Undici

pag10-copia-e1428671945313Undici minuti, mi sembrano passati.
Undici anni, sono oggi.
Undici tirate d’orecchie, mezzana del mio cuore.
Che giochi con le Barbie ancora per poco, che alla copertina di Linus preferisci quella di Vanity Fair.
Che hai i capelli sempre più lunghi stretti stretti in una coda di cavallo, e li sciogli ancora soltanto per noi.
Che sei così simile a me, ma altrettanto meravigliosamente migliore di me.
Che hai il dono raro di rompere qualunque cosa tocchi, dal telefono al telecomando, dalla caldaia alla sveglia, dalla televisione alla cintura di sicurezza. Come re Mida trasformava in oro, tu come Attila non fai più crescere l’erba.
Che inventi e costruisci, colori e modelli, grazie a una creatività vivace dono della tua nonna.
Che da grande vuoi diventare youtuber, veterinaria o parrucchiera, dipende da come ti svegli la mattina.
Che cominci e non finisci, e soprattutto non sistemi.
Che sei disordinata e distratta, ma solo con quello che non ti interessa. Che hai un udito selettivo e ascolti solo ciò che ti fa comodo. Che sai percepire sentimenti e emozioni, e forse è più importante dell’ascoltare parole.
Che desideri uno sport che diventi passione e una best friend forever, come dite voi, e io non posso regalarti né una né l’altra.
Che ti fai massaggiare da quando sei nata, in ogni momento, in una coccola perenne.
Che conosci il mio punto di rottura e te ne tieni ben lontana, che chiedi scusa per prima perché come me mal sopporti i musi lunghi.
Che con un sorriso riesci a illuminare anche la più grigia delle mie giornate.
Che un centimetro dopo l’altro sei diventata più alta di me, ma non montarti la testa perché, anche se devi abbassarti per abbracciarmi, quella più grande rimango sempre io.
Undici volte tanti auguri amore mio.
Undici grattini sulla schiena, proprio come piace a te.
Undici e per sempre ti voglio bene, mia bellissima undicenne.

La tua mamma

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Siamo fragili

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“Ehi!”

“Dove sei?”

“Dai che dobbiamo andare”

“Adesso basta, il gioco è bello quando dura poco. Vieni fuori che è tardi”

“Mi sto arrabbiando, alla tua età questi giochetti scemi non si fanno”

“Mamma, dov’è mio fratello?”

Quindici lunghissimi minuti dopo

“Eccolo, è lì!”

“Mother, che c’è? Perché quella faccia? Sei pallida? Ma..hai gli occhi lucidi?”

“No. Mi dà fastidio il sole. Ti stavo cercando”

“Ma io ti avevo detto che uscivo da casa di nonna e andavo in piazza, non mi hai sentito?”

In un pomeriggio qualunque, non trovarlo più. Cercarlo in camera, in giardino, in garage. Chiamarlo nel bosco vicino alla casa della nonna. Pensare a uno scherzo, non credendoci. Farsi prendere dalla paura, che ti sospende in un tempo senza tempo. Io, capace di affrontare svenimenti e malattie, che non mi scompongo di fronte a ferite o fratture scomposte, mi sono persa nel cercarlo.
Io, razionale nelle emergenze quanto nel quotidiano, maestra di problem solving dentro e fuori casa, ho perso la bussola e smarrito i punti cardinali.
Come quando senti la sirena di un’ambulanza e temi gli sia successo qualcosa, anche se sono tutti lì sul divano di fianco a te. E come quando cerchi tuo figlio senza trovarlo, anche se è un dodicenne che ha quasi i baffi e l’anno prossimo andrà alle superiori.
È quel gorgo buio e profondo della paura irrazionale, che ogni tanto anche il più assennato dei genitori sperimenta. È quel fantasma nascosto lì, tra le pieghe del cuscino e il rientro da scuola, che non vedi ma sai che c’è. È quell’abisso buio dove nessuno vuol guardare, perché spaventa e fa sentire fragili e esposti. Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi, mi dicevano quando sono diventata mamma. Ma l’ansia di perdersi resta uguale.

