Fili colorati

Il sabato appena passato, per la prima volta dopo un tempo abbastanza lungo da essere significativo, ho scelto di dedicare l’intera giornata a qualcosa di bello che fosse solo per me, e non includesse nel conto i tre amati figlioli.
Non mi sono rilassata in una beauty farm (anche se ce ne sarebbe un gran bisogno), non mi sono affidata alla professionalità di un parrucchiere per curare la chioma ribelle, o alle mani miracolose di una estetista per un massaggio drenante. Non sono andata al cinema né al ristorante.
Al contrario ho messo la sveglia presto e sono uscita in una mattina fredda e grigia per andare in stazione. Il treno mi ha portato in una città vicina, ad un appuntamento che aspettavo con curiosità.
Al mio fianco in questa giornata un amico che, per professione, inclinazione e talenti è il perfetto compagno di giochi.
Ad accoglierci una donna con gli occhi così celesti da scatenare l’invidia di ogni signora, non fossero vestiti di uno sguardo tanto amichevole e dolce. Non ci eravamo mai incontrate di persona, anche se qualche filo colorato delle nostre vite si era già incrociato in passato. Gli stessi fili che sono stati protagonisti della mattinata, in un ordito di storie, materia e colori.
Il pomeriggio è stata la volta delle immagini, con un artista bravissimo che con abilità comunica attraverso pennellate silenziose, messe nei libri al posto delle parole. Ci ha raccontato di inizi e percorsi, crescita e nascita, di animali che non sono ciò che sembrano e che non sembrano ciò che sono. Tutto attraverso delle immagini così belle da giocarci a nascondino, per scoprire personaggi nascosti dipinti tra le foglie di un albero scuro.
Sono tornata la sera con tante storie da raccontare, di un coccodrillo che in realtà era un boomerang, della colomba che è un cuore con una testa sopra e una volpe che è una piuma per fare il solletico.
“Mamma, io non ho capito tanto bene. Ma da grande voglio fare anche io il tuo lavoro, di qualunque cosa di tratti”

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Apriti, Sesamo!

In macchina, appena parcheggiata, tardo pomeriggio.
Sto per scendere a bere un cappuccino con la cannella, approfittando degli unici dieci minuti di libertà tra un accompagnamento a catechismo, un recupero di basket e una corsa a pallavolo.
Di fianco alla mia auto, una banca. Davanti alla banca, un uomo. Sui trenta, capelli scuri tirati su col gel e pizzetto, giubbotto e jeans neri. Una macchia scura davanti alla porta arancione -chiusa- della banca. È arrivato deciso, senza alcun dubbio di fede sugli automatismi e i meccanismi di apertura. Ma qualche dubbio è sempre meglio avercelo, per evitare di schiantarsi contro il vetro, come accaduto invece al pover’uomo. Che però, va detto, non si è perso d’animo nonostante l’impatto. Ha subito fatto un passo indietro per mettersi a favore di fotocellula, senza ottenere alcunché. Allora ha provato con un passo avanti, uno indietro, a destra e a sinistra ma nulla, nonostante questa scoordinata macarena la porta è rimasta drammaticamente chiusa. Quindi, in un’improvvisa epifania, ha estratto il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans, prendendo il bancomat come fosse la chiave della città. Tenendolo tra indice e pollice lo ha mostrato alla fotocellula con aria di sfida, giusto per far capire al diabolico congegno chi comanda. Ma ancora niente. Dal vetro dell’auto ho avuto modo di cogliere il movimento delle sue labbra, ma dal labiale non sono riuscita a stabilire se stesse provando con “apriti sesamo” o più semplicemente snocciolando il rosario. Proprio in quel momento è sopraggiunta una giovane donna dai lunghi capelli biondi. Gli si è affiancata, passando il bancomat nella banda magnetica. Come in una favola, la porta si è spalancata, facendo entrare la bella signorina. E richiudendosi immediatamente alle sue spalle, come le acque del mar Rosso al passaggio di Mosè. Lasciando l’uomo solo sul marciapiede, con la bocca spalancata dall’incredulità. A passi lenti e scuotendo la testa, risentito e offeso, è risalito sulla sua auto partendo a tutta velocità.

