Letterina

8 dicembre 2015

Caro Babbo Natale,

rieccoci qui, come ogni anno, puntuali e inesorabili. So di non essere esattamente una bimba in età da letterina, ma confido nella tua tolleranza. Comincio col chiederti scusa perché la nostra casa non è stata ancora addobbata e decorata nonostante manchi così poco al giorno x. Non è per mancanza di voglia, energia o spirito natalizio, eh. La buona notizia è che ho trovato l’albero (stava nell’armadio dei giacconi pesanti, non chiedermi perché), la cattiva che sono ancora alla ricerca del maledetto scatolone con le decorazioni, inghiottito in qualche anfratto polveroso del garage. Per rimediare la figlia di mezzo, creativa di famiglia, sta producendo a ritmo sostenuto stelle, ghirlande e addobbi di ogni genere con il solo aiuto di cartoncini colorati, colla e forbici. Nel frattempo è spuntato chissà da dove- ma la principale indiziata è la piccola- un cd di canzoni natalizie, così mentre una sorella ritaglia l’altra canta felice, con un cappello rosso sulla testa. Il maggiore, coerente con l’età, prende le distanze e fa un po’ il sostenuto, ma qua e là si cominciano a intravedere le prime crepe e ieri è andato a casa di un amico per aiutarlo a fare l’albero. Persino il gatto miracolato sembra giovare dell’atmosfera di festa e, terminata la convalescenza, ha ricominciato a uscire di casa. Insomma, che altro posso chiedere di più? Beh, un paio di idee le avrei, se sarai così paziente da ascoltarmi. Prometto che sarò breve e concisa.

1. Pazienza e tolleranza, così, in un pacchetto unico. Pazienza da usare e da regalare, ché stare vicino a me può anche essere faticoso; tolleranza verso quello che non capisco, non condivido e magari mi fa arrabbiare;
2. tempo: lo so, ventiquattro ore non sono poche e forse basterebbe usarle meglio; prometto di impegnarmi a ottimizzarle, se tu mi regali il giovedì sera per andare a zumba con la mia amica;
3. lentezza: sono stufa di correre senza arrivare veramente da nessuna parte. Voglio camminare, respirare, osservare con calma, con piacere e senza affanno;
4. questa ultima non è una richiesta ma -guarda che brava- una restituzione. Riprenditi pure il multitasking, grazie, e donalo a chi ne ha più bisogno. Io, che per anni mi sono sentita potente e fighissima nel fare il ragù mentre interrogavo una figlia in storia, coloravo un cielo infinito sul libro di religione della piccola, giocavo a carte di yu-gi-oh! col grande mentre scrivevo una mail di lavoro, ora mi interrogo sul senso di questa efficienza a tutti i costi, neanche fosse una gara alla donna e mamma più brava. Perché tanto io prima non credo di essere mai arrivata.

Ho finito, mi sembra. Adesso vado a mangiare qualche cioccolatino dal calendario dell’avvento che, ti confesso, è il vero motivo che mi spinge all’acquisto. Più che il conto alla rovescia, direi che non tengo il conto delle calorie.
A presto,

Barbara

ps se per caso ti avanza una villa di Barbie a Malibu, sull’oceano o sulla cima della montagna non farti scrupoli e lasciala pure qui, grazie.

