Un posto di persone gentili

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“Mami ho deciso. Voglio rinascere gatto”

“Come?”

“Nella prossima vita. Voglio rinascere gatto. Hai presente quella cosa.. l’incarnazione, ecco”

“No amore, quello è il destino delle unghie. Credo ti riferisca alla REincarnazione”

“Sì vabbè, quello che è. Sarò un felino domestico”

“Ahahahah mother ma la senti? Ma cosa le danno da bere a scuola?”

“Zitto e lascia parlare tua sorella. Piccola, perché proprio un gatto?”

“Perché? E me lo chiedi anche? Guardali: mangiano e dormono, dormono e mangiano. Ogni tanto pausa coccole e carezze. Sono già pronta a fare le fusa senti qui ‘ron ron'”

“Vero. I nostri gatti hanno una vita piuttosto rilassante. Qualche litigio fra loro, ma nulla più”

“Appunto. E questo è fondamentale. Io voglio essere un gatto di questa famiglia, perché si sta bene”

“Oh che bel pensiero”

“Eh sì mamma. Non c’è differenza tra bambini e felini. Se sei piccolo devi capitare in un posto di persone gentili, che ti danno da mangiare cose buone e stanno attenti che non ti metti nei pericoli. Insomma, devono avere cura di te. Quindi rinascerò felino, in questa casa”

“Ahahah bella idea sorella. Mother, dov’è il gattile più vicino?”

“Sgraf!”

“Ahiiii!!! Piccola! Mi hai fatto male con quelle unghie! Guarda qui che graffio! Ma ce la fai??”

“Mi sto esercitando”

Prove tecniche di reincarnazione in corso.

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Alla fermata

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Lui è seduto con le gambe allungate di fronte a sè, fasciate da un paio di jeans abilmente scuciti appena sotto le ginocchia. Muove il piede nervosamente, forse senza nemmeno accorgersi. La maglietta nera dei Van Halen, che chissà chi gli ha insegnato ad amare. I capelli ricci, scomposti, gonfi, dove si potrebbe nidificare.
Tra le mani un cellulare, su cui digita veloce, usando entrambi i pollici. Forse chatta, magari scrive, più probabilmente gioca. I suoi occhi, dietro a un paio di lenti su una montatura nera e spessa, non si staccano mai dallo schermo. Fa caldo, per essere settembre. Ogni tanto soffia in alto per spostare dalla fronte un riccio disordinato.
Di fianco a lui, seduta sulla stessa panca ma non abbastanza vicino da sfiorarlo c’è lei. Non più di sedici anni, pantaloncini corti su gambe ancora abbronzate. Camicia a quadrettoni legata con un nodo a lasciare scoperta la pancia, che rimane misteriosamente piatta anche in quella posizione. I capelli lunghi e lisci, lucidi come possono essere solo sotto i vent’anni e nelle pubblicità dello shampoo.
Tiene le gambe piegate con le tennis rivolte all’interno, incerta. Osserva di traverso il ragazzo al suo fianco, con palese interesse. Ogni tanto abbassa gli occhi e cambia leggermente posizione. Lui, come si trovasse in un altro pianeta, continua nella sua frenetica digitazione. Lei accenna un colpo di tosse. Lui digita. Lei si avvolge una lunga ciocca castana sul dito, con apparente noncuranza. Lui invia. Gli occhi di lei su di lui, quelli di lui sullo schermo.
Un rumore di freni e lo sbuffo delle porte che si aprono. È arrivato il pullman. Un ultimo sguardo di lei, che si alza e sale, sospirando appena. Lei riparte, lui naviga.
Ma non molto lontano.