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Piccoli criminali

Sono giorni difficili, tra temporali estivi e primule che spuntano dove ci dovrebbe essere la neve.
Se i bioritmi della natura sono sfasati, i miei da qualche giorno sono completamente sconclusionati. Colpa di una cronica mancanza di sonno, conseguenza di un intenso periodo di ore piccole e sbadigli grandi. Ma si sa, quando la vita prende il sopravvento molto poco si può fare. Così mi aggiro confusa e assonnata tra lavoro e famiglia, famiglia e lavoro, sovrapponendo gli ambiti e perdendo pezzi, con la carica e l’energia di Sid, il bradipo dell’era glaciale. Ma c’è qualcuno che ha saputo trovare del buono in questo stato di ottundimento materno. I tre fratelli, insolitamente complici anziché rivali, negli ultimi due giorni sono riusciti ad approfittare della situazione come dei consumati truffatori.
In ordine sparso la lista dei crimini a loro imputati:
– “Una firma al volo in fondo al foglio, mamma”, e scoprire il giorno seguente di aver messo il proprio nome sotto la valutazione di una serie disastrosa di prove invalsi;
– “Avevi promesso che stasera avremmo mangiato la pizza! Se ce lo ricordiamo tutti e tre e tu no abbiamo ragione noi, non credi?” Aprire il frigorifero dopo cena e scoprire che avevi preparato apposta il minestrone;
– “No che non mi serve il grembiule mamma. Al mercoledì ho palestra, non ricordi?”. Peccato fosse martedì.
– “Sei stanca mammina, sdraiati qui sul divano vicino a me. Brava. Ecco la copertina.. Adesso guardiamo dieci minuti di televisione e poi tutti a fare i compiti!” Risvegliarsi dopo un’ora, assonnati e disorientati, mentre i tre manigoldi guardano su real time una trasmissione che gli è normalmente vietata. Sperare che la piccola non faccia domande scomode, ché non sapresti cosa rispondere.

Lo so, dovrei essere lieta del fatto che non abbiano fatto di peggio, come farsi intestare la casa. Ma forse sapevano che avrebbero dovuto finire di pagare le rate del mutuo.

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Di domenica

Qualche giorno fa ho partecipato, più nolente che volente, alla domenica insieme in oratorio dei bambini delle quinte elementari, ormai prossimi alla Cresima.
La figlia mezzana, che guarda caso è in quinta, si appresta a ricevere l’ultimo sacramento dell’infanzia, per sua precisa e meditata scelta. Il ricco programma domenicale prevedeva messa mattutina, pranzo comune e incontro di gruppo, per poi convergere nella classe di riferimento a farsi raccontare l’andamento catechistico dei giovani eredi. Io ho partecipato solo all’ultima parte, che è stata comunque ricca di spunti e riflessioni.
Tanto per cominciare ho avuto la conferma che, per essere padrino o madrina di un cresimando, devi soddisfare una serie di criteri che neanche il teorema dell’impossibilità di Arrow. Praticamente, il livello di rettitudine va da madre Teresa in su. Ergo, trovare in famiglia e nella rete amicale qualcuno che risponda a cotanti requisiti è impresa ai limiti dell’umano.
La buona -per me- notizia è stata invece la cancellazione di un evento consolidato negli anni per i cresimandi. Il primo sabato di giugno, da tempo immemore, lo stadio di San Siro ospita non un derby ma una folla di ragazzini, catechisti e accaldati genitori per un momento di preghiera comune. Quest’anno, in quella stessa data, lo stadio è stato prenotato da Laura Pausini per un concerto, rendendo così impossibile il religioso raduno. Uscita dalla riunione sono stata tentata di acquistare l’opera omnia della cantante emiliana, in segno di gratitudine eterna. Poco prima della fine, un piccolo intermezzo. Una gentile signora ha presentato, con l’ausilio di alcune slide, un progetto dedicato a mamme con bambine sulla soglia della pubertà. Obiettivo -condivisibile e buono- di questi incontri, cominciare un dialogo con le proprie figlie sui temi del cambiamento, il rispetto del corpo e l’affettività. Ho ascoltato finalmente con curiosità, fin quando la signora col microfono ci ha poeticamente spiegato che l’utero è un cestino profumato e le ovaie dei piccoli ovetti di cioccolato, spegnendo così ogni mia speranza e interesse nonché ogni appetito verso gli ovetti Kinder da qui all’eternità.

Eternità che, se continuo così, passerò all’inferno.

