Salutava sempre

Comincia a far caldo, anche se ho ancora il piumone sul letto.

Cosa c’è di meglio di una bella doccia, dopo una giornata cominciata all’alba, un po’ qua e un po’ là, tra lavoro e accompagnamenti vari?

Poi metti un piede in doccia ed è subito Holiday on ice, il regno di Frozen dopo il passaggio di Elsa, una piantagione di banane con le bucce per terra.

Sfidando le leggi della fisica, mi salvo una rovinosa caduta aggrappandomi alla doccia, al bagnoschiuma all’Argan finito, il balsamo alla banana vuoto e lì abbandonato.

Lancio un grido primitivo e profondo, finché accorre la mezzana dai capelli al profumo di banana e le ascelle di Argan -ecco chi li aveva finiti.

“Stavi scivolando mamma? Perché ho appena fatto un nuovissimo scrub alla pelle! Caffè in polvere, sale grosso e tanto tanto olio! Vieni, senti come sono liscia”

Se leggerete di me sui giornali o mi vedrete al telegiornale, ricordate che ero una brava persona.

E salutavo sempre.

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Dignità

Interno casa

Oh, guarda! É già ora di andare a prendere il grande, oggi esce un’ora prima, sono già in ritardo e ho ancora i pantaloni del pigiama…vabbè ma sono in macchina, chi mi vede?

D’altronde sono stata collegata fino adesso, bisogna pur lavorare. Vado.

Esterno, piazzale della scuola.

Suona il telefono.

“Blo, dove sei?”

“Sono qui, precisa e puntuale, nel parcheggio fuori della scuola”

“E cosa aspetti? Ti ricordi che devi firmare per farmi uscire prima?”

“Non possiamo fare una videochiamata?”

“No, ma perché?”

“E se resti lí fino all’una?”

“Blo, che succede? Vieni!”

“Arrivo”

Con la dignità nascosta nel fondo della tasca, insieme ai fazzoletti usati, e la mascherina tirata su fin sugli occhi, io e i miei pantaloni del pigiama siamo arrivati all’ingresso del liceo.

Ho la sensazione che il primogenito non chiederà mai più di uscire prima da scuola.

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Come un cerotto

Ho un cerotto sul dito, l’anulare destro.

Nell’ultima settimana, per lavoro, sono stata a trovare diversi bambini in case diverse.

“Cosa ti sei fatta?” mi ha chiesto la prima bambina.

“Lo togli e mi fai vedere?” Ha proposto un bambino.

“Hai la bua?” ha esclamato la più piccola. “Con un bacino passa, sai”.

Ecco, da grande voglio essere un bambino.

Un bambino che guarda un cerotto e vuole sapere cosa ti sei fatta.

Che non ha paura di vedere una ferita. Che sa come curarla, perché la bua con un bacino forse non passa ma fa meno male.

Voglio la curiosità di chiedere come sta l’Altro, la consapevolezza sincera di volerlo sapere davvero.

Voglio lo sguardo attento e gli occhi sgranati, perché quando incontri l’Altro sei aperto alla scoperta di qualcosa di nuovo.

Io, da grande, voglio essere un bambino.

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Nel complesso

Il piccolo gatto, che passa la vita in una placida alternanza tra il divano rosso e la ciotola della pappa, si improvvisa giustiziere della notte ingaggiando una lotta furibonda con un micio straniero.

Rimedia un occhio graffiato, una visita dalla dolce veterinaria coi capelli rossi, una puntura di antibiotico.

Si vendica facendo pipì sul trasportino che alla prima curva inonda il sedile e i miei pantaloni.

Arrivano gli acquisti compulsivi fatti pochi giorni fa. Dopo avere provato con gran disinvoltura la mutanda guaina che tutto contiene e tutto può, in pendant col reggiseno dei miracoli, ti accorgi con sgomento che l’abbinata produce un rotolino intorno alla vita che ricorda le curve dell’omino Michelin.

In un momento di altissima ispirazione pedagogica, di quelli che senti la pacca sulla spalla di Maria Montessori e Rosseau che fa il tifo a bordo campo, ho infilato in un sacco nero tutti i vestiti che stazionavano da giorni sul pavimento della stanza delle ragazze.

Con una plateale sceneggiata, ho portato tutto nel baule della macchina. È lì, per l’appunto, li ho dimenticati per un mese. Non so se li tirerò mai fuori.

Nel complesso, tutto bene.

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Sorridi, sei su candid camera

“Piccola?”

“Qualcuno ha visto la piccola?”

“Io no mamma”

“Piccola chi? Ahahahahah come sono simpatico Blo”

“Non risponde neanche al telefono”

“Magari è scesa a giocare?”

“Senza dircelo?”

La piccola, con l’animo burlone da carnevale di Rio, si è furbamente nascosta nei meandri del mio armadio (a suo rischio e pericolo, tra l’altro)

Sbucata dopo un tempo indefinito tra mille risate (sue) ha deciso dopo poche ore di replicare questo riuscitissimo scherzo.

Senza considerare però l’inaffidabilità e la cialtroneria dei suoi congiunti.

È rimasta quindi rintanata, tra vecchie magliette sbrindellate e jeans che mi si chiuderanno dopo morta ma che non butto perché sai mai, per un considerevole lasso di tempo.

Scovata dal gatto, infastidito per il furto della cuccia preferita, se ne è andata offesa per non essere stata cercata.

Caro telefono azzurro, se dovessi ricevere una sua chiamata sappi che abbiamo le nostre valide ragioni, per lasciarla chiusa nell’armadio.

