Felicità

Ballare in cucina ancora in pigiama, con le mani bagnate dopo aver sciacquato un bicchiere di succo, sulle note di una canzone da adolescenti, con una bimba in canottiera che saltella felice, un’altra che abbraccia il micio convalescente incurante delle pulci appena scoperte, il grande che piega la divisa della squadra fischiettando, prima della partita nel famoso palazzetto. Riporre la candela accesa ieri sera con una preghiera, in una domenica ormai fredda, come è giusto che sia. Essere grata per la normalità che ti circonda, e per il nuovo che ha fatto capolino nella tua vita e anche se ancora non sai ti strappa un sorriso con un pensiero, perché a volte l’inaspettato è più bello del previsto. Fermare la macchina perché ti scappa di scrivere, in una domenica di novembre così uguale e allo stesso tempo tanto diversa.

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Lui è tornato

Amiche e amici, con gioia vi annuncio che Felix il felino è tornato a casa, e trattandosi di gatto nero il giorno prescelto è stato venerdì tredici, ché a noi la superstizione ci fa letteralmente un baffo. Con un elegantissimo collare elisabettiano, una milza in meno e un bel po’ di punti che, fossero su una tessera, darebbero un premio grande. Il nostro premio è che ora il nostro peloso parente è di nuovo qui, insieme a noi, pur essendosi giocato sei delle sette vite normalmente in dotazione.
Ora tocca solo pagare il meritato seppur salatissimo conto alla dottoressa brava e dolce, motivo per cui ogni componente della famiglia ha deciso di rinunciare a qualcosa per dare un contributo. Qualcuno si priverà delle fighissime e tecnologiche scarpe da running tanto desiderate (indovinate un po’ chi) altri delle carte di yu-gi-oh nuova espansione (qualunque cosa voglia dire), una ragazza rinuncerà all’acquisto di un libro nuovo “scusa, ma da quando leggi?””volevo giusto cominciare, ma aspetterò”, per arrivare a una bimba che ha deciso di rinunciare alla villa di Barbie Malibù -che costa come un bilocale zona stazione- perché tanto “può portarla babbo natale”
Per adesso, bentornato a Felix.

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Vita mondana

L’altra sera sono uscita dopo cena, come capita all’incirca due volte al mese, per andare a lavorare. Va detto che per me uscire la sera è una fatica epica, un dazio da pagare troppo alto, giustificabile solo da motivi di inconfutabile importanza come la lezione di zumba di Rolando, e che se potessi alle nove di sera sarei già in pigiama, sul divano con la coperta, i figli appollaiati intorno e la crema idratante sulla faccia.
Va detto anche che queste occasioni, sebbene siano di lavoro, sono momenti preziosi dei quali sono grata, perché mi regalano confronto, idee e opinioni di persone interessanti con le quali è un privilegio passare del tempo. Persino se è di sera e devo prendere l’autostrada col buio.
Il problema qui è il figlio maggiore, che mal tollera questa scintillante vita mondana della madre. Il primogenito preadolescente non si capacita che la sua mamma possa lasciarlo proprio al momento della buonanotte, anche se non è abbandonato ma affidato, con le sorelle, alle amorevoli cure della sua amata baby sitter. Si comincia dal look. “Ma ti servono i tacchi? Perchè queste scarpe? Mi sembrano inadatte all’occasione” pontifica il giovane guru della moda, che considera il massimo dell’eleganza la tuta gialla e viola dei Los Angeles Lakers. “Ti trucchi? Come mai? Lo sai che sei più bella senza niente sulla faccia”. Certo, adesso lo dico anche alla fata turchina e agli unicorni. “Ancora mi chiedo che bisogno c’era di farsi i capelli rossi. Stavi così bene scura” decreta l’ambasciatore dell’hair styling, dall’alto del casco di banane che ha in testa.
“Ma a che ora torni??” “Torno quando dormi già” “Ma come faccio a dormire se so che sei in giro la notte”. Che, detta così, può pure far pensare male.
Insomma, immagino che per farla finita con questa storia dovrò aspettare ancora un po’, quando sarà lui quello abbastanza grande per uscire la sera, e io mi divertirò a demolire il suo look e la sua pettinatura. Certo, mi toccherà pure aspettarlo sveglia, ma pazienza.