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A domanda risponde

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“Ah, che fatica. Mami, mi sono spellata le mani per applaudire quelli di prima elementare. D’altronde andava fatto, quei poveretti hanno bisogno di incoraggiamento visto quello che li aspetta.
Non c’era bisogno di dire alla maestra che non mi fermavo a pranzo oggi. La mensa non c’è per due settimane! A proposito, che si mangia? Dimenticavo! Devo comprare le forbici e la copertina trasparente”

“La scuola media è bellissima. Mi troverò bene, lo so. La mia classe è in fondo a un corridoio blu. Ho attaccato gli adesivi sul diario. La prof di mate ci ha fatto fare un esercizio con la battaglia navale, fighissimo. Ah, ho imparato i primi dieci numeri in tedesco! Senti un po’: eins! Zwei! Drei! Vier! Ponf!”

“Ponf?”

“Più o meno, che differenza vuoi che faccia. Comunque, per domani dobbiamo comprare un quaderno a rubrica e tre quaderni a righe”

“Mother, che stanchezza. Non puoi capire la fatica. Abbiamo fatto lezione! Il primo giorno! E poi tutti a parlare degli esami, una angoscia.. Ho bisogno di una vacanza. Ah! E non ci crederai! Il professore di inglese! Parla SOLO inglese! Come facciamo a capire quello che dice? E ho bisogno di penne blu”

“Allora, come è andata?” è una domanda che non porta risposte, ma spalanca orizzonti e abissi. Ma soprattutto le porte della cartoleria.

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Ricominciare

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Buona scuola a te, che quest’anno fai sul serio, che a giugno sosterrai i tuoi primi veri esami, escludendo quelli del sangue.
Buona scuola perché è tempo di scelte, di scelte importanti. Il sentiero è finito, è arrivato in cima. Ora si guarda il panorama e si decide qual è la direzione migliore, la più appassionante, perché laggiù in fondo si intravede il futuro.

Buona scuola a te, che quest’anno cominci, fuori dall’abbraccio della maestra, con uno zaino nuovo e il timore di dover dare del lei.
Buona scuola a te, preoccupata di cosa metterti il primo giorno, con che compagni sarai in classe e che ci sia troppo da studiare, tutto rigorosamente in quest’ordine.
Buona scuola a te che cominci a essere grande oltre che alta.

Buona a scuola a te, unica rimasta fra i piccoli e allo scuolabus. Buona scuola a te, finalmente libera dalla schiavitù del grembiule.
Buona scuola a te, preoccupata perché in terza elementare si comincia a studiare, e non si sa bene perché ma fa più paura di un bosco di notte popolato dai lupi.
Buona scuola a te, felice di rivedere la tua maestra e ansiosa di usare le penne nuove, colorate e cancellabili.

Buona scuola a me, che ricomincio a controllare diari e firmare avvisi, preparare merende e comprare quaderni.
Buona scuola a maestri e professori, che tanto tempo trascorrono con questi figli e che a volte dimenticano quanto sia importante insegnare la passione, oltre che con passione.
Buona scuola a te, a me, a voi.

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L’arte della disubbidienza

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“Taaaadaaaaaaa!!!! Sorpresa!”

“E questo cosa sarebbe?”

“Come cosa sarebbe? È un pesce rosso, no? L’ho chiamato Dorothy”

“Piccola, quanti milioni di volte ti ho detto di non fare il gioco dei cigni! Si vincono solo animali e io sono stata categorica!”

“Ma io ti avevo chiesto se potevo provare a vincere un criceto..”

“E io ho detto no”

“..o una tartaruga..”

“E io ho detto no”

“..e si vede che per il pesce mi sarò distratta”

“Distratta un corno. Io ti do un euro e tu torni subdolamente col sacchettino pieno d’acqua e il pesce più morto che vivo. Mi dici adesso dove lo metto?”

“La pentola grande? In quella ci sta un sacco di acqua”

“Quella è la pentola della pastasciutta! Se lo metto lì dentro va anche sul fuoco, credimi”

“Mami, sei la Crudelia De Mon dei pesci”

“Abbiamo due gatti piccola, due! Ti sei dimenticata? Come lo prenderanno secondo te?”

“Ehm..in amicizia?”

“No! Con il retino di tuo fratello! Basta. Quel pesce non può stare da noi”

“Quel pesce si chiama Dorothy”

Nella braccio di ferro tra Crudelia e Biancaneve ha vinto, per ora, la prima. Il piccolo sushi rosso è stato trasferito a casa di nonna, dove ha trovato alloggio e riparo.
E che nessuno dia un euro alla piccola fino alla chiusura della sagra.

