Un tuffo nel passato

Stamattina presto, mentre tutti dormivano, sono uscita a correre. C’erano pace, tranquillità e un sole spuntato da poco a farmi compagnia. Il mio mondo ideale, insomma. Le macchine in giro erano poche e quasi non mi sono accorta quando una di queste ha rallentato accostandosi vicino a me. Ho sentito una voce e qualcuno che diceva il mio nome con tono interrogativo, mi sono voltata e al volante c’era lui. Lui, il grande amore dei miei quindici anni, quello che mi ha spezzato il cuore limonando con la ragazzina che più odiavo nella scuola per tutto il viaggio in pullman durante una gita scolastica, per il quale ho pianto tutte le mie lacrime chiusa nella mia cameretta ascoltando l’opera omnia di Marco Masini convinta, come ogni adolescente degna di questo nome, che mai più sarei stata felice e sarei invecchiata sola in compagnia di tre gatti. Quello che speri di incontrare da grande bella come il sole, con i capelli splendenti e vaporosi, il trucco perfetto e il tacco dodici, così da fargli mangiare le mani fino ai gomiti e prendere a testate il muro per averti lasciato andare. E invece. Questa notte il gatto ha deciso di dormire vicino a me scatenando la mia latente allergia, e i miei occhi stamattina erano rossi e venati come quelli del mio amico Walter al settimo giorno di vacanza nei Coffee Shop di Amsterdam. I capelli grazie all’umidità mattutina sembravano cotonati con la corrente a 220 volt e ricordavano quelli di Krusty il Clown. Per non svegliare nessuno accendendo la luce poi, avevo indossato una felpa a caso, che si era poi rivelata quella della mia figlia decenne, sicuramente già alta ma con quelle tre o quattro taglie meno di me. L’insieme dunque non era il più favorevole, anche se sarebbe stato perfetto ieri sera per fare dolcetto o scherzetto. Pure lui comunque non mi è sembrato al massimo della forma, soprattutto perché non c’era quasi più traccia della folta chioma corvina che aveva incantato ai tempi tante liceali come me. Rivedersi è stato strano, come quando incontri il macellaio in posta, sai che lo conosci ma non riesci a ricordare chi sia, senza il grembiule del supermercato. Ecco, mi sa che il passato sarebbe meglio lasciarlo dov’è, con i capelli e senza rughe, come in una bella fotografia chiusa in cassetto.

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Cronaca di una giornata in salita

Ci son giornate che inizi chiedendoti quanto male devi aver fatto nella tua vita precedente per meritarti in questa una tale sequela di sfighe. Ieri mattina alle sei e trenta c’era più sole fuori che dentro di me. Mi sono alzata più che negativa, nefasta, che a confronto il crudele gufetto che diffonde odio pare la fata turchina. L’unica cosa saggia da fare sarebbe stata rintanarsi sotto il piumone, come aveva velatamente suggerito la sveglia, defunta per sempre dopo il debole trillo che mi ha strappato al sonno. I bambini che, si sa, captano e percepiscono sentimenti e umori materni si sono prontamente adeguati mostrando dal risveglio il loro lato più oscuro e molesto. In ufficio mi aspettava un’allegra attività che porta il nome di rendicontazione, più conosciuta dagli addetti ai lavori come una delle sette piaghe d’Egitto. Il mio adorato computer mi ha dato il benvenuto avvisandomi che qualcuno nottetempo aveva cercato di entrare nella mia posta elettronica -che poi, poveretto, si sarebbe annoiato a morte visto il tenore delle mie conversazioni via mail- e mi ha quindi richiesto ennemila controlli prima di lasciarmela usare. Sbrigate tutte le mattutine incombenze è arrivata l’ora di riprendere i bambini a scuola, quindi mi sono diretta alla macchina dove mi sono accorta di non trovare più le chiavi. Credo di non essere l’unica a possedere una borsa che probabilmente comunica con un’altra dimensione, visto che scompaiono oggetti indispensabili e ne appaiono di stravaganti e inutili, uno su tutti il “mai più senza” grattaschiena della piccola. Ma questa volta non era colpa della borsa ma ancora della mia incurabile storditaggine che mi aveva fatto lasciare le chiavi direttamente inserite nel cruscotto. Roba che è più facile rubarmi la macchina che l’account di posta elettronica. Arrivata a casa ho trovato nella cassetta della posta una gentile missiva della compagnia telefonica, che ha deciso in autonomia di addebitarmi bollette per due linee, nonostante io ne possegga solo una. La gentile signorina slovena che ha prontamente risposto alla mia chiamata mi ha tranquillizzata spiegandomi in un italiano incerto che “sono cose che capitano”. Solo a me però, avrei voluto aggiungere. Il resto della giornata non ha -fortunatamente- riservato altre sorprese, se non il tranquillo tran tran pomeridiano di compiti che prevedeva studio in tandem con l’amico migliore del grande per la temutissima interrogazione di storia, letture varie e interminabili prove di flauto per la secondogenita e tautogrammi per la piccina (e adesso voglio vedere quanti di voi sanno di cosa si tratta e non vale cercare su google). Insomma, solo un’altra giornata di ordinaria follia.

