Un tranquillo week end di paura

In ordine sparso.

La piccola vaga per casa circospetta, entrando in ogni stanza come un agente segreto di un film americano che sta per arrestare un narcotrafficante. Se per caso il giovane e piccolo micio si trova a passare di lì, la piccola salta sulla prima sedia a disposizione come una vecchia signora alla vista di un sorcio. La gattofobia non conosce limite né spiegazione.

Il piccolo e giovane micio si diverte a tendere agguati a chiunque, cose o persone. Testimoni riportano di averlo visto combattere come una tigre con il portasciugamani, rimanendo sepolto sotto un accappatoio dimenticato.

La mezzana ha decretato ufficialmente l’inizio dell’estate, contro ogni evidenza scientifica e previsione meteorologica. Gira per casa in infradito, calzoncini e occhiali a specchio, registrando sul mio computer video che non ha il permesso di mettere on line. “È un’ingiustizia: tu fai la blogger e io non posso essere una youtuber”
“No. E parla come mangi, per cortesia”

Il gattone di casa si è preso qualche giorno sabbatico per elaborare l’arrivo del nuovo venuto- o una strategia di eliminazione dello stesso. Ad oggi è ancora profondamente offeso e in segno di sommo disprezzo ha catturato delle prede che ha poi consegnato ai vicini di casa.

Il preadolescente maggiore passa con disinvoltura da un party a un campetto, vive col pallone da basket in mano e, nonostante i periodici malumori, sembra felice.

Io vivo con serenità e armonia questo nuovo equilibrio, tanto da trascorrere la domenica con la febbre e il gattino sulla testa come una pezza bagnata.

Ci sono ampi margini di miglioramento per tutti.

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Porca paletta

“Mamma, io a quanti anni potrò dire le parolacce?”

“Le parolacce? Tesoro, sei in quinta elementare, perché dovresti dirle?”

“Beh, le dicono tutti”

“Ah, capisco. E a te piace sentirle?”

“No, non mi piace. A volte, forse un po’. La mia amica dice sempre quella con due zeta. E anche quella che vuol dire sedere ma prima c’è un vaffan..”

“Si sì ho capito, grazie. Il fatto è che non c’è un’età per dirle. Sarebbe meglio non usarle, sei più bella se parli bene”

“E allora perché tu le dici?”

“Io non le dico”

“Ieri allo stop, quando il signore col cappello sulla macchina gialla ci ha tagliato la strada”

“Al supermercato quando ti è caduta la passata di pomodoro con la bottiglia di vetro”

“A casa quando ti sei accorta di avere dimenticato mio fratello a scuola”

“Non ricordo”

“Mamma, il micetto si è morsicato il tuo cavo dell’IPhone!”

“Cosa? Ma #*#@# è l’unico che ho!”

“Visto? Avevamo ragione noi”

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L’ultima campanella

“Ho finito la scuola elementare! Ho finito la scuolaa! Ho finito la scuolaaaaa!! Evviva! È festa! È pacchia! È vacanza!! Mamma, sono la bambina più felice dell’universo”

“Mother non torno a pranzo, si va tutti in piadineria a festeggiare. No, non torno nemmeno al pomeriggio che si va tutti al campetto a far due tiri. No, non torno neanche dopo perché ho allenamento. Mi puoi ricaricare il cellulare che con questa telefonata ho esaurito il credito?”

“Pronto? Buongiorno. Parla la scuola elementare. La piccola è qui pallida e tremante a fianco a me. Dice che le fa malissimo la pancia. Che fa, se la viene a prendere?”

L’ultima campanella è suonata ma nessuno l’ha sentita, sovrastata come era dall’urlo di centinaia di bambini e ragazzi festanti. Si sono rovesciati fuori come un fiume che esonda e rompe gli argini, chi diretto a una pizzata, chi a un campetto, chi -particolarmente sfortunato- dal pediatra.
È suonata l’ultima campanella e per noi l’estate comincia domani, contrariamente al calendario.
È suonata per una ragazzina che ha concluso il suo primo ciclo scolastico e ha già pronto lo zaino nuovo per le medie.
È suonata per un preadolescente che, a giudicare dalla giornata di oggi, non si farà vedere granché in famiglia.
È suonata per una bambina che è stata recuperata prima del tempo e che ha perso la festa delle seconde restando sul divano con una coperta, mentre il piccolo gatto le morsicava i piedi.
È suonata anche per me, che da domani passo da mamma part time a tempo pieno, almeno fino a lunedì.
Perché lunedì, fortunatamente, comincia l’oratorio feriale.

