Tranqui

È tutto sotto controllo, tranqui, come direbbe il primogenito.

Partire all’alba da casa per affrontare la tangenziale che è perennemente all’ora di punta, ché quando lavori a un passo da una famosa Certosa la strada è lunga.

Tornare di corsa nel primo pomeriggio per raggruppare la figliolanza.

Direzione: dentista.

Obiettivo: far sistemare cinque carie disseminate nelle bocche dei figli maggiori.

Speranza: uscirne viva e con qualche euro ancora sul conto corrente.

Arrivare di corsa allo studio, dopo la ricerca di un parcheggio che nulla aveva da invidiare alla ricerca di Nemo.

Scoprire che l’appuntamento è sì martedì ma non questo, la settimana prossima.

Riportare la figliolanza lamentosa e molesta a casa, correre al supermercato ad acquistare generi di prima necessità come pane, latte e strisce depilatorie per la mezzana.

Rincasare nuovamente con la prospettiva di dover accompagnare -e poi recuperare- il grande all’allenamento serale, quando l’unico impulso vitale rimasto sarebbe quello di infilarsi il pigiama.

Trascinarsi a buttare il sacco della plastica, tornare in casa e accorgersi di aver buttato la spesa con le preziose strisce depilatorie, contenute in un sacchetto giallo proprio come quello appena gettato.

In preda allo sconforto, per cena scaldare le polpette dell’ikea e null’altro.

Ma è tutto sotto controllo, tranqui.

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Sorridi

“Mami, hai scritto qualcosa per la giornata di oggi?”

“No piccola, oggi è stata una giornata un po’ faticosa”

“Però devi scrivere! È importante. Sai cosa ho fatto a scuola oggi?

Col professor M. abbiamo letto una bellissima poesia di Alda Merini. Sai chi era? Sai che è nata il ventuno marzo del millenovecento trentuno ed è morta il primo novembre del duemilanove? Sai che ha scritto cose bellissime come sorridi donna, sorridi sempre alla vita

anche se lei non ti sorride, sorridi agli amori finiti sorridi ai tuoi dolori sorridi comunque?

Sai che anche lei nella sua vita ha conosciuto la violenza? Che l’ha trasformata in bellezza?

Sai che mi piace Alda Merini?”

Nella giornata contro la violenza sulle donne, devo dire qualcosa a un uomo.

Grazie, professor M.

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Diogene

Una carezza

Ha smesso di piovere quando sono uscita

La pizza con le patatine e würstel nella serata minestrone

Il messaggio di una mia amica che non sentivo da tanto

Il treno non è arrivato in ritardo e io non mi sono dovuta scapicollare

La brioche al cioccolato

Non mi ha interrogata in storia

I jeans si sono chiusi senza tirare in dentro la pancia

Mi hanno disdetto un appuntamento e sono rimasta a casa

In partita ho saltato tanto e ho fatto muro

Un regalo inaspettato

La prof di italiano che non c’era

Il sushi all you can eat

Per contrastare un periodo di galoppante negatività adolescenziale, la mezzana e io abbiamo stretto un patto.

Ogni giorno ci scriviamo o diciamo almeno due cose positive che ci sono capitate.

Come si può vedere, la positività è un concetto relativo e soggettivo.

E noi, novelle Diogene con un iPhone al posto della lanterna, andiamo in cerca delle nostre piccole felicità.

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La descrizione di un attimo

È seduta per terra, sul pavimento della sala, davanti al camino, tra cacciaviti e martello.

Di fronte a lei la piccola regge le istruzioni come le procaci fanciulle che passano sul ring col numero di round.

Il primogenito è sul divano con le cuffiette nelle orecchie e il cellulare in mano, la sua presenza con noi è il massimo della collaborazione che possiamo aspettarci. È sereno perché ha ottenuto il permesso di andare a una festa in un locale, anche se mi è costato un patteggiamento con tutti i principi educativi di cui mi faccio vanto.

Ma la genitorialità in adolescenza è fatta di negoziazione perenne, come alle nazioni unite nei periodi di guerra.

Il gatto dorme sul cartone aperto della libreria che la mezzana sta montando, con una manualità senz’altro ereditata dalla nonna materna.

C’è la musica in sottofondo, perché la nostra è una casa che non conosce silenzio.