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Caffè?

“Mamma, caffè o non caffè?”
Questa non è la gentile offerta di una bevanda calda, come potrebbe erroneamente sembrare. È la personalissima unità di misura dei miei rapporti amicali, che sempre la solita secondogenita ha ideato per capire in che rapporti io sia con la maestra, la mamma del suo compagno o il lattaio. “Caffè o non caffè” è la massima sintesi del “quanta voglia hai di passare del tempo con quella persona? Vuoi condividere un momento di chiacchiere con lui/lei/loro? Vuoi ascoltarli e raccontargli le tue cose?” E non solo. È un modo per provare a intuire come è fatto il mondo della mamma, quale bussola utilizza per orientarsi nell’intricato mondo delle relazioni con gli altri, chi vorrebbe come amici e perché. Qualche coordinata che aiuti anche lei, riservata ma tanto desiderosa di fare amicizie, a comprendere quale sia il modo giusto per farlo.
Inizialmente non ho gradito molto questa curiosità che sconfinava nell’intrusione, che si sommava e moltiplicava le consuete millemila domande del giorno. Ammetto però di essermi sbagliata, perché adesso anche a me capita, incontrando persone più o meno nuove della mia vita, di pormi la fatidica domanda. Ma la risposta più bella e geniale l’ho sentita dare dalla sorella piccola a quella grande. Alla domanda “ma tu con me il caffè lo prenderesti?” ha così risposto: “per il caffè sono piccola, ma con te mi mangerei pure una teglia di lasagne”.

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Cosa si mangia?