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Amore & spesa

“Mamma, tu quanti fidanzati hai avuto?”

La domanda mi coglie così, impreparata come al solito, mentre scarichiamo la spesa dal baule della macchina. Mi chiedo come funzionino le connessioni nella loro testolina di bambini, che cosa li faccia pensare al passato sentimentale della mamma mentre portano su per le scale la pappa del gatto o la bottiglia di latte.

“Allora mamma??!”

“Si amore, un attimo, sto pensando.”

“Ma perché, non ti ricordi?”

“Ma si, certo che mi ricordo, sto facendo il conto..”

“Il conto??? Ossignur mamma! Quanti ne hai avuti???”

“Ma no, non pensar male! C’è stato.. E poi.. Ah sì e anche.. Aspetta un momento: tu cosa intendi con la parola “fidanzato”?”

“Ovvio, il fidanzato è quello simpaticissimo che ti vuole bene, ti ascolta, ti sorride perché è felice di vederti, ti protegge e si ricorda sempre di te. Che vuole passare la vita insieme. E che quando non sei con lui gli manchi così tanto, ma così tanto, che deve per forza tornare da te”

“Oh, caspita. La faccenda si complica. O forse si fa più semplice. Perché mi sa che non ce ne sono stati mica tanti così come hai descritto tu.”

“Mamma, non ho capito. Non si può mica avercelo a metà, il fidanzato. È o non è, mi sembra chiaro”

Magari fosse stata così chiara a me, questa visione shakespeariana dei rapporti di coppia.

“Certo amore, è che tutte le belle qualità che hai elencato son difficili da trovare in una persona sola”

“Stai dicendo che bisogna fare un collage di fidanzati per averne uno intero mamma??”

“In un certo senso.. No, no, che dico. Hai ragione tu. E sono certa che da grande troverai un fidanzato meraviglioso. Adesso porta su la carta igienica, per favore”

Se esistesse un manuale di risposte per genitori, sono certa che sarebbe più venduto della Bibbia.

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Delegare è meglio

In posta, metà mattina di un giorno feriale .
Sportelli e sedie tutti occupati, tempo di attesa stimato per il pagamento bollettino della ottantaquattresima uscita del T-Rex da montare: tendente a infinito. Anziane signore agguerrite pronte a scattare se il vecchietto col bastone e l’aria smarrita si dimentica di avere il C021, comparso sul display luminoso proprio in quel momento.
Allo sportello pacchi una signora anziana si lamenta ad alta voce con l’addetto dall’altra parte del vetro. Ha uno spiccato ma delizioso accento piemontese.
L’espressione di lui racconta un buon grado di sfinimento, un inizio di esaurimento e probabilmente un filo di misoginia.
La signora, avvolta in un lungo cappotto color cammello, occhiali appesi al collo da una cordicina dorata, è agguerrita.

“Il pacco è mio e lei me lo deve dare, ha capito giovanotto?”

Il giovanotto -che è così giovane da poter essere mio padre- sospira prima di rispondere. Il gomito appoggiato al bracciolo della sedia, la mano che sostiene la faccia pesante dall’aria annoiata.

“La delega, signora, la delega. Non ce l’ha. Non so più come dirglielo. Deve firmare suo figlio”

“Mio figlio un accidente. Che quello è a Santo Domenico o come diavolo si chiama, laggiù ai Caraibi a correr dietro a una smandrappata conosciuta su internet. E meno male che mio marito -pace all’anima sua- è già morto che altrimenti lo faceva morire lui”

“Signora, mi dispiace. No delega, no pacco”
E sorride fiero della sua battuta, quasi fosse George Clooney nel celebre spot dell’aperitivo.
Nel mentre, gli astanti seguono con attenzione lo scambio di battute fra i due come fosse la finale di Wimbledon, parteggiando silenziosamente per la signora vedova. Anche chi ha già pagato esita sulla porta, indeciso se uscire o aspettare la fine del match.

“Allora sai che ti dico giovanotto? Tienitelo pure il pacco, io me ne vado. Che secondo me pure tu vorresti stare a Santo Domenico a correr dietro a una smandrappata”

Ed è standing ovation per la signora.

