Feliz Santo

Conosco una donna molto speciale, e oggi è il suo onomastico. Se penso a un aggettivo che la definisca quello è coraggiosa. Con la vita, le persone, le difficoltà e se stessa. Una donna capace di impastare la crostata con la stessa facilità con cui sale su una scala armata di motosega per potare gli alberi del suo amato giardino, che monta l’armadio della camera dopo il trasloco e fa l’orlo ai pantaloni di una figlia ancora incapace di cucire, che guarda con amore i suoi nipoti e sceglie un giorno a caso sul calendario per farlo diventare la loro personalissima festa, che li lascia mangiare la pizza sul divano abbracciati al cane, che gli offre di merenda la polenta avanzata. Una donna capace di curare da sola il suo giardino, fare l’orto e tagliare la legna, che disegna come un angelo e lascia biglietti per dirci che ci ama. Una donna con una grande casa abitata da due gatti, un cane, due tartarughe di terra che l’hanno resa nonna di tante piccole tartarughine, tenute al caldo sotto una lampada rossa fino all’arrivo della primavera. Una donna che ti sorprende con un bellissimo regalo a febbraio, anche se il tuo compleanno è ad aprile, perché voleva vedere subito la tua espressione mentre scarti il pacchetto colorato. Una donna che dimentica ricorrenze e feste comandate ma riconosce la tristezza da un “pronto” al telefono.
Una donna, la mia mamma. E allora buon onomastico da chi, come te, se ne dimentica sempre.

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Drammi infantili (e non)

Ha aperto gli occhi sul nuovo giorno e ha cominciato a piangere. Ha versato tutte le sue lacrime dal letto al bagno, dal bagno alla cucina, dalla cucina alla sala. Ha pianto mentre faceva la pipì, quando si infilava la maglia nelle mutande come dice sempre la nonna e pucciando i biscotti nella tazza di latte. Ha intonato un lamento che neanche le prefiche ai funerali, a riprova che il sangue non è acqua e quel quarto di sicilianità che le scorre nelle vene ogni tanto si fa sentire. Ha continuato a singhiozzare fino al cancello della scuola, dove per non fare brutte figure si é asciugata gli occhi, soffiata il naso e con uno smagliante sorriso ha dichiarato ai compagni “ho gli occhi rossi perché sono allergica a matematica alla prima ora”. Il motivo di cotanta disperazione è presto detto: ieri la piccola sarebbe stata l’unica della famiglia ad andare a scuola, mentre i fratelli avrebbero trascorso una eccitante e avventurosa mattinata con la mamma dal dentista. E dire che le abbiamo pure taciuto la nostra colazione al McDonald’s, altrimenti una chiamata al telefono azzurro non ce la toglieva nessuno. Inutile aggiungere che ad avere più voglia di piangere e disperarsi era proprio la mamma, che ha dovuto spostare un bel po’ di appuntamenti per il benessere orale dei figli maggiori, attraversare l’intera città e trascorrere quattro lunghissime ore nella sala d’aspetto del presidio odontoiatrico. Quando finalmente i tre sono riusciti a rivedere la luce, si è reso necessario un passaggio in edicola, per medicare i sorrisi doloranti. Io comincio a dirlo qui: settimana prossima il dentista tocca a me, cerco qualcuno che dopo mi porti in edicola, o al bar per un cappuccino, insomma che si prenda cura di me, tanto per cambiare.

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Del contouring e altre amenità