E oggi, cosa preparo da mangiare?”
Tra tutti gli interrogativi esistenziali, le dissertazioni sui massimi sistemi e i dubbi di fede state pur certi che alla fine la domanda che le donne si pongono più frequentemente è proprio questa. Benché sia chiara e conosciuta la piramide alimentare, che cominciamo a studiare in seconda elementare e padroneggiamo meglio delle piramidi egizie, nonostante i milioni di siti, blog, riviste e libri dedicati a cosa portare in tavola e come farlo, sebbene su Facebook impazzino le foto di scenografiche e prelibate preparazioni, non si capisce come mai io finisca sempre per ripiegare sulla pasta al pesto. Con alcune varianti sul tema -pasta al ragù, lasagne e polpettoni- le mie giornate sono funestate dal desiderio di nutrire la mia famiglia in modo sano, così come raccomanda l’organizzazione mondiale della sanità e non smette di ripetermi il pediatra dei miei figli. Il problema è che, come per l’esame della patente, io sono preparatissima nella teoria ma carente nella pratica. Mi manca il tempo, probabilmente l’attitudine e di certo la costanza. Spesso le mie azioni sono guidate da entusiasmi quantomeno passeggeri, che per qualche giorno faranno arrivare sulla nostra tavola piatti che neanche a Masterchef (junior), completamente bio, di stagione, bilanciati, gustosi e genuini, con tanto di impiattamento artistico salvo poi, a entusiasmo calato, ritrovarmi nella corsia surgelati del supermercato a fare scorta di quattro salti in padella. Quanto queste dissennate abitudini alimentari nuocciano ai miei figli ancora non mi è chiaro. Di certo so solo che, pur mangiando tutti alla stessa tavola, fisicamente non potrebbero essere più diversi, per peso, per altezza e per voracità. Senza dimenticare la difficoltà di conciliare in un solo piatto l’intolleranza al lattosio, il precoce vegetarianesimo e le bizze varie (i pomodori si, mamma, però sbucciati). Posso dire di averle provate più o meno tutte: ho pianificato con cura scientifica il menù settimanale affinché pranzo in mensa e cena a casa fossero equilibrati, tenendo conto degli impegni miei di lavoro e dei ben più pressanti impegni sportivi dei bambini. Non ho però calcolato e tantomeno previsto che magari al mercoledì, dopo una giornata frenetica e stressante la mia capacità di fronteggiare malumori e capricci davanti al passato di verdura sarebbe stata pari a zero e avrei preso il telefono e ordinato la pizza o preparato la pasta al sugo che -nove volte su dieci- i bambini hanno già mangiato a pranzo. E così la mia schizofrenia alimentare va avanti, tra un bastoncino findus e un arrosto con spinaci, un’insalata di quinoa e un bon roll, senza dimenticare che al venerdì a scuola è obbligatoria la merenda vegetale e che il budino alla fragola NON vale come frutto.

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Fraintendimenti

“Mamma, dobbiamo parlare”
“Ciao tesoro, vieni. È urgente o posso finire di impastare il polpettone?”
“Il polpettone può aspettare”
“Caspita, che faccia scura. Va bene, mi lavo le mani e sono da te. Fatto, dimmi”
“Mi hai mentito. Mio fratello mi ha detto tutto”
Il momento è giunto. Panico. Deglutisco. Respiro. Mi avvicino e le prendo la mano fra le mie.
“Amore, so che adesso sei dispiaciuta e anche arrabbiata, ma posso spiegarti”
“Non c’è niente da spiegare, come hai potuto??”
Lacrime. Disperazione.
“Calmati e ascoltami. Sembra una bugia, ma in realtà è un modo per tenere viva la magia, credere in qualcosa di incantato, nutrire la fantasia. Babbo natale..”
Le lacrime si arrestano. Tira su col naso, mi guarda perplessa.
“Mamma, cosa c’entra Babbo Natale col fatto che non posso venire al pigiama party di Jacopo per il suo compleanno?? Mia sorella me la sono tenuta attaccata come una cozza per tutta la mia festa, non è giusto!”
“Ah, sì certo, il pigiama party! Ehm..diciamo che ho pensato che tu e tua sorella vi sareste divertite di più dalla nonna..”
“Si si non importa, vai avanti con l’altro discorso: cosa dicevi di Babbo Natale?”
“Sai cosa ti dico? Alla festa di tuo fratello puoi venire anche tu!”
“Ma io dicevo..”
“Senti anche tu amore? Le amiche ti chiamano! Vai pure a giocare, i compiti li facciamo dopo”
“Mamma, sei sicura di stare bene?”
“Certo”

Per questa volta è andata, ma la verità non è lontana.