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Si e no

Emerge da una mattina di scuola con il berretto storto, la coda disfatta e le briciole di cracker sul naso. Ha le mani più variopinte di Klimt dopo l’ultima pennellata del celebre bacio. Il grembiule nero è ordinatamente appallottolato sul fondo dello zaino, tra gli avanzi della merenda. Risplende di un sorriso felice, che scopre due incisivi a rischio apparecchio. La sua voce è ancora il cinguettio di un passerotto, che nei momenti bui si trasforma nello strillo di un’aquila.

“Mamma, ho pensato. Sai che la stessa parola può avere significati diversi? Per esempio, concentrati sul sì e il no”

“Concentrata”

“Si potrebbe pensare che sì è bello e no è brutto, giusto?”

“Gius..”

“Non mi interrompere. Dicevo. Non sono belli o brutti in assoluto. Dipende dalla domanda che arriva prima, sai?”

“Ma tu sei sicura di avere solo sette anni? No, perché io comincio a credere nella reincarnazione”

“Non cambiare argomento. Per esempio. Prova a chiedermi se ho compiti per domani”

“Hai compiti per domani, piccola?”

“No! Visto?? Questo è un no bello come un sì, perché fa dire una cosa stupenda”

“In effetti..”

“Aspetta! Rispondi a questa domanda. Mio fratello è a casa?”

“Sì, ma non capisco cosa..”

“Vedi? Questo sì è come un no, perché a casa lui mi darà il tormento, io mi arrabbierò e tu ci sgriderai. Sembriamo un episodio dei telefilm”

“Veramente quando litigate e partono le mazzate io mi sento più in un film horror”

“Comunque, parliamo di cose serie. Cosa si mangia a pranzo?”

Chiede con quella delizia di sorriso che si ritrova, che mi strega e mi ammalia. E non sa che, quel faccino rotondo con l’espressione furba a metà strada tra l’elfo e la fatina, Trilly e Malefica, Biancaneve e Pippi calzelunghe me lo mangerei io, ma di baci.

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Polaroid

Sono giovani e nuovi.
Belli e inconsapevoli come solo a vent’anni. Stanno accanto con naturalezza, occupano lo spazio vuoto fra loro per stare più vicini. Si guardano rassicuranti, certi della presenza dell’altro. Sono due ma sembrano uno. Hanno lo stesso nome, al maschile e al femminile. Nelle pieghe delle loro parole ci sono amore, futuro, infinite possibilità. Per l’ultimo compleanno di lei lui, che con attenzione e pazienza l’ha sempre ascoltata, le ha fatto trovare in dono proprio ciò che lei desiderava. Il regalo in questione è una macchina fotografica d’altri tempi, di quelle che dopo lo scatto con un lieve ronzio consegnano fra le tue mani l’immagine già stampata, da fare asciugare tenendola con cautela tra due dita. Istantanee di un amore che riesce così bene forse solo a vent’anni, quando la vita è ancora un piano inclinato su cui scivolare senza cadere, come quando i bambini, in autunno, si lasciano rotolare da una collinetta sopra un pavimento di foglie colorate, ridendo di ebbrezza e vertigini. Un amore che fa accendere due sigarette dalla stessa fiamma, che fa portare un ombrello solo che poi non si aprirà perché è così bello correre per mano sotto la pioggia. E tu, che di anni ne hai più del doppio, li guardi e sorridi, felice per quei due, tua nipote e il suo ragazzo. Vorresti fare loro una foto, di quelle dove i protagonisti sono inconsapevoli dello scatto.
Una foto che intrappola un attimo, cristallizza un’emozione, conserva un ricordo.