Sono pochi i negozi in cui entrando mi sento così profondamente inadeguata e fuori posto come le profumerie. Tanto per cominciare ho dei problemi con gli odori troppo intensi, anche se si chiamano Dior Sauvage e costano come fare il tagliando alla macchina. Entrare quindi in un locale dove sembra essere esplosa l’intera produzione dei deodoranti per ambiente Glade mi provoca immancabilmente tosse secca e lacrimazione abbondante. Poi ci sono loro, le commesse. Giovani, belle, capelli e trucco perfetto; coscientemente tu sei consapevole che devono essere così per vendere prodotti di bellezza, ciononostante l’autostima vacilla dopo i primi cinque minuti in negozio, tra le graziose fanciulle e gli specchi disseminati a ogni angolo. Ieri però dovevo assolutamente acquistare il fondotinta finito e mi sono quindi avventurata in questo antro chic e profumato. La zelante commessa che sembrava uscita dalle pagine di Vanity Fair mi ha subito proposto e elencato un numero tendente a infinito di correttori, creme base, fondotinta, cipria e fard rigorosamente antirughe. L’irritazione è svanita, trasformatasi in sdegno, quando ho visto i prezzi e calcolato che tutto il pacchetto di restyling mi sarebbe costato come l’intero pranzo della comunione. E poi, le domande. “Signora, cosa utilizza di solito per il contouring?” Il vuoto. Ero più preparata all’esame di filosofia teoretica del secondo anno, del quale avrò capito si e no una pagina o due. “É attrezzata con il materiale per stendere il fondotinta?” Panico. Perché, non bastano le mani? Avrei voluto chiedere ma mi sono trattenuta perché ho intuito non fosse la domanda giusta da fare. Alla fine, resistendo stoicamente alle profumate proposte della signorina, che mi avrebbero resa bellissima e splendente dalla prima applicazione, me ne sono andata con il modello base di fondotinta per pelli mature. Se quello non basterà pazienza, c’è sempre il filtro di Instagram. Che è pure gratis.

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Domenica bestiale

“Anche tu qui, la domenica?”
“Si, la spesa non guarda in faccia a nessuno e non santifica le feste. Soprattutto quando festeggi il compleanno di un figlio in ritardo e invece di cavartela con la pizza per scantonare la cena ti tocca preparare primo secondo e contorno perché “mamma mi piacerebbe tanto”
“Io sono qui per il correttore, non quello delle occhiaie come si potrebbe facilmente intuire ma lo sbianchetto, come lo chiamavano una volta, perché mio figlio non può assolutamente continuare i compiti senza. E a casa ho una sedia occupata dai panni da stirare che ormai arriva al soffitto”
“Ah, non me ne parlare. Io nel fondo della cesta ho ancora canotte e shorts. Finisce che li stiro in tempo per la prossima estate”
“Io dovrei anche lavorare un po’, ma non so se oggi ce la faccio.”
“Io devo trovare cinque foglie di colore diverso per il compito di scienze della piccola. O meglio, mia figlia le dovrebbe trovare ma se vado adesso nel bosco con lei per cercarle addio cena, panni e sistema nervoso. Quindi mi fermerò al ritorno all’ingresso della pista ciclabile e ne raccoglierò qualcuna. Non sarà educativo ma si chiama sopravvivenza.”
Le due, un po’ più sorridenti per la breve ma salvifica condivisione, si sono salutate alla cassa fai da te e sono andate ognuna per la propria strada. La mia, neanche a dirlo, era quella della ciclabile dove ho raccolto un numero imprecisato di foglie colorate, cacche di cani e ortiche. Chissà se alla maestra andranno bene.