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Quel posto è mio

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Primo giro dell’isolato. Se trovo parcheggio ora sono puntuale.
Secondo giro dell’isolato. Se lo trovo adesso e poi corro ce la faccio.
Terzo giro dell’isolato. Sono in ritardo.
Quarto giro dell’isolato. Maledetta la Smart e chi l’ha inventata, credevo fosse un posto e per poco non mi schianto.
Quinto giro dell’isolato, panico.
Quando finalmente eccolo, il parcheggio. Bello, nelle sue rassicuranti anche se costose righe blu. Mi infilo, spedita e sollevata, fiduciosa di non perdere il lavoro, almeno per oggi.
All’improvviso, sbucata da chissà dove, si materializza lei, nella diagonale perfetta tra le strisce blu. Lei, con un instabile chignon biondissimo raccolto in cima alla testa. Un sobrio abito in tutte le gradazioni del rosso, come un semaforo vivente. Mani strette sulla borsetta in tinta, brandita come una sciabola nella mia direzione.

“Eh no signorina, questo posto è occupato”

“Signora mi scusi, ma da chi? Questo è un posto auto, non un posto in piedi”

“Mio marito, arriverà a momenti”

“Signora ma non c’è nessuna altra macchina dietro di me”

“Infatti. È appena uscito dal dentista, torna a casa tra una ventina di minuti, mezz’ora al massimo. Gli tengo il posto”

“Più che altro è occupazione di suolo pubblico! Signora devo andare a lavorare, sia gentile”

“Io son gentilissima, ma il posto è di mio marito”

“Devo andare a lavorare!!”

“Io non mi levo neanche se mi investe”

“Non mi tenti”

Inutile dire che alla fine non ho investito la moglie devota. Ho proseguito nei miei giri dell’isolato finché la maledetta Smart non mi ha lasciato il posto, mentre la signora si ergeva fiera a difesa del parcheggio.
E per quanto ne so, potrebbe essere ancora lì.

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Come si cambia

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Le fette biscottate con la marmellata alle more di rovo, al posto del tè coi biscotti.
L’acqua micellare invece che la cera di Cupra.
La coda di cavallo e non i capelli sciolti.
Il bar all’angolo al posto della solita caffetteria.
Un lucida labbra color ciliegia invece del burro cacao.
Un libro giallo dalla copertina azzurra al posto dei miei soliti romanzi.
Un fico d’India mai assaggiato comprato al posto delle mele, mangiato solo dopo avere capito come aprirlo.
A sinistra invece che a destra al bivio della pista ciclabile.
La mano destra al posto della sinistra per firmare un avviso.
Prendere le scale invece dell’ascensore e scoprire cognomi buffi sui campanelli.
Fare il passeggero e non l’autista.
Usare la grattugia al posto del grattugiato.
Stare con invece che contro.
Guardare il cielo e non i piedi.

Spostarsi di un passo o salire su un gradino, cambiando prospettiva e punto di vista.
I cambiamenti grandi germogliano nei piccoli gesti.

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A volte ritornano

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“Mamma che emozione! Non ti puoi immaginare! Che momento! Loro erano lì, a un passo. Loro, così belli e famosi, e quanta gente c’era! Tutti gridavano! Eh sì, ne è valsa la pena passare il pomeriggio nella galleria del centro commerciale. Che felicità conoscere persone così famose!”

“Mamma, ti ho mentito. La maglietta che mi hai regalato non mi piace. Mi fa orrore. Non te lo volevo dire per non offenderti però l’ho nascosta in fondo all’armadio. Ma possiamo tenerla via per la piccola, vero? Mamma? Ti sei offesa?”

“No, non piove così tanto. Sì, l’ho sentito il tuono ma fa niente, passa in fretta. Sono solo quattro gocce. Come dici? La giacca? No, non serve. Grazie per l’offerta ma non voglio un passaggio. A scuola ci vado a piedi con le mie amiche”

La domenica pomeriggio alla scoperta di due famosi youtuber, immersa in una folla di ragazzini e ragazzine con i piedi in centinaia di Nike e All Star.
Gusti nell’abbigliamento cambiati dalla sera alla mattina, che divergono da quelli di mamma come punti cardinali.
Dallo scuolabus alle chiavi di casa, senza gradi intermedi, da zero a cento in un battito di ciglia.
Io, che alla sua età mi sono emozionata per avere toccato la mano a uno dei Righeira durante un’esibizione. Che ho subito in silenzio il principe di galles delle gonne comprate da mia madre. Che andavo a scuola a piedi da anni, e un passaggio l’avrei anche gradito.
E dire che questa volta si era annunciata. Aveva bussato e pure suonato il campanello, ma io ho chiuso la porta e spento le luci per non farci trovare.
È bastato mandare una figlia in prima media per fare entrare lei, la signorina preadolescenza.
Che, al femminile, è ancora più faticosa della sua versione maschile. Più complicata e contraddittoria, come il genere a cui appartiene. Più testarda e polemica, come la fanciulla che la abita.
Che se la ride sotto i baffi, perché il divertimento è appena cominciato.