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Wedding

Lei era bellissima, di viola vestita e con un sorriso abbagliante, nonostante le due tachipirine mille prese poco prima ché, si sa, le emozioni forti giocano brutti scherzi. Aveva un coloratissimo bouquet di gerbere, da sempre i suoi fiori preferiti. Lui era elegante e affascinante nel suo abito blu scuro e la camicia in tinta col vestito di lei, rigorosamente senza cravatta, come richiesto dalla sposa. Sorrideva a tutti come un bambino che sotto l’albero ha trovato il regalo tanto desiderato. Testimoni per entrambi le figlie di una e dell’altro, incantevoli in piedi a fianco a loro nella sala matrimonio del comune. Testimoni nel senso più vero e reale del termine, perché cresciute insieme a quell’amore che eravamo tutti lì a celebrare. Lui osservava lei con uno sguardo che parlava di felicità, orgoglio e amore. E soddisfazione anche, per essere arrivati dopo diciassette anni a potersi chiamare marito e moglie. E per essere guardate così forse vale la pena aspettare tanto tempo. Quella che è cominciata dopo più che una festa è stata una sagra, come nello stile degli sposi. Si è mangiato, bevuto (soprattutto), ascoltato e ballato la musica dal vivo di un gruppo che per loro è di famiglia, visto che uno dei componenti è il fidanzato della mia bella nipote, figlia della sposa. Loro, gli sposi, hanno ballato una bellissima versione di Tunnel of love come se al mondo fossero soli, occhi negli occhi, sorrisi a specchio. Le figlie gli hanno fatto dono di un grande quadro, collage di questa storia d’amore. Perché deve essere amore se si decide di dire sì quasi alla vigilia della maggiore età di una relazione. Perché è per forza amore se lui la guarda emozionato e lei ride di cuore -ancora- alle sue battute.
Perché se è vero che tutti si meritano la felicità, forse loro se la meritano un po’ di più.
Viva gli sposi!!

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Buon compleanno

Ebbene si, oggi fanno dodici anni che ci conosciamo, caro figlio mio. Proprio tu, il primo della fila, che ha trasformato due persone in una famiglia. Quello che mi ha tolto il sonno, preso il cuore e regalato una nuova identità: l’ essere mamma. Quello che è stato figlio unico per poco meno di due anni, prima di essere sommerso di sorelle. Qualche anno più tardi hai trovato conforto e alleanza nell’arrivo del gatto, che tu stesso hai scelto tra una cucciolata di trovatelli in un freddo pomeriggio d’autunno. O forse è stato proprio felino a scegliere te, l’istinto tipico della sua specie l’ha guidato verso un bambino che, come il suo bisnonno Gerolamo, ha il dono meraviglioso di entrare in relazione con gli animali. Lo stesso bambino che mi ha stupito solo pochi mesi dopo, eleggendo il basket a suo sport del cuore e mettendoci tutto l’impegno, la tenacia e il coraggio necessari, nonostante le difficoltà. Lo stesso bambino che a otto anni è partito intrepido per il suo primo campeggio da solo, senza conoscere nessuno ma in compagnia della voglia di scoprire e sperimentare che non lo abbandona mai. Lo stesso ragazzino che contesta tutto e tutti, in una cromatica visione del mondo che è solo bianca o completamente nera. Niente sfumature né sconti, per noi, abituati al tuo sguardo vigile e pronto a chiedere conto delle nostre azioni. Il mio grillo parlante personale, che esige gli venga detta sempre la verità, che ha gridato al tradimento quando gli ho confessato che no, Babbo Natale non esisteva e tantomeno la Befana. Lo stesso ragazzino che ama la montagna come il nonno che non c’è più, lasciandomi stupita e commossa nel vedere come le passioni possano saltare una generazione e riaffiorare in quella successiva. Sempre quello che ha deciso, senza ripensamento alcuno, di dire addio a mac donald e salamelle perché gli sembra più giusto e rispettoso essere vegetariano. Un ragazzino così bello che non si può dire, perché si arrabbia e non vuole.
Se fossimo in un famoso film sarebbe ora di schiacciare quel tasto rosso dal nome “pubertà” che tu non vuoi neanche sentire nominare. Se fossimo in Super Mario sarebbe ora di passare di livello. Se fossimo in Peter Pan saresti felice perché il protagonista non cresce mai. Ma succederà comunque, che tu lo voglia o no.
E io rimarrò lì, vicina e lontana, alla distanza che servirà, ad aspettare il tuo sorriso. Che da sempre e’ il mio panorama preferito.
Buon compleanno Jacopo,
Mamma