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Come un mare in tempesta

La preadolescenza del figlio maggiore sta mettendo a dura prova i già precari equilibri di questa famiglia. Ieri pomeriggio il giovane inquieto e tormentato ha urlato tutto il suo dolore e la sua indignazione per avere ricevuto un no come risposta da sua madre. Le sue spiccate inclinazioni al dramma magari un giorno faranno di lui un grande attore, ma per il momento gli fanno guadagnare solo un pomeriggio in camera sua. La madre, che di mestiere fa l’educatrice, che per anni ha lavorato con adolescenti di ogni genere e ha sviluppato una pazienza da far invidia a Giobbe, ha chiuso in un cassetto tutta la sua competenza pedagogica e lo ha spedito, furiosa, proprio in camera sua. Questo armonioso pomeriggio ha lasciato le bambine perplesse e confuse.
“Mamma, cosa succede a mio fratello? Perché ti parla così? Perché si dispera?”
“A me sembra che si trasformi in un gremlin, come i mostri dei film”
“Tranquille bambine, è tutto sotto controllo, qui l’unico mostro si chiama preadolescenza e dobbiamo farci i conti, perché vivrà con noi ancora per un bel po’”
“Perché???”
“Perché adesso tocca a lui, ma poi sarà il vostro turno. È inevitabile. Per diventare grandi si passa anche da lì”
“Lo dicevo io che era una fregatura diventare grandi”
“Ah no, a me non succederà mai! Io non sarò mai così arrabbiata e scontrosa! Mai, te lo giuro!”
“Aspettiamo e vediamo, va bene? Tanto adesso il problema non si pone, siete ancora piccole”
“Mamma, ma non è che se lui grida così forte tu non gli vuoi più bene?”
“No piccola, tranquilla. Non esiste un urlo così forte da non farmi sentire il bene che vi voglio. È come quando il mare è in tempesta, ricordi? Tutto si fa scuro, c’è il vento, la pioggia e le onde impazzite. Ma poi pian piano si calma e il mare è sempre lì, grande e placido come prima”
“E io ci posso fare il bagno”
“Già, e tu ci puoi fare il bagno”
“Mamma?”
“Dimmi”
“Posso avere un gelato? Tutto questo parlare di mare mi ha fatto venire fame”

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Di mariti e caffè

Bar del supermercato, pausa pre-spesa.
“Mi scusi, posso offrire io il caffè?”
Ecco. Chi è già passato di qui sa che la frase in questione si è già sentita e letta altre volte, ma questa, fidatevi, è tutta un’altra storia. Lo è perché il proprietario della voce che ha pronunciato la gentile offerta non era, come al solito, un fuggitivo dal reparto di salute mentale né un anziano in gita col centro diurno, ma un giovane e affascinante uomo con un bel sorriso. Il quale ha però tenuto subito a sottolineare la vera natura della sua gentilezza, onde evitare fraintendimenti.
“Tu sei Barbara, vero? Ti ho riconosciuta dalla foto del tuo profilo Facebook. Mia moglie non ti conosce di persona ma ti legge tutte le mattine e sorride sempre un sacco. Abbiamo un bambino piccolo e lei per ora sta a casa con lui. Se le racconto che ti ho incontrata e non ti ho neanche offerto un caffè sai quante me ne dice. Quindi, pago io” ha detto portando via il suo bel sorriso e lasciandomi sola con qualche pensiero, che condivido con tutti ma soprattutto con la moglie in questione: amica che non mi conosci di persona, intanto grazie. Far sorridere qualcuno con le proprie parole è quanto di più bello si possa ottenere. E poi, soprattutto, brava. Un marito così, che sa cosa leggi, cosa ti fa sorridere e che forse intuisce la fatica di stare a casa con un bimbo piccino non è cosa di tutti i giorni. Mi immagino che te lo sia meritata, quest’uomo, che tu lo abbia educato e coltivato. Tienlo stretto, mi raccomando.

