trovate finalmente sole sotto un cielo così azzurro che non ha bisogno di filtri per farti bene al cuore e un vento freddissimo che scompigliava i capelli tutt’intorno la testa. Si sono divise una tazza di cioccolata fumante in un tavolino stretto di una pasticceria antica, un cucchiaino alla volta e soffiandoci su per non scottarsi la lingua. Sono uscite di corsa per non arrivare in ritardo e si sono sedute in un teatro buio, vicine vicine e tenendosi la mano come due innamorati da poco che non riescono a smettere di sfiorarsi e sorridere. Hanno visto uno spettacolo bellissimo (Progetto Zattera Teatro Varese, per chi volesse) e hanno riso di storie, burattini e canzoni. Hanno ammirato un giovane ragazzo che viene da un paese lontano ma non troppo, che ha trasformato due stampelle in un paio d’ali e sfida i pregiudizi, la sorte e la forza di gravità con delle spettacolari evoluzioni. Hanno applaudito e sorriso durante e dopo, e sono uscite in un pomeriggio ormai buio con i mignoli intrecciati, nella solenne promessa di rifare presto un’altra fuga romantica.

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Segreti e ragù

È quasi sera, lei è avvolta in un accappatoio di spiderman ereditato dal fratello maggiore, ché quando sei la terzogenita non puoi aspirare a possedere nulla di nuovo, se non forse le mutande. Accendo il phon per asciugarle i capelli e subito lo devo spegnere.

“Mamma, ho un segreto”
“Davvero piccola?”
“Tu sei curiosa?”
“Mmm.. Curiosa? Beh, si tesoro, i segreti incuriosiscono sempre”
“Quindi vuoi che io te lo dica?”
“Tu hai voglia di raccontarmelo?”
“Non rispondere a una domanda con un’altra domanda, per favore, sai che mi innervosisce”
“Caspita, che caratteraccio. Da chi l’hai preso? Da me no di sicuro”
“Mamma, io e te ci somigliamo più di quanto tu non creda”
“La tua bravura nella coniugazione dei verbi talvolta è inquietante, piccina”
“L’avrò presa da te insieme al caratteraccio. A proposito, ma tu hai dei segreti per me? Qualcosa che mi tieni nascosto?”
“Ecco.. vediamo.. Diciamo che cerco di dirti sempre la verità”
“Significa che quando non ci riesci mi dici le bugie?”
“No, significa che magari non ti dico qual è il tuo regalo di compleanno perché voglio sia una sorpresa”
“Ah, va bene. Comunque, lo vuoi sapere si o no il mio segreto? Se no chiamo la nonna e lo racconto a lei”
“No no, ci mancherebbe. Sono pronta e attenta amore, dimmi tutto”
“Allora devi sapere che.. Aspetta! Cosa c’è per cena?”
“Per cena? Cosa c’entra? Comunque c’è il passato di verdura. Coraggio, adesso sono curiosissima: racconta tutto alla mamma”
“Facciamo così: tu mi fai mangiare la pasta al ragù invece che il passato e te lo dico”
“Cosa??? Scherzi? Non se ne parla nemmeno!”
“D’accordo. Telefono alla nonna allora”

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Diritti

Questa mattina ho attraversato a piedi una grande piazza che si era da poco liberata da una fitta nebbia per fare spazio al sole e tanti, tanti bambini. Ad accompagnarli i loro insegnanti, ad accoglierli una voce calda e tonante. Bambini e adulti erano lì in piedi, in una qualunque mattina di novembre, che segna una data importante, a ricordare una parola piccola che contiene significati grandi: Diritti. I diritti di bambini e adolescenti, perché nessuno li dimentichi e qualcuno li impari, camminando per mano in fila per due in una giornata di scuola un po’ speciale.