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Dannose dimenticanze

“.. e quindi credo sia meglio che io non vada a scuola stamattina, così ti aiuto.”
“Mi aiuti? Di grazia, a fare cosa?”
“A ricordare, no? Per esempio a non dimenticarti che mi devi comprare le ballerine nuove per il matrimonio della zia”
“Capisco. Grazie, apprezzo il pensiero ma sono certa che me lo ricorderò. Non sono messa poi così male, sai?”
“Mamma, ti ricordo che quando avevo quattro anni mi hai dimenticato all’asilo”
“Ancora?? Non ti ho dimenticato e te l’ho già spiegato cento volte: sono solo arrivata un po’ in ritardo”
“Veramente sei arrivata alle cinque invece che alle quattro e solo perché ti ha chiamato la maestra Giovanna, altrimenti sarei ancora lì. Da sola. Senza nessuno.”
“Vedo che il senso del dramma è parecchio sviluppato in famiglia. Comunque nei circa seicento giorni di asilo che hai fatto nella tua vita e nei quali io ti sono venuta a riprendere, una sola volta è statisticamente insignificante”
“E allora cosa mi dici di quando ci hai lasciato a scuola alla una e invece avevi scritto sul diario che ci saresti venuta a prendere? Meno male che ero con mia sorella e con quella donna meravigliosa della maestra di religione, che di sicuro non lascia le sue bambine a scuola.”
“Ecco, appunto, santa donna. Non vi ho dimenticato, è solo che quel giorno sono andata ad aspettarvi alla fermata dello scuolabus senza pensare che dovevo venire a prendervi a scuola. Non mi sono dimenticata, ho solo confuso i luoghi, può capitare, su”
“E quella volta che hai perso mia sorella in albergo in Tunisia? Aveva solo tre anni! Ha ritrovato da sola la nostra stanza, meno male..”
“Certo che tu di problemi con la memoria non ne hai proprio, vero? Comunque non l’ho persa, si è allontanata dalla baby dance mentre portavo in bagno tuo fratello e ho perso dieci anni di vita per cercarla in quell’immenso e labirintico hotel”
“Vabbè, tutto è bene quel che finisce bene. Allora siamo d’accordo? Stamattina niente scuola!”
“Allaccia il grembiule e metti la giacca, che facciamo tardi allo scuolabus”
La fiducia è un dono prezioso, che si conquista a fatica e si perde in un soffio. Ma qui si esagera però.