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Si scende in campo

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Le scarpe nuove sul pavimento fanno un rumore sordo. Stridono, cigolano, alternando il tonfo di un passo al silenzio di un salto. La palla arancione rimbalza e rimbomba, tra le pareti appena imbiancate della palestra. L’aria si sposta appena dietro una corsa o un palleggio.
I ragazzi sono lì, in piedi e in campo, riuniti finalmente dopo la pausa estiva, nell’unica certezza delle nostre vite, la pallacanestro. La stagione ha compiuto la sua magia e fatichi a riconoscere qualcuno di loro, che conosci da quando erano poco più alti della palla e ora svettano una testa sopra di te, un’ombra di baffi sul labbro superiore e lo sguardo indolente e sfuggente. L’odore nell’aria è di quelli che non vorresti sentire, quel misto di formaggio, testosterone e muschio bagnato. Il profumo dell’adolescenza agonistica, insomma.
Io, che sono competitiva ma solo nelle cose in cui sono brava, poco costante anche in quello che amo, osservo e ammiro tanta reiterata passione. Un amore che convoglia in sé energia e pensieri, tanto da non lasciare spazi e angoli vuoti per altro, che li fa alzare dal divano su cui quotidianamente sprofondano solo per prendere al volo un rimbalzo. Che ascoltano la voce dell’allenatore come dei discepoli il messia, e intanto ti chiedi perché tu faccia tanta fatica anche solo a farli alzare dal letto.
Quasi quasi lascio il primogenito a dormire in palestra.

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Alla sagra

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“Due panini con la salamella
Due porzioni di patatine
Una pasta al ragù
Verdure grigliate”

“Mamma, mi dai un euro?”

“Posso fare il gioco dei cigni? Si può vincere un criceto, un pesce o una tartaruga. Poi scegli tu che animale preferisci”

“Vivo, nessuno”

“Chissà cosa vincerò alla pesca di beneficenza! Ecco, ho il quattrocento ventisette che è.. Ma che cos’è?”

“Mamma, mi dai due euro?”

“Io vado a prendere il bis di patatine”

“Arrivano i miei amici! Ciao mother, ci si vede”

“Ci sono le mie amiche! Quest’anno posso andare anche io da sola perché vado in prima media”

“Mami, allora io e te stiamo insieme. Sediamoci qui sugli scalini e leggiamo questo interessantissimo libro sulla natura che abbiamo vinto. Allora, devi sapere che il toporagno quando muore puzza così tanto che gli altri animali si rifiutano di mangiarlo”

“Mmm.. Interessante”

“Mamma, mi dai tre euro?”

La sagra settembrina del paese è sempre un’esperienza imperdibile. Immutabile e inevitabile. Le patatine col sale che ti rimane sulle dita, il tentativo vano di ottenere un pesce rosso, i misteriosi premi della pesca di beneficienza, che saranno donati l’anno seguente per lo stesso evento. Una comunità che si ritrova, grandi e piccini, nel fresco della sera sotto il caldo di un tendone. A osservarsi abbronzati e a trovarsi cresciuti. A chiacchierare del niente, in attesa di ricominciare con tutto, nell’ultimo strascico d’estate.

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Eppur si torna

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“Una settimana. Sette giorni. Centosessantotto ore. Diecimila ottanta minuti. Poi sarà la fine di tutto”

“Accidenti che conto alla rovescia! Cosa aspettiamo, l’apocalisse?”

“Peggio! Immensamente peggio! L’apocalisse sarebbe preferibile! Lunedì si torna a scuola, e non aggiungo altro”

“Come? Cosa? Scuola? Mi prendete in giro? Io non sono pronta. Mi mancano le matite colorate nuove e otto pagine del libro delle vacanze”

“Piccola tranquilla, le matite le compriamo e il libro lo finiamo. Ce la faremo”

“Ma chissene importa delle matite della piccola! Avete visto quanti libri che dovrò studiare? In un solo anno? Non è possibile”

“E pensa che manca ancora quello di tedesco”

“Argh”

“Le vostre preoccupazioni sono ridicole. Io ho gli esami quest’anno! Devo scegliere la scuola superiore! C’è in gioco il mio futuro! La mia vita!”