Nel forno cuoce un polpettone che probabilmente non verrà buono, ma l’importante è partecipare, mica vincere, e poi non si può mica saper fare tutto.

Io finisco di sistemare la cucina mentre il grande prende in giro la piccola per la pancia e lei grida scocciata.

Intanto penso che la gratitudine a volte somiglia molto alla felicità, che è fatta di amore e grazia e anche di un odore di bruciato che viene dal forno.

Di presenze e voci, di un mobile dell’ikea, di un gatto rotondo, la descrizione di un attimo perfetto, nonostante tutto.

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Psyco

“Piccola, ho un bel compito per te oggi”

“Io la lavatrice non la svuoto. Ci sono le mutande di mio fratello”

“No, oggi non ti tocca la lavatrice. Il tuo compito è di fare una selezione dei millemila peluches che stanno sul tuo letto e scegliere solo quelli che davvero ti interessano”

“Ma io li voglio tutti”

“Sì, ma fare il tuo letto la mattina è un incubo, sembra di stare allo zoo”

“Mami, capisco quello che vuoi fare ma tranquilla, conserverò questo pezzo della mia infanzia”

“Scusa?”

“Ma sì dai, lo sappiamo, fai la dura ma non vuoi che io cresca perché così hai ancora una piccolina, oltre quei mostri dei miei fratelli”

“Veramente vorrei fare meno fatica a fare il letto”

“Mami tranquilla, non ti devi vergognare, è una cosa normale per una mamma”

“Elimina quei peluches!”

“Mami, lo faccio per te. Lasciamoli lì insieme alla mia infanzia”

La piccola, ufficialmente prima media, ufficiosamente terzo anno di psicologia.

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Lettera aperta

Caro Marco Mengoni,

Anche quest’anno ci siamo ritrovati.

La mezzana è arrivata carica di entusiasmo e preparatissima su tutti i testi, ripetuti come un mantra nelle ore altrimenti dedicate allo studio.

Nelle tasche del giaccone, mentre tu ti esibivi in una mirabile esecuzione de l’essenziale, noi ritrovavamo i resti del sushi all you can eat dove era stata con le compagne a pranzo.

L’ultimo giro di Nigiri e Futomaki non ha trovato posto nelle loro pance ma nelle tasche sì, per paura di doverli pagare.

La piccola è giunta al forum con il trasporto e l’emozione di chi per la prima volta sperimenta la musica dal vivo.

Cellulare alla mano, voce tonante e balli scatenati. Nulla si è fatta mancare di questa esperienza ricca di gioia, commozione, risate.

Ha abbracciato me e la sorella con l’affetto che da piccina riservava al Babbo Natale del supermercato.

Un grande spettacolo, te lo devo.

L’atmosfera, la tua voce, le mie due ragazze perdutamente innamorate dei tuoi occhi scuri, la tua coscienza ecologica e il movimento di bacino.

Quindi grazie, davvero.

Ho delle amiche costrette ad andare ai concerti di Coez, io sono decisamente fortunata.

Per concludere, anche io credo negli esseri umani.

A parte quando ci metto un’ora e un quarto per uscire dal parcheggio a fine concerto.

Ci si rivede, presto.

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Iron

Pioveva, stamattina.

Dopo la sveglia, mentre borbottava la caffettiera, c’è stata da svuotare la lavastoviglie, ché il pentolino del latte è al suo quinto lavaggio consecutivo, non trovo un posto in cui metterlo.

La lavatrice era da far partire perché pare non ci sia più molto di pulito da mettere, dietro la porta un gatto miagolava per entrare e davanti l’altro pretendeva di uscire.

Nel frattempo il caffè usciva dalla moka e il latte che ero certa fosse nella dispensa risultava sparito, forse rapito dagli alieni o dalle merende improvvise della mezzana.

Alle sette e quindici della mattina ero già uscita due volte.

Ho accompagnato i grandi alla stazione e il primogenito ha perso il pullman, perché impegnato in una storica litigata con la sorella in merito all’uso dell’ombrello più piccolo da portare.