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Oggi

“Avanti prego avanzare, davanti alla sedia e piedi sul bollone per terra, questa è la giusta distanza”

“Sembra il gioco della sedia”

“Ma adesso prenderò benissimo il 5G ahahahahah”

“Quello dietro mi sembra troppo giovane, secondo me imbroglia”

“Avanti prego avanzare, davanti alla sedia e piedi sul bollone per terra, questa è la giusta distanza”

“Io non ci credo, però lo faccio”

“Io ho fame, ma ho letto che è più sicuro farlo a stomaco vuoto”

“Ma tu, che ti fai iniettare?”

“Perché, si può scegliere?”

“Avanti prego avanzare, davanti alla sedia e piedi sul bollone per terra, questa è la giusta distanza”

Una mattina nebbiosa e freddina, che promette però una giornata splendente. Una umanità variegata e varia, in attesa coi piedi sul proprio bollone.

L’emozione della prima dose, anche se detta così fa un po’ tossico.

Mi sono vaccinata.

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Madri

Amorevole, presente, attenta, sacrificale, attiva, biologica, premurosa, severa, coraggiosa, dolce, indulgente, affettuosa, disponibile, adottiva, combattiva, inadeguata, paziente, affidataria, stressante, sorridente, tollerante, mancata, felice.

Il curriculum di una madre contiene tanti e tali requisiti che mettono timore.

Difficile trovare un candidato che presenti tutte queste caratteristiche.

A un passo dalla maggiore età come madre, so che la maternità è l’esperienza più pervasiva e trasversale che si possa sperimentare.

So che una madre non nasce davanti a due linee colorate su un test, né dopo il parto e nemmeno quando torna a casa col suo bambino.

Essere madre è un’attitudine, un orientamento, un’opportunità.

Come ogni cosa, non ti rende migliore se non ne cerchi il senso.

È scrivere parole a matita, che saranno i figli a scegliere se ripassare in penna o cancellare, per riscriverne altre.

È la capacità di accogliere senza essere travolti, far stare in equilibrio il tenere e il lasciare andare, lo stare vicino e la giusta distanza, mantenere la rotta consentendo deviazioni, sorreggere lasciando che camminino da soli, intuire quando mollare la presa.

È un modo di stare nel mondo e stare in relazione con gli altri, guidati dalla consapevolezza che la maternità è un dono che si fa dono a sua volta.

Auguri a chi è madre, di un figlio, un’idea, un progetto, un pensiero.

Perché chiunque si prenda cura di qualcuno o di qualcosa, è madre.

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Ladri di biciclette

Il primogenito sta definendo gli ultimi dettagli della prima vacanza solo con gli amici, che farà a luglio.

Sarà un viaggio alla ricerca di arte, tradizione e cultura. Ricco di suggestioni ed esperienze.

Perché quando fin da piccoli fai scoprire loro il mondo e le sue meraviglie, da grandi le cercheranno ancora.

Andranno a Riccione.

La mezzana è diventata la versione coi capelli lunghi del dott.Nowzaradan di vite al limite.

Controlla l’assunzione quotidiana di calorie sua, mia e della piccola. Accorre in cucina se sente il fruscio di un pacchetto che si apre, tanto che siamo state costrette a comprare le patatine nel tubo, per non essere scoperte.

La piccola indaga sul furto di biciclette e monopattini elettrici, avvenuto nel piazzale della scuola media.

Novella Sherlock Holmes, elabora con le sue amiche teorie degne di Criminal Minds.

Io controllo di avere il portafoglio in borsa, il cellulare in tasca e la testa sul collo, dopo una settimana faticosa, in cui è stato necessario fare di necessità virtù.

Anche se io, con le virtù, non sono mai stata tanto brava.

Però mi sto impegnando.

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Sorellanza

“Piccola corri, presto!”

“No, sono a letto”

“Dai, è importante, devo farti vedere una cosa”

“Mandamela su whatsapp”

“Veloce! Devi proprio vedere, forza!”

“Eccomi qua, cosa c’è?”

“Niente, ma già che sei in piedi mi porteresti un bicchier d’acqua?”

La sorellanza è un sentimento potente. Quasi come la cuscinata che la piccola ha tirato in testa alla mezzana.

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Il primo passo

“Mami, dobbiamo parlare”

“È urgente, piccola? Sto facendo il polpettone e sai che mi devo concentrare, altrimenti viene una schifezza”

“Sì, è urgente e importante”

“Urca, allora siediti lì e dimmi”

“Mami, tu mi hai sempre detto che il primo passo per farsi aiutare è ammettere di avere un problema”

“Sì, potrei averlo detto”

“Mami, davvero. So che io sono la figlia e tu la madre ma sai che con me puoi parlare”

“Piccola, davvero, grazie. Ma sono un po’ confusa. Chi ha un problema?”

“Mami, dillo e sarà tutto più semplice”

“Ma dire cosa, scusa?”

“Va bene, mi ci hai costretta tu. Cos’è questo?”

Qualche giorno fa, al ritiro della spesa al Drive, insieme ai consueti buoni mi hanno omaggiata di una mini bottiglia di liquore. Bottiglietta che, naturalmente, è rimasta a giacere nella mia borsa insieme a sette mascherine, un numero imprecisato di scontrini e le mentine uscire dalla loro scatola.

La piccola l’ha trovata e ha subito pensato mi facessi un sorso ogni tanto, tra un accompagnamento a pallavolo e un giro in lavanderia.

Mi chiamo Barbara, ho quarantasette anni e non bevo il limoncello, giuro.

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