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Un tuffo nel passato

Stamattina presto, mentre tutti dormivano, sono uscita a correre. C’erano pace, tranquillità e un sole spuntato da poco a farmi compagnia. Il mio mondo ideale, insomma. Le macchine in giro erano poche e quasi non mi sono accorta quando una di queste ha rallentato accostandosi vicino a me. Ho sentito una voce e qualcuno che diceva il mio nome con tono interrogativo, mi sono voltata e al volante c’era lui. Lui, il grande amore dei miei quindici anni, quello che mi ha spezzato il cuore limonando con la ragazzina che più odiavo nella scuola per tutto il viaggio in pullman durante una gita scolastica, per il quale ho pianto tutte le mie lacrime chiusa nella mia cameretta ascoltando l’opera omnia di Marco Masini convinta, come ogni adolescente degna di questo nome, che mai più sarei stata felice e sarei invecchiata sola in compagnia di tre gatti. Quello che speri di incontrare da grande bella come il sole, con i capelli splendenti e vaporosi, il trucco perfetto e il tacco dodici, così da fargli mangiare le mani fino ai gomiti e prendere a testate il muro per averti lasciato andare. E invece. Questa notte il gatto ha deciso di dormire vicino a me scatenando la mia latente allergia, e i miei occhi stamattina erano rossi e venati come quelli del mio amico Walter al settimo giorno di vacanza nei Coffee Shop di Amsterdam. I capelli grazie all’umidità mattutina sembravano cotonati con la corrente a 220 volt e ricordavano quelli di Krusty il Clown. Per non svegliare nessuno accendendo la luce poi, avevo indossato una felpa a caso, che si era poi rivelata quella della mia figlia decenne, sicuramente già alta ma con quelle tre o quattro taglie meno di me. L’insieme dunque non era il più favorevole, anche se sarebbe stato perfetto ieri sera per fare dolcetto o scherzetto. Pure lui comunque non mi è sembrato al massimo della forma, soprattutto perché non c’era quasi più traccia della folta chioma corvina che aveva incantato ai tempi tante liceali come me. Rivedersi è stato strano, come quando incontri il macellaio in posta, sai che lo conosci ma non riesci a ricordare chi sia, senza il grembiule del supermercato. Ecco, mi sa che il passato sarebbe meglio lasciarlo dov’è, con i capelli e senza rughe, come in una bella fotografia chiusa in cassetto.

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Cronaca di una giornata in salita

Ci son giornate che inizi chiedendoti quanto male devi aver fatto nella tua vita precedente per meritarti in questa una tale sequela di sfighe. Ieri mattina alle sei e trenta c’era più sole fuori che dentro di me. Mi sono alzata più che negativa, nefasta, che a confronto il crudele gufetto che diffonde odio pare la fata turchina. L’unica cosa saggia da fare sarebbe stata rintanarsi sotto il piumone, come aveva velatamente suggerito la sveglia, defunta per sempre dopo il debole trillo che mi ha strappato al sonno. I bambini che, si sa, captano e percepiscono sentimenti e umori materni si sono prontamente adeguati mostrando dal risveglio il loro lato più oscuro e molesto. In ufficio mi aspettava un’allegra attività che porta il nome di rendicontazione, più conosciuta dagli addetti ai lavori come una delle sette piaghe d’Egitto. Il mio adorato computer mi ha dato il benvenuto avvisandomi che qualcuno nottetempo aveva cercato di entrare nella mia posta elettronica -che poi, poveretto, si sarebbe annoiato a morte visto il tenore delle mie conversazioni via mail- e mi ha quindi richiesto ennemila controlli prima di lasciarmela usare. Sbrigate tutte le mattutine incombenze è arrivata l’ora di riprendere i bambini a scuola, quindi mi sono diretta alla macchina dove mi sono accorta di non trovare più le chiavi. Credo di non essere l’unica a possedere una borsa che probabilmente comunica con un’altra dimensione, visto che scompaiono oggetti indispensabili e ne appaiono di stravaganti e inutili, uno su tutti il “mai più senza” grattaschiena della piccola. Ma questa volta non era colpa della borsa ma ancora della mia incurabile storditaggine che mi aveva fatto lasciare le chiavi direttamente inserite nel cruscotto. Roba che è più facile rubarmi la macchina che l’account di posta elettronica. Arrivata a casa ho trovato nella cassetta della posta una gentile missiva della compagnia telefonica, che ha deciso in autonomia di addebitarmi bollette per due linee, nonostante io ne possegga solo una. La gentile signorina slovena che ha prontamente risposto alla mia chiamata mi ha tranquillizzata spiegandomi in un italiano incerto che “sono cose che capitano”. Solo a me però, avrei voluto aggiungere. Il resto della giornata non ha -fortunatamente- riservato altre sorprese, se non il tranquillo tran tran pomeridiano di compiti che prevedeva studio in tandem con l’amico migliore del grande per la temutissima interrogazione di storia, letture varie e interminabili prove di flauto per la secondogenita e tautogrammi per la piccina (e adesso voglio vedere quanti di voi sanno di cosa si tratta e non vale cercare su google). Insomma, solo un’altra giornata di ordinaria follia.