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Pensionati moderni

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Gilet a righe su polo bianca, pantaloni di fustagno color topo e mocassini. Occhiali così spessi da fare gli occhi piccoli piccoli. Una strana metamorfosi tra il ragionier Filini e Mister Magoo, con l’accento del Milanese imbruttito. Braccia giunte dietro la schiena e corpo proteso in avanti, per meglio osservare i prodotti che scorrono sul nastro della cassa, mentre li ripongo alla rinfusa cercando di fare prima della cassiera.

“Mmm..tanta roba”

“Uh? Parla con me?”

“Eh già signorina, guarda vè quanta spesa”

“Sì, siamo in tanti a casa”

“E vorrei vedere che se le mangiasse tutte lei quelle cosine buone ahahahah!”

“…”

“Prosciutto, formaggio, la sfoglia.. Fa mica una torta salata?”

“Come? Non so, può darsi”

“Beh però un po’ di verdura bisognerebbe mettercela, fa bene ai bambini, sa?”

“L’ho sentito dire”

“Maionese, Ketchup..questi non fanno mica bene però. A me il dottore li ha vietati. Dovrebbe evitarli anche lei signorina. Non mi dica che gli compra pure la coca cola!”

“No, stia tranquillo, niente coca cola”

“Yogurt, fette biscottate, ma..cus’è chel rob lì? Ah, cose da femmine ahahaha”

“Sono quarantotto euro e venti”

“Ma pensa te. Una volta con centomila lire ci mangiavi per giorni. Adesso non ci compri che due cosette. Povera Italia. Stia bene signorina!”

Una volta i pensionati osservavano i cantieri. Ora presidiano le casse dei supermercati.

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Un posto di persone gentili

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“Mami ho deciso. Voglio rinascere gatto”

“Come?”

“Nella prossima vita. Voglio rinascere gatto. Hai presente quella cosa.. l’incarnazione, ecco”

“No amore, quello è il destino delle unghie. Credo ti riferisca alla REincarnazione”

“Sì vabbè, quello che è. Sarò un felino domestico”

“Ahahahah mother ma la senti? Ma cosa le danno da bere a scuola?”

“Zitto e lascia parlare tua sorella. Piccola, perché proprio un gatto?”

“Perché? E me lo chiedi anche? Guardali: mangiano e dormono, dormono e mangiano. Ogni tanto pausa coccole e carezze. Sono già pronta a fare le fusa senti qui ‘ron ron'”

“Vero. I nostri gatti hanno una vita piuttosto rilassante. Qualche litigio fra loro, ma nulla più”

“Appunto. E questo è fondamentale. Io voglio essere un gatto di questa famiglia, perché si sta bene”

“Oh che bel pensiero”

“Eh sì mamma. Non c’è differenza tra bambini e felini. Se sei piccolo devi capitare in un posto di persone gentili, che ti danno da mangiare cose buone e stanno attenti che non ti metti nei pericoli. Insomma, devono avere cura di te. Quindi rinascerò felino, in questa casa”

“Ahahah bella idea sorella. Mother, dov’è il gattile più vicino?”

“Sgraf!”

“Ahiiii!!! Piccola! Mi hai fatto male con quelle unghie! Guarda qui che graffio! Ma ce la fai??”

“Mi sto esercitando”

Prove tecniche di reincarnazione in corso.