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Omissioni

Aprire la porta di casa su una mattina fredda e buia, e accorgersi con orrore che sullo zerbino giacciono i visceri di un animale non meglio identificato, confusa via di mezzo tra la pantegana e il corvo.
Pensare che forse il felino è dedito all’imbalsamazione, o ha deciso di costruirsi un riparo di fortuna nella pelle dello sventurato animale, come l’altrettanto sventurato DiCaprio con il suo cavallo in Revenant.
Scoprire con sgomento che la tua memoria non è semplicemente selettiva, ma a singhiozzo, e di avere dimenticato, omesso, scambiato una serie di eventi tra cui
– preparare panini, acqua e merende varie per la gita del figlio maggiore, che si svolgerà questo stesso giorno ma di un altro mese. Essere grati per l’esistenza del gruppo whatsapp della seconda c, che ha evitato per un pelo l’abbandono del minore in stazione, solo con tre panini al formaggio;
– inviare una importante mail di lavoro a tante persone, fissare una data per incontrarsi, ricevere le adesioni e accorgersi di avere indicato il giorno sbagliato;
– ricevere la telefonata di richiamo della catechista di tua figlia, sorpresa che tu non abbia ancora consegnato le adesioni per la cena comunitaria, perché sicuramente hai letto gli avvisi messi nel quaderno, vero??
– rendersi conto di non trovare più, dopo lunghe e approfondite ricerche, la tua collana preferita, le carte da mago del figlio prestigiatore e l’album degli amici cucciolotti, che conta la bellezza di seicentocinquanta figurine ed era pieno quasi a metà. Domandarsi se in casa viva un folletto dispettoso o se la tua memoria sia solo un grande buco nero;
– stendere con cura lo smalto sulle unghie, in un raro momento in cui non c’è nessuno in casa, e realizzare a vernice fresca che devi essere a scuola in meno di cinque minuti per riprendere le bambine.

Ecco, spesso ho la sensazione di stare facendo più puzzle insieme, e che qualcuno mi abbia mischiato i pezzi. Io che, fra l’altro, ho difficoltà persino a far combaciare il puzzle da quattro dei barbapapà, adatto per bambini dai dodici mesi ai tre anni.
Ma posso star tranquilla, perché non sono sola e c’è qualcuno che pensa al mio benessere.

“Mamma, ti vedo distratta. Hai bisogno di una vacanza: portaci al mare!”

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Divieto di sosta

Centro città, pomeriggio affollato, alla ricerca di un parcheggio. Al terzo infruttuoso giro dell’isolato comincio a pensare di rientrare a casa e lasciar perdere, mentre il figlio seduto a fianco a me indica forsennatamente luoghi più o meno sensati dove lasciare la macchina.

“Lì, lì guarda mamma c’è un posto!”

“È il cancello dei vigili, non mi pare il caso”

“Eccone un altro, quello laggiù”

“Veramente è l’entrata del parcheggio a pagamento, che sfortunatamente è pure al completo!”

“Lì mamma, quel signore esce!”

“Si, ma da casa sua”

“No aspetta! Ci siamo!”

In effetti è proprio un posto libero, riquadrato nelle sue belle strisce blu tutto intorno, esattamente tra altre due auto perfettamente parcheggiate.
A onor del vero va detto che per me le strisce blu rappresentano un consiglio, un suggerimento, tuttalpiù un’indicazione, e quando parcheggio ricordo la figlia piccola quando colora: non riesco a stare nei margini.
Lasciata la macchina in tutta fretta accompagno quindi il figlio al suo improrogabile impegno e vengo liquidata velocemente a pochi metri dal luogo di ritrovo, fosse mai che gli amici lo vedessero in compagnia di sua madre. Faccio quindi per ritornare alla mia auto quando scorgo in lontananza una giacchetta blu con scritta bianca degli ausiliari del traffico, che sta osservando con attenzione il mio estroso parcheggio. Preparo il mio più bel sorriso per intenerire l’amico ausiliare, che purtroppo si rivela essere una donna di mezza età con i capelli corti, anche particolarmente agguerrita. Dopo i primi simpatici convenevoli:
“è sua la macchina?”

“ehm..sì”

“le sembra il modo di parcheggiare?”

“ehm..sì” ”

“non faccia la spiritosa”
la gentile signora estrae dal borsello il temutissimo kit per le multe. A questo punto, perso per perso, mi gioco l’ultima carta a disposizione: la verità.

“Senta, lei ha ragione e io ho parcheggiato da schifo. Ma dovevo portare mio figlio a quel maledetto torneo di carte di yu-gi-oh che fanno qui dietro, eravamo in ritardo e non ne potevo più di girare intorno come un criceto sulla ruota e allora..”

“Ha detto torneo di yu-gi-oh?”

“Si”
Rispondo temendo che anche questo costituisca reato e che il torneo sia illegale.

“Come la capisco! Anche il mio ultimo è preso con questo gioco da incubo! E i soldi che ci buttiamo! Prenda la macchina e vada, su!”

È così faccio, prima che la signora ausiliare possa cambiare idea, stupita, commossa e incredula davanti a una solidarietà che si manifesta quando meno te lo aspetti (e sulle questioni più improbabili)

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