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Caffè?

“Mamma, caffè o non caffè?”
Questa non è la gentile offerta di una bevanda calda, come potrebbe erroneamente sembrare. È la personalissima unità di misura dei miei rapporti amicali, che sempre la solita secondogenita ha ideato per capire in che rapporti io sia con la maestra, la mamma del suo compagno o il lattaio. “Caffè o non caffè” è la massima sintesi del “quanta voglia hai di passare del tempo con quella persona? Vuoi condividere un momento di chiacchiere con lui/lei/loro? Vuoi ascoltarli e raccontargli le tue cose?” E non solo. È un modo per provare a intuire come è fatto il mondo della mamma, quale bussola utilizza per orientarsi nell’intricato mondo delle relazioni con gli altri, chi vorrebbe come amici e perché. Qualche coordinata che aiuti anche lei, riservata ma tanto desiderosa di fare amicizie, a comprendere quale sia il modo giusto per farlo.
Inizialmente non ho gradito molto questa curiosità che sconfinava nell’intrusione, che si sommava e moltiplicava le consuete millemila domande del giorno. Ammetto però di essermi sbagliata, perché adesso anche a me capita, incontrando persone più o meno nuove della mia vita, di pormi la fatidica domanda. Ma la risposta più bella e geniale l’ho sentita dare dalla sorella piccola a quella grande. Alla domanda “ma tu con me il caffè lo prenderesti?” ha così risposto: “per il caffè sono piccola, ma con te mi mangerei pure una teglia di lasagne”.

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Cosa si mangia?

E oggi, cosa preparo da mangiare?”
Tra tutti gli interrogativi esistenziali, le dissertazioni sui massimi sistemi e i dubbi di fede state pur certi che alla fine la domanda che le donne si pongono più frequentemente è proprio questa. Benché sia chiara e conosciuta la piramide alimentare, che cominciamo a studiare in seconda elementare e padroneggiamo meglio delle piramidi egizie, nonostante i milioni di siti, blog, riviste e libri dedicati a cosa portare in tavola e come farlo, sebbene su Facebook impazzino le foto di scenografiche e prelibate preparazioni, non si capisce come mai io finisca sempre per ripiegare sulla pasta al pesto. Con alcune varianti sul tema -pasta al ragù, lasagne e polpettoni- le mie giornate sono funestate dal desiderio di nutrire la mia famiglia in modo sano, così come raccomanda l’organizzazione mondiale della sanità e non smette di ripetermi il pediatra dei miei figli. Il problema è che, come per l’esame della patente, io sono preparatissima nella teoria ma carente nella pratica. Mi manca il tempo, probabilmente l’attitudine e di certo la costanza. Spesso le mie azioni sono guidate da entusiasmi quantomeno passeggeri, che per qualche giorno faranno arrivare sulla nostra tavola piatti che neanche a Masterchef (junior), completamente bio, di stagione, bilanciati, gustosi e genuini, con tanto di impiattamento artistico salvo poi, a entusiasmo calato, ritrovarmi nella corsia surgelati del supermercato a fare scorta di quattro salti in padella. Quanto queste dissennate abitudini alimentari nuocciano ai miei figli ancora non mi è chiaro. Di certo so solo che, pur mangiando tutti alla stessa tavola, fisicamente non potrebbero essere più diversi, per peso, per altezza e per voracità. Senza dimenticare la difficoltà di conciliare in un solo piatto l’intolleranza al lattosio, il precoce vegetarianesimo e le bizze varie (i pomodori si, mamma, però sbucciati). Posso dire di averle provate più o meno tutte: ho pianificato con cura scientifica il menù settimanale affinché pranzo in mensa e cena a casa fossero equilibrati, tenendo conto degli impegni miei di lavoro e dei ben più pressanti impegni sportivi dei bambini. Non ho però calcolato e tantomeno previsto che magari al mercoledì, dopo una giornata frenetica e stressante la mia capacità di fronteggiare malumori e capricci davanti al passato di verdura sarebbe stata pari a zero e avrei preso il telefono e ordinato la pizza o preparato la pasta al sugo che -nove volte su dieci- i bambini hanno già mangiato a pranzo. E così la mia schizofrenia alimentare va avanti, tra un bastoncino findus e un arrosto con spinaci, un’insalata di quinoa e un bon roll, senza dimenticare che al venerdì a scuola è obbligatoria la merenda vegetale e che il budino alla fragola NON vale come frutto.