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Di confessioni e silenzi

A insospettirla era stato il silenzio, l’assenza di risate, urla o mazzate. L’esperienza le ha insegnato che quando pace e tranquillità convivono con tre fratelli nella stessa stanza qualcosa di malvagio sta accadendo o è in procinto di accadere.
C’è stata la volta in cui la cameretta si era trasformata nel salone del parrucchiere e i due grandi stavano tagliando la frangia alla piccola con le forbici trinciapollo; in un’altra occasione sempre la terzogenita era stata invitata dai fratelli infingardi a bersi un cicchetto di detersivo per lavatrice, che aveva avuto come conseguenze un castigo epico, un po’ di mal di pancia e l’emissione di bolle di sapone nel pannolino della piccoletta per alcune ore. Con un amico invece era stata costruita una ingegnosa carrucola con il catino dei panni per trasportare il gatto sul piano alto del letto a castello.
Per questi motivi ieri pomeriggio, a cospetto di tanto silenzio, si è sentita in diritto di origliare dietro alla porta chiusa della loro stanza.
“Schifo, schifo, schifo. Non ci sono altre parole per definirlo. Se ci ripenso mi vengono i brividi.”
“Ma cosa dici tonta, è una cosa naturale”
“Sarà naturale per te, che sei nato strano. È una cosa schifosa”
“Ma dai, non può essere così terribile!”
“Tu sei piccola e certe cose non le puoi capire”
“Sì che le capisco, me lo ha spiegato la mamma come si fanno i bambini quando andavo all’asilo e le ho chiesto come ci era entrato quel bambino nella pancia della sua amica. Io so tutto”
“Eh no, tu credi di sapere tutto. Ma i dettagli…quelli sono incredibili”
“Dimmeli! Dimmeli!”
“Sei matta? Non puoi dirglieli, è piccola!”
“Basta!! Io non sono piccola! Lo volete capire? E se non me lo dite voi lo chiedo alla mamma. Mammaaaaa?????”

A scuola, nelle ore dedicate al progetto sull’affettività, la solita coraggiosa maestra ha spiegato a una classe di bambine e bambini sghignazzanti per l’imbarazzo in che modo è avvenuto il loro concepimento, da dove sono arrivati e come. Ma soprattutto, tecnicismi a parte, ha raccontato loro che sono qui per un gesto d’amore, anche se quell’amore tra i genitori, oggi, magari non c’è più. Lo ha fatto con parole semplici e sguardi diretti, senza imbarazzo e con naturalezza, sorvolando su battute e mezzi sorrisi. Lo ha fatto per chi non ha ancora trovato le parole giuste per rispondere alle domande dei propri figli, per quei bambini che avrebbero voluto chiedere ma non ne hanno avuto il coraggio, lo ha fatto per chi come me ha cercato di spiegare tutto ma è ben felice di essere aiutata.
Mi sa che la settimana prossima le porto anche la piccola.

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Felix

Lui ha il passo silenzioso, l’andatura elegante e gli occhi più verdi che io abbia mai visto. Vive con noi da nemmeno tre anni ma è come se ci conoscessimo da sempre. Lui è Felix il felino, gatto di casa nonché quarto figlio acquisito. Quello che è stato scelto da un bambino emozionato in una cesta di mici smarriti, quello che ha avuto bisogno di essere cullato come un neonato la prima notte passata a casa, quello che potremmo definire un due al prezzo di uno o un all in one, perché madre natura, con l’aiuto di mamma gatta, l’ha fatto nascere un po’ gatto e un po’ gatta, un po’ Felix è un po’ Felicia. Da qualche giorno l’amato felino è ricoverato da una brava e dolce dottoressa che l’ha ripreso per un soffio da morte certa. La casa è sembrata più vuota e silenziosa senza il suo miagolio insistente per avere la pappa, dolce per essere coccolato da uno dei bambini, che lui considera probabilmente fratelli, polemico quando nessuno gli apre la porta. Che quattro zampe e una coda potessero occupare tanto spazio non mi stupisce ma non finisce di sorprendermi. Quindi, caro il nostro Felix, fuori le unghie e cerca di tornare a casa presto. Qui ci sono una ciotola e tre bambini che ti aspettano.

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Profonde ingiustizie

“Amore che c’è? Mi sembri arrabbiata. È successo qualcosa?”
“Non sono arrabbiata. Sono furibonda, ecco. In questa casa non conto niente, sono la figlia della fioraia”
“Portinaia, tesoro, si dice portinaia. Ma comunque, hai voglia di raccontarmi cosa ti ha fatto infuriare?”
“Tu”
“Eh già, ti pareva non fosse colpa mia. Come il surriscaldamento del pianeta, la fame nel mondo e le guerre”
“Cosaaa??”
“Niente, scherzavo, scusa. Allora piccola, vuoi dirmi cosa ho fatto per farti arrabbiare.. pardon, infuriare?”
“Non è quello che hai fatto, è quello che NON hai fatto”
“Di bene in meglio. Dunque: cosa NON avrei fatto per meritarmi questo?”
“Non hai scritto niente per me. Ai fratelli hai scritto tutte quelle cose belle che loro neanche volevano leggere perché erano troppo lunghe. Ma se scrivi a me io leggo tutto, sai? Anche se è in corsivo, sono grande ormai”
“Oh tesoro, lo so che sei grande e capace. Ai fratelli ho scritto per il loro compleanno, lo sai. Quando sarà il tuo cercherò le parole più belle che ho nel cuore e nella testa, promesso”
“Ma quanto manca?”
“Piccola, il tuo compleanno è a giugno”
“E allora?”
“E allora mancano sette mesi, Natale, carnevale, Pasqua e la fine della scuola. Arriva l’estate e tocca a te”
“Così tanto?? Sono proprio la figlia della fioraia”