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Aristogatto

È ufficiale: il fiocco è azzurro.
Lui è piccino ma vispo e arzillo. È arrivato da poche ore e ha già combinato un sacco di guai, in una casa dove i guai sono all’ordine del giorno e, per dirla tutta, non sarebbe servito del caos in aggiunta. Tuttavia al cuor non si comanda, soprattutto quando i cuori sono tre, capaci di prenderti per sfinimento. No, non c’era davvero bisogno di qualcun altro da accudire in questa casa, ma a volte la vita prende il sopravvento e allora eccoci qui. E soprattutto eccolo qui, il piccolo Matisse, il nostro nuovo e giovane amico a quattro zampe. Lui, a differenza del felino primogenito non è un trovatello ma il frutto di una scandalosa passione tra Fru Fru, la sua aristocratica ed elegante mamma e un non meglio identificato gatto di strada. Da questa fugace quanto intensa storia d’amore sono nati quattro bellissimi micetti, con un lunghissimo pedigree da parte di madre e una bella lista di guai da parte di padre. Da una prima osservazione pare che il cucciolo abbia ereditato il folto pelo materno e la tendenza a delinquere paterna.
Il felino primogenito si è barricato nella posizione della Sfinge in camera del figlio primogenito, chiudendosi in un impenetrabile silenzio. Non è dato sapere se stia meditando la fuga o di cucinarsi il nuovo arrivato.
Del resto, come ha commentato saggiamente il figliolo, “se mi sono abituato io alle sorelle lo farà anche lui”
Per adesso, ben arrivato Matisse.

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Parola di bambino

“Ma io ho paura, non voglio andare da sola! Ti prego!”

“Smettila di fare i capricci Melissa, non ti posso più sentire”

“Ma non è un capriccio! Ho paura per davvero! Perché non lo capisci??”

“Sei sempre la solita frignona, ha ragione papà. Mai una volta che non fai storie. Su, muoviti, andiamo. Sei proprio una paurosa”

 

“Mamma, Ho finito il gelato. Dove butto la carta?”

“Buttala lì, per terra”

“Ma.. non si può buttare le carte in terra, mamma. Ho cercato un cestino ma non lo trovo”

“Allora buttala sotto la macchina, Leonardo, così non la vede nessuno”

“Mamma, no, non si deve”

“Allora fai finta che ti sia caduto. Che imbranato. Possibile che debba insegnarti tutto io?”

 

“Non ci riesco, mi aiuti papà?”

“Ma se è semplicissimo? Come fai a non riuscirci? Sarebbe capace anche un bambino”

“Io sono un bambino, papà”

“Appunto, quindi forza e fallo”

“Ma non ci riesco da solo!”

“Sempre così. Carlo, non sei capace di far nulla. Dove ho sbagliato?”

Ci sono parole apparentemente innocue. Sempre, mai, niente. Intere frasi. Non sei capace. Cosa devo fare con te. Parole che cascano giù dall’alto, sempre più veloci, impossibili da richiamare indietro. Un bungee jumping senza elastico, che non risale e ti schianta.
Scegliere le parole da dire ai bambini è necessario. Saperne tacere alcune è opportuno. Combinarle nel modo giusto è doveroso.
Perché queste parole non li mettano all’angolo, con un’etichetta sulla fronte e la paura nel cuore.
È la grammatica dell’autostima, la sintassi dell’educazione, il lessico dell’amore.

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Segno zodiacale: bilancia

Una bella signora con una cascata di riccioli biondi, qualche ciocca rosa confetto sparsa qua e là. Una morbida e larga maglia a grosse righe bianche e blu, strategicamente drappeggiata sui fianchi abbondanti, con una scollatura appena accennata. Un paio di semplici pantaloni bianchi, delle ballerine azzurre. Un insieme sobrio e piacevole non fosse per la cascata di collane, bracciali e orecchini di corallo rosso. Che ci si augura sia di plastica, pena l’estinzione di una intera barriera corallina. Si toglie le scarpe e a piedi nudi sale sulla bilancia della farmacia.

“Dottore, la bilancia è rotta”

“Non va signora? Strano, si sono già pesate un paio di persone stamattina. Aspetti che controllo”

“Le dico che è guasta”

“Dunque vediamo.. È attaccata, accesa, proviamo a schiacciare qui. Ecco fatto. Risalga e vediamo”

“Si, ma lei si volti”

“Scusi?”