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Fraintendimenti

“Mamma, dobbiamo parlare”
“Ciao tesoro, vieni. È urgente o posso finire di impastare il polpettone?”
“Il polpettone può aspettare”
“Caspita, che faccia scura. Va bene, mi lavo le mani e sono da te. Fatto, dimmi”
“Mi hai mentito. Mio fratello mi ha detto tutto”
Il momento è giunto. Panico. Deglutisco. Respiro. Mi avvicino e le prendo la mano fra le mie.
“Amore, so che adesso sei dispiaciuta e anche arrabbiata, ma posso spiegarti”
“Non c’è niente da spiegare, come hai potuto??”
Lacrime. Disperazione.
“Calmati e ascoltami. Sembra una bugia, ma in realtà è un modo per tenere viva la magia, credere in qualcosa di incantato, nutrire la fantasia. Babbo natale..”
Le lacrime si arrestano. Tira su col naso, mi guarda perplessa.
“Mamma, cosa c’entra Babbo Natale col fatto che non posso venire al pigiama party di Jacopo per il suo compleanno?? Mia sorella me la sono tenuta attaccata come una cozza per tutta la mia festa, non è giusto!”
“Ah, sì certo, il pigiama party! Ehm..diciamo che ho pensato che tu e tua sorella vi sareste divertite di più dalla nonna..”
“Si si non importa, vai avanti con l’altro discorso: cosa dicevi di Babbo Natale?”
“Sai cosa ti dico? Alla festa di tuo fratello puoi venire anche tu!”
“Ma io dicevo..”
“Senti anche tu amore? Le amiche ti chiamano! Vai pure a giocare, i compiti li facciamo dopo”
“Mamma, sei sicura di stare bene?”
“Certo”

Per questa volta è andata, ma la verità non è lontana.

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Wedding

Lei era bellissima, di viola vestita e con un sorriso abbagliante, nonostante le due tachipirine mille prese poco prima ché, si sa, le emozioni forti giocano brutti scherzi. Aveva un coloratissimo bouquet di gerbere, da sempre i suoi fiori preferiti. Lui era elegante e affascinante nel suo abito blu scuro e la camicia in tinta col vestito di lei, rigorosamente senza cravatta, come richiesto dalla sposa. Sorrideva a tutti come un bambino che sotto l’albero ha trovato il regalo tanto desiderato. Testimoni per entrambi le figlie di una e dell’altro, incantevoli in piedi a fianco a loro nella sala matrimonio del comune. Testimoni nel senso più vero e reale del termine, perché cresciute insieme a quell’amore che eravamo tutti lì a celebrare. Lui osservava lei con uno sguardo che parlava di felicità, orgoglio e amore. E soddisfazione anche, per essere arrivati dopo diciassette anni a potersi chiamare marito e moglie. E per essere guardate così forse vale la pena aspettare tanto tempo. Quella che è cominciata dopo più che una festa è stata una sagra, come nello stile degli sposi. Si è mangiato, bevuto (soprattutto), ascoltato e ballato la musica dal vivo di un gruppo che per loro è di famiglia, visto che uno dei componenti è il fidanzato della mia bella nipote, figlia della sposa. Loro, gli sposi, hanno ballato una bellissima versione di Tunnel of love come se al mondo fossero soli, occhi negli occhi, sorrisi a specchio. Le figlie gli hanno fatto dono di un grande quadro, collage di questa storia d’amore. Perché deve essere amore se si decide di dire sì quasi alla vigilia della maggiore età di una relazione. Perché è per forza amore se lui la guarda emozionato e lei ride di cuore -ancora- alle sue battute.
Perché se è vero che tutti si meritano la felicità, forse loro se la meritano un po’ di più.
Viva gli sposi!!

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