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Uomini duri

Il fine settimana appena concluso è stato qui da noi ad alto tasso di testosterone. Il venerdì la casa è stata teatro di un pigiama party riservato ai soli maschi e il sabato come sempre consacrato al campionato under tredici di pallacanestro. Da questa illuminante due giorni tutta al maschile ho tratto profondi insegnamenti, che vorrei qui condividere in ordine sparso:

1. tre preadolescenti che occupano una stanza per un’intera notte saturano l’aria con un afrore difficile da dimenticare;
2. i maschi al cinema costano più di pop corn e patatine che di biglietto d’ingresso;
3. dopo dosi potenzialmente letali di pop corn sono in grado di divorare a testa una pizza delle dimensioni di un disco volante;
4. una volta indossato il pigiama perdono ogni freno inibitorio e, pur essendo dei normali, beneducati e simpatici ragazzini si trasformano nella parodia di scemo e più scemo perché i maschi, da due in su, insieme fanno branco;
5. gli argomenti più gettonati sono scuola, sport e amici. Le femmine sono considerate ancora parte di un mondo lontano e misterioso. Lontano ancora per poco, misterioso probabilmente per sempre;
6. ascoltano musica rap ma si inteneriscono con il pop inglese. “Come si chiama questa canzone?” “Give me another.. another qualcosa, non mi ricordo””ah, bella”.

Nonostante tutto, al netto di tutte le fesserie uscite dalle loro bocche, standoli bene a sentire si può raccogliere il racconto di uno sguardo sul mondo degli adulti che li circondano. Adulti poco affidabili “quel prof è un deficiente, nel senso latino del termine. Sbaglia tante volte e, quando glielo facciamo notare, dice che lo fa apposta per vedere se siamo attenti. Figuriamoci”. Adulti assenti “il padre di x non lo sgrida neanche quando prende una nota o quattro in scienze. Non gliene importa niente. Del figlio”. Ma anche adulti assennati, dai quali si sentono -fortunatamente-guardati e protetti. Questo tempo tutto al maschile, così raro in questa casa dove le quote rosa prevalgono per numero e personalità, è stata per me un’occasione preziosa, per conoscere un po’ meglio questi ragazzini in continuo divenire e provare a intuire e immaginare i grandi che saranno domani.

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In attesa

Sarà capitato a tutti di aspettare una telefonata, una mail, un trillo dal mondo esterno e che fosse una priorità assoluta. Bene, non c’è niente di meglio che aspettare ardentemente qualcosa per non riceverla.
Ieri io aspettavo un messaggio, quindi sono stata con l’orecchio teso per sentire al volo il tanto desiderato segnale acustico, tra il vociare dei bambini prima, il traffico dopo e attenta ad ogni piccola vibrazione quando ho dovuto silenziarlo al lavoro. Durante la giornata ho quindi ricevuto, tra gli altri:
-numero ventotto whatsapp dal gruppo “le amiche del cuore” nel quale è stato subdolamente inserito il mio numero essendo la figlia di mezzo sprovvista di suo cellulare (che, tra l’altro, comincio a pensare sia stata una astuta e malvagia manovra per averne uno suo, prendendomi per sfinimento all’ennesimo “ding!” del gruppo di cui sopra);
-un messaggio da parte del negozio di abbigliamento bambino per propormi un’offerta irrinunciabile sui “must have autunnali under dieci” (testuali parole);
-venti mail di groupon con la possibilità di mangiare polenta e asino fino alla fine dei miei giorni;
-due newsletter da cui non riesco a cancellarmi nonostante le abbia provate tutte, a parte prendere a testate lo schermo dell’IPhone;
-un mms di mio zio con la foto del gatto travestito per hallowen;
-una chiamata da parte del gestore telefonico che insiste a sostenere che io possegga due linee anziché una.
E, cosa lo dico a fare, il tanto atteso messaggio non è arrivato. O forse si è perso con tutto questo traffico, chissà. Mi sa che oggi spengo il telefono.