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Spese pazze

Esiste un luogo di aggregazione, conoscenza, confronto e ritrovo e spesso mi è capitato qui di parlarne, probabilmente per l’inaudita quantità di tempo che vi trascorro. Questo paradiso di socialità e aggregamento è, naturalmente, il supermercato. Non so se in una vita precedente io abbia fatto morire di fame qualcuno e oggi il karma mi si rivolti contro sotto forma di carrelli pesanti, offerte speciali e code alla cassa. Quale sia il motivo, volente o nolente e in barba a tutte le pianificazioni di pranzi e merende il mio giretto quotidiano non viene a mancare quasi mai. E meno male, verrebbe da dire, perché questi giri mi offrono materiale su cui scrivere pagine su pagine, post su post nonché un’osservazione delle umane stranezze e debolezze che neanche uno studio antropologico sul campo può eguagliare. (Su tutte una: conosco un uomo, un grande uomo, che va solo nei supermercati dove frutta e verdura vengono pesate direttamente in cassa, per non far fatica)
Ho cominciato ad intuire la complessità insita nello spingere un carrello tra le corsie nel periodo in cui i miei figli erano piccini. Allora, una minuscola creatura appoggiata nel porta enfant veniva sommersa di prodotti già al secondo scaffale, e se le capitava di perdere il ciuccio si consolava da sé con una scatoletta di tonno o un tubetto di maionese. Il maggiore camminava fianco a me con una lista della spesa somigliante a un editto romano, scritto in grossi caratteri affinché lo studioso in erba potesse imparare a leggere prima del tempo. Srotolando lentamente il papiro sillabava con attenzione il primo acquisto della lunga serie “ar..ara..arac..” “mamma, come scrivi male””scrivo benissimo, sei tu che sei piccolo per leggere ma non te ne vuoi fare una ragione. Comunque c’è scritto arance”
Detto fatto, la secondogenita allora piccina scattava nella direzione degli agrumi arraffando il primo sacchetto a disposizione, solitamente il più costoso. Seguiva una lunga negoziazione con la figliola, nel tentativo -vano- di farle posare le arance biologiche del Sudafrica in favore delle più economiche clementine nazionali. Nel frattempo la più piccolina, stufa del suo tubetto e perduto il ciuccio chissà dove, cominciava a strillare attirando gli sguardi pietosi della clientela e della immancabile vecchina che con tono di compassione mi chiedeva se quei bambini fossero tutti miei, domanda che nel corso degli anni mi sono sentita fare spesso.
Il supermercato è anche l’unico posto al mondo in cui mi sia capitato di essere letteralmente inseguita da un uomo: una volta perché avevo involontariamente rapito il suo carrello, la seconda perché uno dei bambini aveva lanciato la sua scarpina in fondo alla corsia e un gentile signore me l’ha riportata di corsa. È accaduto nello stesso punto vendita che ho percorso in lungo e in largo con le sovrascarpe azzurrine della piscina (ebbene sì, ero io) e dove la piccola, dal suo passeggino, ha teso le braccia all’enorme e nerissima guardia del supermercato esclamando con gioia infinita “papà!”.
Adesso vado, che ho giusto dimenticato il succo alla pera e il detersivo dei piatti.
Giuro solennemente di non comprare nient’altro.

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Non-compleanno

E allora eccoci qui, piccolina mia, un’altra volta l’hai avuta vinta tu, con questa mamma che sembra di acciaio ma in realtà è fatta di burro. Non è la tua festa nè l’onomastico ma il tempo da aspettare sarebbe stato davvero troppo. Quindi sono qui, bimba mia, a cercare le parole più belle che ho, come ti avevo promesso. Sei giunta per ultima ed è stato subito motivo di rabbia e di furia, tu che non vuoi essere seconda a nessuno e da noi sei arrivata addirittura terza.
Ma io qui te lo devo dire, amore mio, che sei stata il regalo più grande che potessi farmi. Contro ogni logica, ogni buon senso, contro parenti e amici rimasti senza parole all’annuncio del tuo arrivo. Ma in questa famiglia mancava qualcuno, e quel qualcuno eri proprio tu, mia bambina che non vuole essere chiamata piccola e che rivendica a gran voce autonomia e indipendenza, quella che la mamma più fatica a lasciare andare, quella che ha messo più a dura prova la pazienza, la tenuta e la capacità genitoriale di tutti, che mi mette in scacco con un sorriso che sa di cicca alla fragola e uno sguardo che mi illumina quando si posa su di me. Che da grande vorrebbe sposare la mamma, che urla con suo fratello ma gli rimbocca le coperte quando è malato, che sta come un’ombra dietro alla sua altissima sorella, come uno scudo contro al mondo. Che ha paura dei cani e litiga con il corsivo, ma che viaggia con una valigia piena di parole nuove e scintillanti. Che mi fa ridere di quella risata che poi ti fa piangere, e sentire come dopo una lunga corsa, aver mangiato un pezzo di cioccolata o la panna montata direttamente dal flacone.
La mia bambina un po’ piccola e un po’ grande, con i capelli lisci colore del miele, proprio come li avrei voluti io se avessi potuto scegliere.
E allora, visto che oggi non è la tua festa nè il tuo onomastico, facciamo finta di essere nella fiaba di Alice e insieme al Cappellaio matto cantiamo “un buon non compleanno a te, or spegni la candelina e rallegrati perché.. Un buon non compleanno a teeeee!”