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Alla fermata

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Lui è seduto con le gambe allungate di fronte a sè, fasciate da un paio di jeans abilmente scuciti appena sotto le ginocchia. Muove il piede nervosamente, forse senza nemmeno accorgersi. La maglietta nera dei Van Halen, che chissà chi gli ha insegnato ad amare. I capelli ricci, scomposti, gonfi, dove si potrebbe nidificare.
Tra le mani un cellulare, su cui digita veloce, usando entrambi i pollici. Forse chatta, magari scrive, più probabilmente gioca. I suoi occhi, dietro a un paio di lenti su una montatura nera e spessa, non si staccano mai dallo schermo. Fa caldo, per essere settembre. Ogni tanto soffia in alto per spostare dalla fronte un riccio disordinato.
Di fianco a lui, seduta sulla stessa panca ma non abbastanza vicino da sfiorarlo c’è lei. Non più di sedici anni, pantaloncini corti su gambe ancora abbronzate. Camicia a quadrettoni legata con un nodo a lasciare scoperta la pancia, che rimane misteriosamente piatta anche in quella posizione. I capelli lunghi e lisci, lucidi come possono essere solo sotto i vent’anni e nelle pubblicità dello shampoo.
Tiene le gambe piegate con le tennis rivolte all’interno, incerta. Osserva di traverso il ragazzo al suo fianco, con palese interesse. Ogni tanto abbassa gli occhi e cambia leggermente posizione. Lui, come si trovasse in un altro pianeta, continua nella sua frenetica digitazione. Lei accenna un colpo di tosse. Lui digita. Lei si avvolge una lunga ciocca castana sul dito, con apparente noncuranza. Lui invia. Gli occhi di lei su di lui, quelli di lui sullo schermo.
Un rumore di freni e lo sbuffo delle porte che si aprono. È arrivato il pullman. Un ultimo sguardo di lei, che si alza e sale, sospirando appena. Lei riparte, lui naviga.
Ma non molto lontano.

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A domanda risponde

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“Ah, che fatica. Mami, mi sono spellata le mani per applaudire quelli di prima elementare. D’altronde andava fatto, quei poveretti hanno bisogno di incoraggiamento visto quello che li aspetta.
Non c’era bisogno di dire alla maestra che non mi fermavo a pranzo oggi. La mensa non c’è per due settimane! A proposito, che si mangia? Dimenticavo! Devo comprare le forbici e la copertina trasparente”

“La scuola media è bellissima. Mi troverò bene, lo so. La mia classe è in fondo a un corridoio blu. Ho attaccato gli adesivi sul diario. La prof di mate ci ha fatto fare un esercizio con la battaglia navale, fighissimo. Ah, ho imparato i primi dieci numeri in tedesco! Senti un po’: eins! Zwei! Drei! Vier! Ponf!”

“Ponf?”

“Più o meno, che differenza vuoi che faccia. Comunque, per domani dobbiamo comprare un quaderno a rubrica e tre quaderni a righe”

“Mother, che stanchezza. Non puoi capire la fatica. Abbiamo fatto lezione! Il primo giorno! E poi tutti a parlare degli esami, una angoscia.. Ho bisogno di una vacanza. Ah! E non ci crederai! Il professore di inglese! Parla SOLO inglese! Come facciamo a capire quello che dice? E ho bisogno di penne blu”

“Allora, come è andata?” è una domanda che non porta risposte, ma spalanca orizzonti e abissi. Ma soprattutto le porte della cartoleria.

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Ricominciare

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Buona scuola a te, che quest’anno fai sul serio, che a giugno sosterrai i tuoi primi veri esami, escludendo quelli del sangue.
Buona scuola perché è tempo di scelte, di scelte importanti. Il sentiero è finito, è arrivato in cima. Ora si guarda il panorama e si decide qual è la direzione migliore, la più appassionante, perché laggiù in fondo si intravede il futuro.

Buona scuola a te, che quest’anno cominci, fuori dall’abbraccio della maestra, con uno zaino nuovo e il timore di dover dare del lei.
Buona scuola a te, preoccupata di cosa metterti il primo giorno, con che compagni sarai in classe e che ci sia troppo da studiare, tutto rigorosamente in quest’ordine.
Buona scuola a te che cominci a essere grande oltre che alta.

Buona a scuola a te, unica rimasta fra i piccoli e allo scuolabus. Buona scuola a te, finalmente libera dalla schiavitù del grembiule.
Buona scuola a te, preoccupata perché in terza elementare si comincia a studiare, e non si sa bene perché ma fa più paura di un bosco di notte popolato dai lupi.
Buona scuola a te, felice di rivedere la tua maestra e ansiosa di usare le penne nuove, colorate e cancellabili.

Buona scuola a me, che ricomincio a controllare diari e firmare avvisi, preparare merende e comprare quaderni.
Buona scuola a maestri e professori, che tanto tempo trascorrono con questi figli e che a volte dimenticano quanto sia importante insegnare la passione, oltre che con passione.
Buona scuola a te, a me, a voi.

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