“Si volti ho detto. Non voglio farle vedere quanto peso”

“Ah, come vuole signora mia. Torno a sistemare gli sciroppi, va bene?”

Due minuti dopo

“Dottore, la bilancia non va”

“Ancora? Aspetti che mi peso io. Ecco. Settantasette chili e quattrocento grammi. Perfetto. In costume starò benissimo ahahahah”

“Si sbaglia, e la bilancia è rotta. Mi segna sette chili di troppo. Non è possibile”

“Ma signora, le garantisco che è esatta. Potrebbe essere forse ingras..”

“Non lo dica nemmeno per scherzo, sono due settimane che bevo frullati proteici gusto banana. Bevo e basta, capisce? Ho così tanta voglia di masticare che mi fa gola pure la ghiaia in cortile”

“Beh, se mi permette le direi di mangiare più sano e lasciar stare i beveroni”

“Grazie del consiglio ma si preoccupi di sistemare la bilancia che è guasta. Buongiorno”

La signora bionda si rimette le ballerine azzurre. Pancia in dentro e petto in fuori esce decisa dalla farmacia.
Forse i sette chili di troppo erano le collane di corallo.

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L’ora buca

La cartella da una parte, troppo pesante per essere tollerata sulla schiena un minuto di più. Le scarpe altrove, ognuna per la sua traiettoria. La giacca probabilmente abbandonata sulle scale.
Lui, il preadolescente, è tornato a casa.

“Mamma non puoi capire cosa è successo oggi a scuola. Non me ne faccio una ragione. Una tragedia”

“Ohibò tesoro. Che cosa è capitato? Hai una faccia”

“Ti spiego. Vedrai, sarai indignata. Allora. Cambio dell’ora. Aspettiamo la prof di francese. La solita, severissima, inflessibile e implacabile professoressa di francese. Entra il prof di musica, e dice che farà supplenza lui per quest’ora. Ecco, non immagini, sembrava la finale dei mondiali, gol decisivo. Tutti in piedi, le mani al cielo. Cori, abbracci, lacrime di gioia. Qualcuno si è inginocchiato e ha reso grazie. Lei non è mai mancata una volta capisci? Mai-una-volta”

“Bene, allora avete saltato l’ora di frances..”

“No! Ecco il dramma! Ecco la tragedia! Al culmine della felicità entra il bidello e dice al prof che ha sbagliato classe e deve andare in seconda effe. Subito dietro di lui arriva lei, pronta per fare lezione. Se ci avessero tirato una secchiata d’acqua gelida sarebbe stato meglio”

“Tutto qui? E io che mi immaginavo atti di bullismo, rivolte studentesche, che ti avessero messo vicino alla compagna che non sopporti..”

“Mother, tu non capisci. È illudersi che fa male. Respirare la possibilità di un’ora di gioia e poi affondare nella grigia quotidianità. È la speranza delusa, è il sogno spezzato, la gioia rubata. Ma possibile che non ti indigni nemmeno un po’?”

E niente, mi sa che sto invecchiando. Non sono riuscita a indignarmi nemmeno un po’.

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The show must go on

Ti guardavo ieri, lì su quel palco, nell’aula magna della scuola media.
Ti guardavo, la più alta di tutti, con i capelli ormai più lunghi dei miei che hai voluto ti facessi lisci per l’occasione, bellissima con quel sorriso finalmente raddrizzato.
Ti guardavo, sicura ed emozionata, felice ed eccitata, pronta e partecipe.
Ti guardavo, sai, con quella maglietta che ti eri stirata da sola la sera prima, tu che come me sei nata col vizio dell’autonomia.
Ti guardavo, dritta e fiera, che come dice la tua brava maestra sei già all’università, perché studi solo quello che ti piace.
Ti guardavo e pensavo, come più di dieci anni fa davanti a una neonata minuscola, che quella meraviglia l’ho proprio fatta io.
Ti guardavo e l’emozione mi lasciava senza fiato, perché alla scuola media si comincia a fare sul serio.
Ti guardavo e sorridevo, perché davanti a tanto futuro non si può fare altrimenti.
Ti guardavo e piangevo, cercando anche di fotografarti mentre cancellavo tutte le applicazioni dal cellulare per fare spazio alla memoria ormai piena.
La mia memoria, però, ha ancora un sacco di spazio.
Perché solo ora cominci, solo ora si intravede la ragazza che diventerai, solo ora comincio a immaginare la donna che sarai.
Insomma, una pioggia di emozioni di centoventi minuti. Perché a me la maternità ha regalato anche questo: un rubinetto di emotività che si apre nell’anima quando assisto a una qualunque esibizione, saggio, recita. Lacrime, commozione, orgoglio perché in queste occasioni mi sento come se stessi ricevendo il Nobel per la letteratura, anche davanti a un canto di Natale dei pulcini della scuola materna o lo spettacolo finale delle quinte.
Ti guardavo ieri sera, insieme ai tuoi compagni.
Vi guardavo e pensavo che siete stati davvero bravissimi, su quel palco dell’aula magna, tutti quanti.