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Avvento

“È il primo dicembre! È il primo dicembre!! È il primo dicembreeeeee!!!”
Una voce squillante e argentina mi ha così destato dal sonno ieri all’alba, accompagnata da una bimba in pigiama che saltellava sul mio letto neanche fosse già la mattina del venticinque.
“Mamma! È iniziato il mese di Natale e noi non abbiamo ancora fatto l’albero! E le decorazioni, le luci, il babbo natale che si arrampica dalla finestra, la stella, le palline, il presepe, il pupazzo di neve di peluche che canta jingle bells quando gli passi davanti! Guarda che persino il supermercato è più avanti di noi, vende già i pandori e i panettoni e per strada davanti alla scuola ci sono già le luminarie! Dobbiamo sbrigarci!”
Già, dobbiamo sbrigarci. Che nello specifico significa ricordarsi dove diavolo io abbia messo lo scatolone della Pampers con tutti i decori e chincaglieria varia acquistata negli anni da Moreno dove tutto costa meno e in quale garage abbia abbandonato la confezione dell’albero lo scorso sei gennaio, quando non vedevo l’ora di liberarmi di tutti quei gingilli e rimandare finalmente i bambini a scuola. L’albero è finto, si. Non ho un pollice particolarmente verde, ho un rapporto difficile con il mondo di fiori e piante, non voglio in casa nulla -figli a parte- la cui sopravvivenza dipenda dalle mie cure. La vita mi ha portato, per motivi vari, ad avere lo spirito natalizio del signor Scrooge di Dickens, che ho provato a smussare dopo la nascita dei bambini. Il mio primogenito è arrivato in inverno, e festeggiare il Natale con un neonato simile al bambin Gesù aiuta anche il più cinico dei cuori a riappacificarsi con le festività. Va detto che quell’anno mi sono dimenticata di mettere al piccolo la tutina rossa “il mio primo Natale”, immancabile ricordo in ogni album di famiglia, e per rimediare gliela ho fatta indossare a febbraio immortalandolo come fosse la sera della vigilia. A lui non ho ancora detto che la foto è un falso, ma pazienza.
Ora è più importante che io mi sincronizzi con le frequenze natalizie dei miei figli, andando a cercare tra saggi di canto, flauto, feste a scuola per auguri, presepi viventi, caccia alla casa di Barbie Malibu e alle idee che quest’anno latitano per i regali di parenti e amici, un briciolo di spirito natalizio. Ecco, magari lo chiedo a Babbo Natale.

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Giochi con me?

Questi primi dodici anni in veste materna hanno svelato lati del mio carattere e piegature della mia personalità che neanche in una vita di analisi transazionale avrei fatto mai venire alla luce.
Ho già detto e raccontato della mia avversione ai parchi gioco dei giardinetti, dove ho trascorso i miei giorni migliori dividendomi tra una sabbionaia “mamma, ho fatto un castello, adesso ci metto il laghetto” “fermo e non toccare! È la cacca di un cane”, la spinta a un culetto appoggiato sull’altalena “più veloce mamma, forza con quei muscoli che tocco il cielo!”, le ennemila scivolate con le braccia alzate “mamma, GUARDAMI!!”.
In tutta onestà io non mi diverto nemmeno nei parchi tematici per colpa della mia storica paura delle altezze. Lo scorso anno, in vacanza alla Mecca dell’intrattenimento, Dineyland Paris, ho evitato per un soffio una crisi di panico quando ho scoperto, dopo quaranta minuti di fila ordinata, che il Mondo di Nemo non era una tranquilla passeggiata tra i pesci ma una spaventosa attrazione di montagne russe al coperto, e sono stata costretta a salirci mentre le mie bambine mi tenevano le mani dicendomi di respirare piano.
Non è una novità che probabilmente mi manchi il gene del gioco, perché un pomeriggio passato tra peluches da visitare e bambole da vestire mi provoca inevitabilmente crisi di narcolessia. Ma più delle altalene, più ancora dell’ Oblivion e del Blu Tornado, vado in cerca di fuga quando i miei figli, la mattina, mi raccontano cosa è accaduto loro durante la fase REM. Ascoltare infinite descrizioni di sogni è una punizione che non augurerei nemmeno al vicino che rallegra i miei pomeriggi nel vano tentativo di imparare a suonare il flauto traverso. “Allora, nel sogno eravamo tutti nel tuo bagno, c’era un unicorno..no aspetta forse era un cavallo..un asino! Ecco cos’era! Comunque. Eravamo tutti nel tuo bagno e poi l’asino si è trasformato nel gatto e voleva la pappa e.. Dov’ero rimasta? Mamma??? Mi stai ascoltando?”
I racconti sono confusi, frammentati ma soprattutto lunghi, tanto lunghi, mediamente sui quindici minuti l’uno e, moltiplicato per tre, fa che per ascoltarli tutti dovremmo alzarci alle cinque del mattino.
Quindi ci ho ripensato: al vicino col flauto traverso glielo auguro davvero.