Rientrata a casa sono uscita nuovamente per accompagnare la piccola a scuola, con la cartelletta di tecnologia da cui spuntava la riga lunga più o meno dodici metri, la sacca di motoria e uno zaino col peso specifico del piombo. Da un giorno all’altro mi aspetto che si ribalti come una tartaruga sul carapace e non riesca più a rialzarsi.

Gli ombrelli erano finiti, quindi è scesa senza, ma comunque non avrebbe avuto più mani a disposizione per tenerlo.

Rientrata a casa mi sono ricordata che sotto la giacca indossavo ancora il pigiama e quindi mi sono vestita e resa presentabile.

Dopo aver preparato le polpette per cena sono uscita per andare a lavorare, erano quasi le otto e trenta.

Che si tengano pure l’Ironman, io pretendo l’Ironmam.

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Nessun alibi

“Mother guarda! Incredibile!”

“Cosa?”

“Le mie nuove cuffiette! Vedi?”

“Ma che fai? Perché hai dato una testata al muro?”

“Perché sentono la vibrazione! E cambiano canzone da sole”

“E quindi tu dai testate al muro”

“Sì, a titolo esemplificativo”

“Amore alla mamma puoi dirlo: prendi droghe?”

“Mother, che dici?”

“No davvero dillo pure, non mi arrabbierò, la affrontiamo insieme”

“Eh no Mother, son proprio così al naturale. Riproviamo? Stong!!!”

Neanche l’alibi delle sostanze stupefacenti.

L’ho fatto proprio così.

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Come il piccolo principe

La pioggerella cade fine, leggera, impalpabile, quasi non dovesse toccare terra.

E non la tocca infatti, fermandosi tutta sui capelli e trasformandoli in una nuvola gonfia e crespa.

La tangenziale ti accoglie così, come un girone dantesco mancato, immobile e caotico, tra un signore con le dita nel naso e una ragazza intenta a stendere con cura la linea nera dell’eyeliner. Tanto possibilità di muoversi non c’è.

Una salute traballante, una serie di impegni lavorativi, ennemila messaggi dei figli per questioni di urgente e primaria importanza.

Dov’è il quaderno rosso a spirale di algebra, posso andare a far merenda al McDonald con i miei amici, mio fratello mi bullizza fai qualcosa, mamma ho preso la posta ci sono tre bollette, il gatto ha vomitato anche il pranzo di Natale sotto il divano, Mother devi assolutamente ascoltare questa canzone è spettacolo, ma il borsone di pallavolo per caso ti è rimasto in macchina?

Ore di lavoro, il buio che scende, stasera si fa tardi.

E nella strada che percorri al ritorno, tre sere a settimana, che passa dentro a un bosco e sarebbe anche suggestiva e bellissima se solo tu non fossi così stanca, ecco lei.

Al lato della strada, dove sembra aspettarti ogni volta perché forse la sua tana è lì vicino.

Lei, con le orecchie a punta e la coda rossastra, come tutte le volpi, che decide di attraversare mentre stai passando e ti costringe a una frenata folle per non averla sulla coscienza, oltre che sotto le ruote.

Se il piccolo principe avesse guidato un’automobile anziché un aereo, la storia sarebbe andata diversamente.

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Da grande

“Mother, i festeggiamenti del mio compleanno sono stati fighissimi. Casa tutta per noi, gara di rutto libero dopo aver bevuto litri di coca, torneo after hours di play station, pasta al pesto a mezzanotte. Una meraviglia”

“Caspita, peccato non essere stata invitata. Siete proprio un bel gruppetto di scienziati, eh?”

“Mother, non capisci. Io sto troppo bene con i miei amici, per questo non voglio diventare un adulto come te. Cioè, senza offesa, io non sarò triste e serio, voglio divertirmi e restare cazzaro”

“A parte il fatto che io non sono triste e seria, poi con i miei amici mi diverto un sacco”

“Eh già, mi immagino, chissà le risate a parlare di libri o quelle robe lì”

“Guarda che anche gli adulti possono divertirsi e essere cazzari, sai?”

“Come il cugino S?”

“Beh, il cugino S è il gran Visir di tutti i cazzari, il maestro sommo, l’inarrivabile”

“Per questo è simpatico. Ecco, potrei diventare adulto come il cugino S, restando cazzaro nell’anima”

Eppure ero stata attenta in gravidanza.

Chissà dove ho sbagliato.

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