Rosso di sera

Il mito di oggi è una storia più dei giorni nostri, sempre però legata alle tradizioni delle Dolomiti.
I protagonisti della leggenda sono infatti un fidanzato brizzolato e barbuto e una fidanzata dai capelli rossi, non più giovanissima ma ancora in forma.
I due, racconta la leggenda, vivevano tra un rifugio e l’altro.
Di lui, si sa che era un gran camminatore e amante del gelato. Di lei, che indossasse scarponcini Quechua forse appartenuti alla figlia più piccola e preferisse le funivie alle salite.
La adrenalinica vita da rifugio regalava loro cene a base di polenta, generatore spento alle ventuno e nanna alle ventidue. I due si dilettavano quindi con numerose partite a scala quaranta.
L’uomo barbuto aveva un potere magico, a ogni mano trovava sempre tutti gli assi, gongolando tronfio per ogni vittoria. Cum magno culo, come dicevano i latini. Giocando a soldi, la fanciulla diventava sempre più povera. Quindi una notte la fanciulla, che ne era comunque innamorata, buttò le carte e rapì l’uomo barbuto, portandolo sulla vetta della montagna.
Per questo motivo, da allora, appena prima del calare della sera di possono ammirare riflessi rossi dei capelli di lei sullo sfondo argento della barba di lui.

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Miti e leggende

La rubrica miti e leggende torna puntuale.
Quest’oggi con la storia di un re, tale Laurino.
Il nostro uomo regnava sul popolo dei nani, estraeva pietre preziose dalla montagna e possedeva un meraviglioso giardino di rose. Aveva due hobby: mettersi una cintura che gli regalava la forza di dodici uomini e indossare una cappa che lo rendeva invisibile. Insomma, il candidato ideale per un tso.
Un bel giorno il re dell’Adige decise di maritare la bellissima figlia Similde, invitò per questo tutti i migliori partiti della valle tranne il nostro Laurino. E come sempre succede nelle fiabe, vedi la bella addormentata nel bosco, a non invitare parenti e amici si fa sempre un gran casino. Così Laurino, offeso fino al midollo, si presentò comunque con la sua bella cappa dell’invisibilità. Vista la splendida Similde e innamoratosi all’istante, invece che corteggiarla, invitarla a cena o mandarle un buongiornissimo kaffè su Messenger, la rapì.
Per farla breve venne inseguito e acciuffato perché sì invisibile, ma un po’ tonto perché lasciò le impronte sul giardino di rose e venne quindi catturato.
Non pago di essersi macchiato di due o tre reati, scagliò una maledizione: nessuno più, né di giorno né di notte, avrebbe potuto vedere il giardino di rose.
Ma siccome non era un fulmine si dimenticò del tramonto, è così ancora oggi possiamo ammirare, al calare del sole, la montagna colorata di rosa.
(I due nella foto non sono Re Laurino e la bella Similde)

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Carezza

La rubrica di divulgazione scientifica prosegue senza sosta, e oggi vi conduce sulle sponde del lago Carezza.
Nella località di Nova Levante, val d’Ega, si appoggia questo specchio d’acqua che nasconde una leggenda.
La storia è quella del primo stalker della mitologia, lo stregone di Masarè. Il buon uomo di mezza età, invaghitosi come nella migliore delle tradizioni di una giovane e timida ninfetta, si rivolse alla strega Langverna, col proposito di rapire l’amata.
La strega, un po’ la Vanna Marchi dell’epoca, consigliò allo stregone di creare un arcobaleno dal Latemar al lago che si sa, alle ninfe piacciono i colori, di appostarsi travestito e quand’ella fosse uscita dall’acqua zac! Rapirla e via.
Lo stregone creò dunque uno splendido arcobaleno, ma essendo uomo e quindi poco incline all’ascolto, dimenticò di travestirsi.
La bella ninfa vide l’arcobaleno la anche lo stregone marpione appostato, si immerse nelle acque e non riemerse più.
Lo stregone, non solo poco incline all’ascolto ma molto alla collera, ruppe l’arcobaleno in mille pezzi e lo buttò nel lago, che da allora regala riflessi di tutti i colori.
E anche per oggi, è tutto.
(I due in foto non sono lo stregone e la ninfa)