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Giornate impegnative

Visto che la notte di ieri, funestata dalla apparizione della bambola assassina, aveva lasciato strascichi pesanti sul mio viso e nella mia psiche, ho pensato bene di tirarmi un po’ su con una massiccia dose di trucco e una qualche entusiasmante attività. Nello specifico sono andata in posta, spinta da una vena di masochismo e dall’imminente scadenza del bollettino per pagare l’assicurazione scolastica dei bambini. Il tempo trascorso nell’ufficio postale è stato ricco di spunti interessanti sia per scrivere una commedia che una tragedia, ma è sempre così è oramai non ci faccio più caso, mi godo lo spettacolo fino al mio turno. Sono uscita in tempi relativamente rapidi (credo sia stato il mio miglior tempo, se esistesse un runkeeper delle code) con l’urgenza e l’esigenza di andare a bermi un caffè doppio al bar di fronte. Ma il destino aveva altro in serbo per me è più precisamente una anziana signora che, appena dietro l’angolo, è inciampata in un dislivello della pavimentazione che circonda il palazzo, finendo a terra lunga, distesa e dolorante. Un’altra signora che passava e io l’abbiamo quindi soccorsa all’istante. A una prima e rapida occhiata la sfortunata signora ci è apparsa spaventata e un po’ acciaccata ma tutto sommato non gravissima. Mentre le prestavamo cure e conforto abbiamo scorto passare nella strada di fronte a noi -quella che mi separava dal tanto agognato bar- una pattuglia di vigili urbani e abbiamo fatto segno con le mani perché venissero ad aiutarci. I due hanno risposto al nostro saluto e hanno proseguito il loro giro. Solo al secondo passaggio si sono resi conto che non eravamo così cortesi e educate da salutare le forze dell’ordine e non eravamo sedute per terra per un sit in di protesta contro le lungaggini di Poste Italiane, e quindi sono intervenuti tempestivamente. Lui, il vigile uomo, capita la dinamica dell’incidente si è affrettato a dichiarare che la responsabilità non era del comune ma del condomino, dunque se la signora abitava lì non aveva che da rivolgersi al suo amministratore. La povera signora -ora di nuovo in piedi grazie a un baldo giovanotto che con gran delicatezza l’ha aiutata a rialzarsi- ha chiarito che no, lei non abitava in quel palazzo ed era solo inciampata. A questo punto è intervenuta la collega vigilessa che, nel giro di pochi minuti e con rara efficienza, è riuscita a tranquillizzare la signora, convincerla a farsi vedere in ospedale e chiamare la figlia per avvisarla. L’intraprendente vigilessa non aveva ancora finito di dare l’indirizzo agli operatori del centodiciotto al telefono che, davanti a noi, è arrivata un’ambulanza pronta a soccorrere la signora, prestandole le prime cure. Peccato che non fosse l’ambulanza giusta ma solo una che passava di lì, probabilmente per tornare alla vicina sede SOS. Fortunatamente il disguido non ha influito sull’umore della sventurata signora, che si è affidata fiduciosa nelle mani dei due gentilissimi volontari. Alla fine il caffè l’ho bevuto che era quasi mezzogiorno, ma pazienza, è stata sicuramente una giornata più difficile per l’infortunata signora.

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Dolci sogni

Ore due e cinquanta di notte. Una casa immobile e buia, unico rumore i respiri lievi- a parte il russare della piccola- dei suoi abitanti, rintanati sotto i piumoni, a dormire il sonno dei giusti.
All’improvviso una voce stridula e acuta ha squarciato il silenzio ed è penetrata nei sogni “mamma, giochi con me? Mamma, ho fame! Mamma, ho fatto un puzzetta” Le parole si ripetevano una dopo l’altra per poi ricominciare da capo. Prima ancora di capire a chi appartenesse questa fastidiosa vocina è entrato in azione il radar da mamma, che fa alzare di scatto e correre in direzione della voce, anche se è buio pesto, non si sa dove andare e si sta praticamente ancora dormendo. Mentre mi affannavo tra una stanza e l’altra l’agghiacciante ritornello non accennava a fermarsi e mi guidava fino al capezzale della piccola, al piano di sotto del letto a castello nella camera delle bambine. Lei era lì, immobile, statica, con braccia e gambe rigide e lo sguardo vitreo. Lei è la Baby Alive, una delle innumerevoli bambole che occupano il letto della fanciulla. Lei, per qualche oscura ragione, ha deciso di accendersi nel pieno della notte e lanciare al mondo il suo messaggio. Come nel più classico dei film horror se ne stava lì a fissarmi, con quel mezzo sorrisetto così ben disegnato. Prima che svegliasse l’intero vicinato l’ho portata in cucina per spegnerla, ma ovviamente non riuscivo a trovare il tasto sotto i vestitini rosa cuciti addosso come una seconda pelle. In un momento di sconforto ho valutato la possibilità di finirla a martellate, ma la piccola ci sarebbe rimasta male e alla fine mi era costata un sacco di soldi (a me o a babbo natale, non so) per cui ho deciso di risparmiarle la vita. E l’ho chiusa fuori in terrazza. Rientrando ho scorto lo sguardo perplesso del gatto, preoccupato forse della mia sanità mentale e della sua incolumità. Inutile aggiungere che per un paio d’ore non sono riuscita a chiudere occhio, fissando il soffitto buio con lo stesso sguardo allucinato della malefica bambola. E oggi, come prima cosa, armata di cacciavite toglierò le pile a tutto e a tutti.

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