“Se la metti così puoi andare di diritto all’Accademia d’arte drammatica, tesoro”

“Io a scuola non ci voglio andare”

“Io nemmeno”

“Idem”

Non sarà un grande inizio, ma per la prima volta nella loro vita, i fratelli sono d’accordo su qualcosa.

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L’estate indosso

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L’estate è quel tempo di mezzo, senza inizio né fine.
D’estate è nata mia madre, d’estate è nata mia figlia.
L’estate è la stagione che ci cambia di più, anche il colore della pelle. D’estate la musica è più alta, perché i finestrini sono abbassati. D’estate si lascia la porta aperta per fare corrente, ed è più facile sia uscire che invitare ad entrare. L’estate ci lascia scoperta la pelle e l’anima, la prima  si scotta e la seconda si scalda. È il tempo del sollievo immediato, della doccia fredda per rinfrescare dal caldo, delle sorsate d’acqua fresca per dissetarsi, del dolce di un  gelato per rincuorarsi.
L’estate è il tempo del sogno che diventa possibilità, del cambiamento che sembra più vicino, della solitudine in una spiaggia affollata.
L’estate è nostalgia e desiderio, quando ci manca quello che vorremmo.
L’estate è andare a letto più tardi, alzarsi più tardi ma doversi sbrigare perché finisce presto.
L’estate che fa le gambe molli ma apre le braccia per accogliere novità.
D’estate fioriscono le fresie, si colgono i mirtilli e germogliano i cambiamenti.
L’imperativo categorico è di essere felici, allora ti senti un po’ più triste, ché i brividi si sentono più con il caldo che con il freddo.
E’ il tempo che si ferma per poi scorrere più veloce, verso quell’autunno che ci regola e rasserena. Quel settembre che è come un lunedì o un primo di gennaio, che odora di colla bianca e quaderni intonsi.
Su cui scrivere storie nuove.

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Fabrizio

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“Ero un bambino gracilino e anche un po’ solo. Dicevano che ero strano, lì seduto nel cortile di nonna, a parlare col vecchio cane e con le persone di passaggio. Mia madre mi ha iscritto a un corso di nuoto comunale, gratuito, non doveva pagare niente. È così è cominciata. Sono entrato in acqua e tutto è venuto naturale. Era il mio posto, il mio elemento. L’allenatore ha visto che andavo e mi ha preso con sé, mi ha portato nella squadra di nuoto della squadra vicina. Poi è arrivato l’agonismo, le prime gare, qualche vittoria. Le trasferte nei paesi intorno, qualche città lontana. Mi allenavo tanto, mi allenavo sempre. Poi tornavo a casa in bicicletta e le gambe non si muovevano dalla fatica. Pesanti come pietre. Ma nuotavo lo stesso, mi facevo il fisico. Il nuoto è l’asso di briscola per la crescita, sai? Però è bastardo, perché se non vinci non vali. E io non vincevo abbastanza. Allora è diventato altro. Un lavoro, da aprile a settembre, sempre in questa piscina. Anno dopo anno. Le persone, le stesse che crescono e invecchiano. Facce nuove, bambine coi braccioli prima che diventano adolescenti belle poi. I tuffi, non si può correre a bordo piscina, aiuto non so nuotare. Un altro si sarebbe depresso. Io no. Alla fine nuoto, quando tutti vanno via e la piscina ritorna ad essere la mia, e io ancora quel ragazzino che ci stava così bene. Ecco, il segreto è quello. Trovare un momento della giornata per lasciar libero il ragazzino che abbiamo dentro”

Tutti hanno una storia da raccontare, anche il bagnino della piscina. Basta volerla ascoltare.

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