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AAA colpevole cercasi

“Mamma, hai visto il mio cellulare?”

“Hai guardato fra le tue mani? Di solito abita lì”

“Spiritosa. No, non ce l’ho. Ma sono sicurissima mi averlo appoggiato sul tavolo prima di venire a mangiare e ora non c’è più. Quindi ora dobbiamo cercarlo tutti”

“Io devo sistemare la cucina e lavare i piatti, mi spiace ma il telefono non è al primo posto nei miei pensieri, che fosse per me non lo avresti neanche. Chiedi a tuo fratello e a tua sorella, magari l’hanno visto”

“Io non sono stata! Io non c’entro! Io ero fuori che giocavo bella tranquilla e non ho visto niente! Non sono stata io, smettetela di accusarmi”

“Piccola, che ti prende? Nessuno ha detto che sei stata tu. Volevamo solo un aiuto per cercarlo”

“Come? Ah, sì, certo. Cerchiamo. Però io non so dove sia perché non l’ho preso io, chiaro?”

“Uhm.. Mi sembra una dichiarazione di colpevolezza. Dillo, piccola: dove hai messo il cellulare???”

“Bastaaaa! Ho detto che non sono stata io!!!”

“Tu lascia stare tua sorella che con te si infuria, lo sai. Su, cercatelo insieme”

Due ore dopo, la situazione vedeva una figlia mezzana distrutta e disperata, in chiara sindrome di astinenza da whatsapp; un figlio Sherlock Holmes sulle tracce della sorellina sospettata, una piccola indifferente che fischiettava con noncuranza da una stanza all’altra. Il prezioso cellulare è stato ritrovato per caso tra i panni sporchi, e un serrato interrogatorio ha portato all’arresto proprio della piccola, che ha replicato secca “non è giusto che sono l’unica a non avere un telefono, ecco”.
Insomma, una linea difensiva di tutto rispetto.

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Sorella

In cortile, con un bimbo piccino dal ciuccio in bocca, alle prese con le prime parole intorno alla sua mamma paziente, che ascolta, decifra e traduce quella strana lingua che è il bambinese.
La piccola gioca a palla con sua sorella e le amiche. Come suo solito, non tace nemmeno quando palleggia e chiacchiera come se fosse dalla parrucchiera con la mamma del piccino, nostra vicina di casa.

“Piccola, qual è la prima parola che hai detto tu?”

“Ehm.. ci penso. Mamma. Ho detto mamma. Si, mi ricordo. E poi papà”

“Hai ragione, sono le parole pronunciate dalla maggior parte dei bambini”

“Sai una cosa? Se avessi potuto scegliere avrei voluto dire un’altra parola”

“Quale?”

“Sorella”

Ecco, in questo breve scambio di battute è racchiuso tutto quello che sognavo quando ho deciso di avere più figli. Sempre quando, da figlia unica, mi sono avventurata nella foresta sconosciuta della fratellanza, coi suoi sentieri bui e tortuosi, senza bussole e mappe. Io che immaginavo solidarietà, risate, compagnia e allegria mi sono risvegliata in un mondo di interminabili litigi, indomabili gelosie, perpetue mazzate. Di attenzioni divise, bisogni moltiplicati. Di pesi e misure, fatiche e pazienza, di ce l’avevo prima io e la mamma è mia, di porte chiuse e capricci aperti. Di film visti sotto la stessa coperta, notti passate in un letto solo, pizze mangiate dal piatto dell’altro. Di gare a chi arriva prima e cartelli sul letto per vietare l’ingresso. Di giochi prestati e vestiti passati, di mani nelle mani per attraversare e mani sulla faccia per prevaricare. La fratellanza per me rimane un luogo affascinante e impegnativo, misterioso e magico, difficile da decifrare e meraviglioso da osservare.
Un luogo che non abito ma visito, sempre senza bussola ma con tre valide guide.

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