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Mmm

Smessi i sudati panni della pedagogista, la vacanza mi regala il consueto e amato ruolo di divulgatrice scientifica.
È così, vengo a voi col racconto di un insolito ferragosto museale.
La mattina, quando ancora c’era freschetto -solo trenta gradi- abbiamo percorso vicoli, scale e anfratti del Castello di Firmiano, uno dei sei MMM, Messner Mountain Museum.
Tra storie di alpinismo e sale di meditazione tibetana, necessaria ancorché indispensabile per non imprecare durante la salita e la discesa tra i mille scalini disseminati qua e là.
Una location suggestiva, giusto appena permeata dal gigantesco ego dello scalatore. D’altronde se sali a mani nude tutte le cime degli ottomila, un po’ di onnipotenza è dovuta. Io mi sento wonder woman dopo dieci chilometri, per dire.
Nel pomeriggio abbiamo visitato la casa di Ötzi. Un museo dedicato al corpo di un uomo vissuto cinquemila anni fa, morto su una montagna che lo ha conservato nel ghiaccio fino agli anni novanta. A trovarlo dei turisti, a un passo dal confine austriaco. Per un pugno di metri Ötzi è nostro e non loro.
Era alto un metro e sessanta, capelli e occhi scuri, tatuato in varie parti del corpo. Il suo ultimo pasto è stato un panino con lo stambecco e forse per questo portava con se erbe medicali per la dissenteria.
È giallo sulla sua morte: pare sia stato ucciso ma il colpevole è ancora a piede libero.
Per oggi è tutto, buon ferragosto a tutti

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Bolzano

È l’estate della lunga quarantena del primogenito. Delle partite a scala quaranta con doppia mascherina, guanti e disinfettante, sul terrazzo.
Dei pasti pronti e le videochiamate di conforto.
È l’estate dello sbocciare della mezzana, cresciuta in grazia e bellezza come la bella addormentata, ed è stato davvero un risveglio dall’iperuranio.
Amici, pensieri, esperienze nuove, lavoretti, sempre fuori, ché dentro si sta stretti.
È l’estate dell’ingresso in adolescenza della piccola, che al posto del sorriso ha un muso lungo, risponde sollevando le spalle pigra, non nasconde il fastidio di stare con noi grandi e osserva sgomenta l’allontanarsi nel mondo dell’adorata sorella.
È l’estate di una guarigione, del ritorno e dei progetti.
È l’estate di una vacanza insolita, che comincia oggi, a Bolzano.

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Eeeeee Macarena!

Aspetti la chiamata del tampone.

La chiamata non arriva.

Porti comunque il figlio a fare il tampone.

Discuti per fare il tampone.

Aspetti l’esito.

L’esito non arriva.

L’esito arriva ma non è consultabile sul fascicolo elettronico.

Smadonni.

L’esito è consultabile.

L’esito è positivo (ancora)

Smadonni, se possibile, ancora di più.

Si rinnova la quarantena.

Riparte l’iter.

Non fai la differenziata e metti tutto in un sacco, che ritireranno il venerdì.

Fai i conti della serva per capire quando sarà il prossimo tampone.

Con l’algoritmo di Dijkstra calcoli la data presunta di uscita, se il

Sole è in sagittario e la luna calante.

Signore e signori, ecco il nuovo ballo dell’estate.

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Per non perdere la priorità acquisita

La mattinata trascorsa al telefono, nel tentativo per lo più vano di avere risposte su tamponi e questioni di quarantena.

Dei vari numeri del servizio sanitario lombardo , tre uniche certezze.

La musichetta dell’attesa è suonata al pianoforte da un bambino di seconda elementare.

Nel momento esatto in cui si interromperà la molesta sinfonia e qualcuno solleverà il ricevitore, nonostante le ore passate ad attendere, cadrà la linea e come nel giorno della marmotta dovrai ripetere ogni tuo gesto all’infinito.

Nessuno risponderà mai.

Il servizio di telefonia che mi scrive dodici email per informarmi di avere diritto a un’offerta strepitosa, un cellulare in omaggio se rimango con loro fino che morte non ci separi (l’ultima volta che ho aderito a questa formula non è andata benissimo), millemila giga al mese e tutte con l’incipit “Cara Valentina, per ringraziarti della tua fedeltà!”