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Di corsa verso la felicità

“Buona notte amore”
“Notte mamma”
“È stata una giornata felice questa?”
“Mmm.. La giornata non so, ma io sì che sono felice mamma”
“Oh, che cosa bella da sentire”
“Sai perché sono felice mamma? Oggi ho mangiato le lasagne e nessuna verdura, poi tu mi hai inseguito nel giardino della nonna ma ogni volta che stavi per prendermi io riuscivo a sfuggirti, poi però ti ho lasciata vincere e mi sono fatta prendere e tu mi hai fatto il solletico e mi rideva pure la pancia; mia sorella mi ha fatto usare la sua Barbie col vestito turchese da principessa che non mi fa toccare mai, ho fatto il bagno nella vasca invece che la doccia e quando mi hai asciugato i capelli ci siamo coccolate come due innamorati pazzi”
“Ma tu, piccola, cosa ne sai degli innamorati pazzi?”
“Ho visto la prima, la seconda e pure la terza stagione di Violetta, no?”
“Ah già, dimenticavo. Comunque sono contenta che tu sia felice tesoro. Adesso dormi però, che domani è lunedì”
“Mamma, ma io ho paura”
“Di cosa, cucciola?”
“Ho paura che la felicità vada via. Così, come è venuta, e io rimanga vuota”
“Caspita, hai ragione, è una paura grande. Allora dobbiamo fare qualcosa per tenercela stretta questa felicità”
“Ma se lei scappa comunque?”
“Se scappa le correremo dietro veloci, così la riprenderemo”
“Tu sei veloce mamma, vero? Fai anche zumba!”
“Ci provo, amore. E se non riusciamo a riprenderla ne troveremo un’altra. Ce n’è sempre, un’altra.”
“Promesso?”
“Promesso”

Mi sa che mi sono impegnata in qualcosa di grosso. Meglio che cominci ad allenarmi.

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Lui

Ieri mattina, complice la necessità di acquistare un regalo di compleanno per una compagna di classe di mio figlio “niente di compromettente, mamma, mi raccomando” “mi fai un esempio di dono compromettente?””vestiti, pigiami, collane e bracciali, libri””ah, grazie, ora è tutto più chiaro” ho deciso di santificare una festa sottovalutata e incompresa, il Black Friday. Al venerdì nero, per chi non lo sapesse, i negozi di ogni genere propongono prodotti scontatissimi che non sono i soliti fondi di magazzino propinati durante i saldi, in un periodo prenatalizio dove i prezzi misteriosamente di solito si impennano. Mi sono avventurata quindi nel gigantesco ipermercato, che di solito non frequento troppo perchè tutta quella scelta e offerta mi confonde e mi intristisce. Mentre vagavo tra un negozio e l’altro, incantata dallo scintillio di una gioielleria -che poi a me i gioielli neanche piacciono, ma tutta quella luce acceca e fa sognare- ho visto lui. Con uno sguardo blu, il sorriso irresistibile di chi conosce il suo potere incantatore, una mano appoggiata distrattamente sui radi capelli biondi e l’altra abbandonata lungo il fianco. Lui, perfetto nella sua tutina azzurra di ciniglia e semi sdraiato sul porta enfant come fosse un trono. Lui, un neonato. Ora, non so bene cosa accada alle altre donne (e men che meno agli uomini, anche se non sono certa che si accorgano della presenza di un lattante a meno che non sia sangue del loro sangue e viva sotto lo stesso tetto per un po’) ma so cosa succede a me all’istante: mi intenerisco, la voce si alza di un’ottava, sorrido e mi struggo nel ricordo della meraviglia di un minuscolo esserino che ti contempla estatico come i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. Mi crogiolo nel pensiero di quel corpicino morbido, del profumo di borotalco, la setosità della pelle. Un istinto atavico e primordiale mi fa sospirare davanti al miracolo della vita e avvertire pericolose punte di nostalgia. Finché. Finché la celestiale creatura non comincia a piangere. Già definirlo pianto è riduttivo e fuorviante, perché non ha niente in comune con quello che gli adulti associano all’azione del piangere. Per prima cosa non ci sono lacrime, ed è un suono profondo che viene da lontano, comincia sommesso e pian piano si innalza fino a toccare note che non si capisce come possano uscire da un essere tanto piccolo.
È come se una radiolina da viaggio amplificasse da sola la voce di Vasco Rossi in concerto a San Siro. In più, la particolarità del lamento è di essere carico di disperazione e tragedia e a volte non è così semplice capirne le ragioni e intervenire di conseguenza. Ha fame? Sete? Sonno? Paura? È furibondo perché non è più al sicuro nella pancia della sua mamma, non sente più il battito del suo cuore tutto intorno? Ha male? Le domande potrebbero andare avanti all’infinito e, quando il bambino è il tuo, si cercano tutte le risposte. Quando, come in questo caso, non lo è, sei libera di allontanarti velocemente dalla piccola fonte di rumore, infilarti in un bar a bere il caffè e ripulirti in un istante di quel rigurgito di nostalgia, mentre un’altra mamma si starà pulendo un rigurgito di latte dal cappotto nuovo.