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Lasciate che i pazzi vengano a me

Corsia detersivi di un famoso ipermercato. Una donna che tiene in bilico i soliti quarantasette prodotti che all’ingresso non aveva intenzione di comprare, visto che l’unico acquisto necessario era il caffè, ma che é preda ideale di ogni subdola strategia di marketing. Sullo sfondo un uomo col berretto celeste, probabilmente un pensionato. Alle spalle di lei, improvviso e inaspettato, il “click” dello scatto da cellulare. Lei che si volta stupita, lui che infila svelto in tasca il telefonino, imbarazzato.
“Ehm.. mi scusi signorina, le ho fatto una foto ai capelli”
“Mi ha fotografato i capelli?? Mi prende in giro?”
“Veramente.. non so come spiegarglielo. È che vorrei mia moglie con lo stesso colore, e allora a casa le faccio vedere la foto così magari si convince che sta bene e il rosso è un colore che possono portare tutte le donne”

Ora. Che io rimanga senza parole è veramente cosa rara, ma il signore col berretto è riuscito nella ragguardevole impresa. Io me ne sono andata, in compagnia dei seguenti amletici interrogativi:
1. ho incontrato uno psicopatico?
2. È un pensionato seriale che fotografa chiome per vizio?
3. È un uomo meraviglioso che pensa ancora alla moglie nonostante i numerosi -mi immagino- anni passati insieme?
4. Mi devo offendere per quel “è un colore che possono portare tutte le donne?”
5. Devo essere lusingata perché mi ha chiamato “signorina”, quando manca poco che i giovani mi cedano il posto sull’autobus?

Se qualcuno potesse aiutarmi a far luce sull’accaduto ne sarei profondamente grata.

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A colloquio

Come per ogni genitore con figli in età scolare, si è aperta ufficialmente la stagione dei colloqui con gli insegnanti. Il padre o più frequentemente la madre dello studente o della studentessa ha diverse possibilità per farsi un’idea più precisa dell’andamento scolastico del proprio figlio, che tornato da scuola risponde “bene” a qualunque domanda da “come è andata oggi” a “cosa c’era di buono in mensa”. L’impresa oggi è più impegnativa rispetto al passato, grazie o per colpa della solita tecnologia che ha spazzato via come una raffica di vento libretto e verifiche dove mettere la propria firma in favore della consultazione on line del registro elettronico, dopo essersi iscritti e avere effettuato l’accesso con l’ennesima password. E considerato che non siamo tutti Steve Jobs non è sempre facile avere un’idea del percorso didattico del proprio figlio, che racconterà in famiglia solo quello che più gli fa comodo “ah no, la verifica è andata male a tutta la classe”, salvo poi scoprire con la professoressa che il giovane bugiardo ha scritto nel test di italiano che i Promessi Sposi si chiamavano Romeo e Giulietta e che nella prova di geografia ha inserito la Namibia fra gli stati europei. L’ignaro genitore, seduto su una sedia di plastica dall’altra parte della cattedra si sentirà esattamente come quando era lui a frequentare le scuole dell’obbligo, sgretolando così anni di paziente costruzione di autostima e sicurezza in se stesso. Va detto che probabilmente ha dovuto prendere una settimana di ferie per fare il giro completo di tutti gli insegnanti -senza saltarne nessuno, per carità poi non pensino che non si prende sul serio la materia- oppure, se ha già esaurito tutti i permessi e rischia il licenziamento può comodamente optare per i colloqui generali, con un’affluenza di persone che neanche a Roma per il Giubileo. Con attese di poco inferiori a quelle riscontrate per visitare il padiglione del Giappone dunque, il genitore ormai allo stremo potrà scoprire a fine giornata -da un insegnante altrettanto stremato- che il figlio considerato da familiari e amici un angelo in realtà necessita di un esorcismo da parte del professore di religione; che tutto quel materiale che ha fiduciosamente acquistato per la figlia non è mai stato richiesto e soprattutto si sentirà ripetere l’imperitura frase che prima di lui hanno sentito i genitori e probabilmente i nonni e davanti alla quale nessun adulto sa mai cosa rispondere “suo figlio/a ha le capacità, ma dovrebbe impegnarsi di più”

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