Al supermercato passo allo scanner la mia tesserina e la pistola spara-spesa mi accoglie con un allegro “benvenuto, Gennaro!”

Ci sono discreti margini di miglioramento, per questo agosto.

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Be positive

La gaudente parentesi riccionese s’è conclusa ormai da più di una settimana.

Una vacanza con poco mare, molta vita notturna, cenette gourmet, piadine crudo e squacquerone tra un pranzo e l’altro.

Albe sulla spiaggia, giochi sull’acqua, nuovi incontri.

Il primogenito è tornato dalla sua prima esperienza di totale autonomia carico di ricordi, esperienze da non dimenticare e una carica di positività.

Al covid, purtroppo.

Nonostante tutte le raccomandazioni, malgrado la mascherina e il disinfettante, i tamponi e le precauzioni ciò che più si temeva s’è avverato.

Nella lunga lista di paure genitoriali, da un anno e mezzo a questa parte, si è aggiunta quella del contagio.

Certo, un rimedio potrebbe essere quello di tenerseli vicini, di non correre il rischio, di aspettare tempi migliori.

Ma l’estate dei diciott’anni è adesso, come si può chiedere di rimandarla.

Certo, per sette giorni di divertimento il prezzo da pagare sembra un po’ alto: il virus si sta facendo sentire, beffardo, con una vasta gamma di sintomi.

Ma potendo tornare indietro, credo che sceglierebbe nuovamente di godersi quei sette giorni di entusiasmo, stupidaggini, emozioni, risate e -probabilmente ma non voglio sapere- sbornie.

Adesso affrontiamo questo tempo di solitudine, ché l’isolamento sembra essere il peggiore degli effetti collaterali.

E per la prima volta dall’inizio della scuola elementare, con tutto questo tempo a disposizione finirà i compiti delle vacanze prima del rientro a scuola.

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In cucina con piccoletta

“Piccola, mi fai i pancake?”

Chiede un temerario fratello maggiore, ignaro e ingenuo come un agnello portato al macello.

“Certo, non c’è problema”

Quindici minuti, quattro ciotole, due padelle e uno strano odore più tardi.

“Piccola, ma come li hai fatti? Sembrano strani”

“Allora, ho messo queste uova, scadevano il dieci giugno ma dici sempre che le scadenze sono indicative. La farina non bastava ma ho aggiunto il preparato per crêpes dietetiche, quello che compri e poi butti perché dici che non ti piace ma poi ricompri quando sei a dieta. Lo zucchero non c’era e allora ho mischiato il dolcificante liquido è uno yogurt al pistacchio. Ah, ci voleva il latte ma non ne avevamo e ho messo l’acqua, così sono più leggeri”

Con tutto quello che di buono avrei potuto lasciare a mia figlia, proprio il cucinare male doveva capitarle.

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Tutti al mare

Le notizie del primogenito sono scarse e frammentate.

Qualche immagine ogni tanto, nessun volto riconoscibile, solo paesaggi e cibo.

Eh sì, perché i sei giovani in vacanza da soli in quel di Riccione, hanno poche idee ma ben chiare.

Intanto la spiaggia. Andrete in quella libera, giusto? Ma certo, un ombrellone dai cinesi e via.

E poi la foto del Bagno Sirena con lettini, sdraio e servizio bar.

Che per carità, nessuno li voleva in spiaggia a Coccia di morto, ma neanche a spalmarsi crema sulla sdraio extra lusso.

Poi, il cibo. A me arrivano foto di spaghetti con le vongole, che sembra essere il piatto locale più apprezzato.

A un’altra madre è arrivato il video di una serata a base di linguine all’astice, che quando arriva a casa mi spiegherà perché toglie pure i gamberetti dal risotto.

L’albergo dove soggiornano ha un nome francese altisonante, ricorda vagamente un postribolo ma costa come un soggiorno sulla Croisette.

Però no, non andrò a trovarlo, per un motivo dettato dalla mia ricca cultura pedagogica: non ho ferie.

Tuttavia, se qualcuno tra i miei contatti si trova per caso in zona, mi faccia sapere.

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