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Tre è il numero perfetto

Io ho tre bambini, poco equamente divisi in due femmine e un maschio, che oltre a essere i miei figli sono anche -e soprattutto -fra di loro fratelli. Ho già avuto modo di raccontare come per me, figlia unica, l’esperienza della fratellanza sia difficile da decifrare e comprendere quanto la Stele di Rosetta. Io, cresciuta sola in un mondo di adulti, unica destinataria di coccole, attenzioni e colpe -perché quando ci sei solo tu il disordine non può averlo fatto nessun altro, il barattolo della Nutella svuotato e rimesso nell’armadietto della cucina è una tua inesorabile responsabilità e non puoi sperare di far passare sotto silenzio un tre in latino perché tua madre ricorda perfettamente che aspettavi l’esito della verifica e sarà la prima domanda al momento del rientro a casa. In assenza di altri figli diventi il destinatario unico di amore e aspettative, e le seconde talvolta possono soffocare il primo. Ma a casa nostra il problema non si pone, perché le responsabilità sono equamente distribuite “io non riordino, ha giocato lui””con la barbie fashion style e il salone di bellezza??””si, perché? dici sempre che non ci sono giochi da femmina o da maschio”; i colpevoli sono sempre chiari “chi ha mangiato la torta per il compleanno della zia?””ah, non guardare me, torno ora da pallacanestro, è stata sicuramente la piccola, sai quant’è golosa””la piccola è a scuola e tu hai la bocca piena di briciole”; la situazione scolastica completamente fuori controllo “hai studiato inglese?””io non dovevo studiare inglese, mamma, era mia sorella mentre è mio fratello che domani ha l’interrogazione. Io devo solo colorare, poi vado a giocare” salvo scoprire la sera che c’erano anche otto pagine di scienze da studiare abilmente occultate alla madre confusa. Il fattore numero risulta quindi assai favorevole per confondere le tracce e mimetizzarsi quando serve, mentre mostra le sue debolezze e criticità quando si tratta di ricevere tempo, attenzione e coccole. Dividere per tre un amore non è mai facile, soprattutto quando si è piccoli e la mamma è il tuo orizzonte affettivo più prossimo e desiderato. A casa nostra le voci spesso si accavallano, viene sentito prima chi urla di più o chi la combina più grossa, si misurano con precisione scientifica i momenti dedicati a uno o all’altra, si rivendica il tempo mancato e lo sguardo distratto. Non ho esperienza di poligamia, ma me la immagino simile: una fatica epica.
In ultima analisi devo ammettere che loro sono tre perché io ero una, e nelle mie intenzioni c’è di regalare ai miei figli un pezzo di famiglia che li accompagni tutta la vita, qualcuno che con loro porti il peso non sempre leggero dei ricordi, che condivida le radici, che conosca l’origine del tuo brutto carattere e sappia vedere quello che di bello tieni nascosto.
Per ora l’obiettivo è quanto meno lontano, quindi attendo che il maschio scopra fra qualche anno le gioie di avere delle giovani sorelle con tante amiche per casa -e viceversa immagino, avere un fratello più grande è sempre stato il mio sogno- o almeno riconoscano l’indubbio vantaggio di poter fare a turno per il Natale quando la mamma sarà una vecchietta rompiscatole e un po’ matta.

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