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Forever volley

È arrivata di corsa nel buio della sera, facendo le scale a tre a tre con grandi falcate e gridando “mamma” già dal secondo gradino. È entrata in casa come Taz il diavolo della Tasmania, travolgendo gatto e sorellina che si trovavano accidentalmente nella sua traiettoria. Si è buttata tra le mie braccia e con gli occhi pieni di stelle ha strillato “sono nell’under dodici!!!!!”
Lei è la figlia di mezzo, pallavolista da due anni, felicemente trascorsi a pascolare nel mini volley, che da ieri sera è ufficialmente passata, con le sue amiche, tra le fila della squadra da sei.
“Ti ricordi, mamma?? Eh? Ti ricordi quando l’anno scorso volevo lasciare tutto e non andare più agli allenamenti perché il mio bagher faceva schifo e tutte le battute finivano in rete? Ti ricordi che tu mi hai obbligato a continuare e..”
“Obbligato? Escludo di avere mai fatto una cosa simile”
“Si sì, eccome se mi hai obbligato. E poi mi hai fatto tutti quei discorsi noiosi sull’impegno, la fatica di imparare le cose nuove, ah! E poi mi hai raccontato di quando giocavi tu alla mia età ma c’era la tua amica che era tanto più brava di te..”
“Beh, tanto, non esageriamo..”
“Non mi interrompere: e tu eri triste ma ti piaceva così tanto la pallavolo che non hai lasciato, e poi abbiamo guardato su YouTube tutti quegli episodi di Mimì Ayuhara e tu ti ricordavi ancora la sigla..”
“Va bene va bene, tesoro, arriva al punto”
“Avevi ragione tu, mamma”

Quattro parole e una virgola. Non credevo bastasse così poco per sciogliere quel punto nascosto tra il cuore e la pancia, sentire le lacrime dietro agli occhi e essere felici come se fosse arrivata la convocazione in nazionale.

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Leggo dunque sono

Ognuno di noi nella vita ha il suo modo di rilassarsi, cacciare la negatività, i brutti pensieri e lo stress di una giornata in salita. C’è chi nuota, chi fa le torte, chi ne mangia. C’è chi si sfinisce in palestra, chi ricama e chi dipinge. Chi dorme e chi canta. Io leggo. Da che ho memoria la lettura ha fatto parte della mia vita, con le fiabe raccontate dalla mia mamma, i libri sui comodini dei miei genitori e in fila sulle mensole del salotto. Mia madre per qualche anno ha lavorato anche in una libreria e ricordo l’incanto di camminare tra quegli scaffali colmi di storie dalle copertine colorate. Mio padre invece era iscritto al Club degli editori, che ogni mese spediva a casa un catalogo con il libro del mese e una selezione di storie per il socio lettore. Ricordo l’arrivo dopo qualche settimana del pacco con i libri richiesti e l’entusiasmo di papà al ritorno da una giornata di lavoro che pregustava ciò che avrebbe letto la sera. Io leggo di tutto fin da piccola, un po’ perché da figlia unica ci si trova spesso con dei momenti di vuoto da riempire, un po’ perché ho scoperto presto la magia di una storia che ti incatena, portandoti in un tempo e in un luogo diversi e dai quali non vorresti tornare indietro. Al liceo tenevo spesso un romanzo all’interno del libro di testo, così che da fuori tutti pensassero che io stessi seguendo la lezione. Il guaio -o il vantaggio, non so- è che nella lettura io mi astraggo, mi perdo e mi dimentico, ma soprattutto non ascolto. Una mattina, durante una lunga lezione di italiano, mi sono sentita chiamare più volte e quando ho alzato gli occhi dal libro che stavo leggendo ho incrociato gli sguardi di compagni, compagne e professoressa in attesa di una mia risposta. “Allora Boggio, quindi tu sei d’accordo?” mi ha incalzato nuovamente l’insegnante. Peccato che io non avessi la più pallida idea di quale fosse l’argomento, presa com’ero dalle mie letture alternative. “Ehm.. Dunque..si, certo che sono d’accordo” ricordo di avere risposto, tra le facce perplesse dei miei amici. Mi ero appena dichiarata a favore della pena di morte, grazie alla mia puntuale disattenzione. Da allora ho letto di tutto, dai romanzi rosa agli horror, dalle biografie storiche ai trattati di filosofia, da cinquanta sfumature alle fiabe. Ogni sera, da che sono piccolissimi, leggo ai bambini una storia diversa prima di dormire, un rito sempre uguale che pacifica loro e rasserena me. Vorrei che anche i miei figli amassero la lettura, che trovassero conforto e compagnia da un libro accanto al letto, un modo diverso ma buono per lasciare almeno per un po’ i problemi e le preoccupazioni altrove. Per ora non posso dire di esserci riuscita, perché il primogenito preadolescente preferisce il pallone da basket e gli amici, l’incostante secondogenita avrà cominciato cento libri senza mai andare oltre la pagina cinque, la più piccola passa i suoi pomeriggi in cortile a giocare. Ma tutti e tre amano ascoltare le storie e hanno da sempre memoria di una mamma con il libro in mano. Io ho buttato un seme, ne sono certa. Resta solo da capire quando germoglierà.

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