Una lunga, lunga strada

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“Mami, mi fa male la pancia”

“Oh caspita piccola. Vieni qui e vediamo che possiamo fare”

“Io lo so. Massaggiami tutta”

“Va bene. Brava, così, bella rilassata che passa tutto”

“Si mamma, sento che sta cominciando a passare. Quando fai i cerchi sulla mia pancia sento il dolore che piano piano se ne va. È come una magia, il movimento rotondo”

“Forse perché le cose rotonde sono buone. Il sole, la pizza, le pance delle mamme”

“Vero. Io ci sono stata nella tua pancia ed era giusta giusta per me. Proprio della mia misura. Anche adesso tu sei della mia misura. Io mi appoggio e tu sei come il pongo, ti modelli su di me”

“Ecco, sapevo di non avere gli addominali scolpiti ma addirittura il pongo..”

“Anzi no! Sei come la matrioska! Io sono stata dentro di te, tu dentro la nonna, la nonna nella bisnonna.. Così all’infinito”

“Sei saggia, piccola mia, sai?”

“Certo. Ho fatto tanta strada per arrivare fin qui”

Tanta o poca non lo so. Ma meno male che ci hai trovato.

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Per tutto questo e molto altro

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I pacchetti di figurine, quando ero ammalata, tenuti insieme da un elastico a farne un quadrato cicciotto.
Le coperte rimboccate, che il letto sembra ancora più comodo e pulito.
Le sorprese, al rientro da scuola, senza nessun motivo apparente.
L’aceto versato con cura sui miei capelli, mentre stavo con la testa all’ingiù, nella vasca della casa col tetto celeste.
Le lezioni private al tavolo della cucina, le lezioni provate alla mia scrivania.
Le notti col ghiaccio sulla fronte per far scendere la febbre, con l’aerosol per alleviare il respiro, una stanza di vapori per far star bene la gola.
La medusa catturata nel secchiello per me e i bambini della spiaggia, i tentacoli lucenti sotto i raggi del sole.
I biglietti, le lettere, i messaggi.
La colazione a letto ogni mattina.
I fumetti di Mafalda, Sturmtruppen, Topolino.
Il nome degli alberi, delle piante e dei fiori che ancora oggi mi fanno riconoscere una magnolia stellata.
Il risotto giallo a cena.
La tua mano nella mia sul pullman che ci porta in centro.
La mia mano nella tua in una sera buia di dicembre.
Il micetto nella cesta fuori dalla porta, per farmi sorridere di nuovo.
I ti voglio bene lasciati per casa come le briciole di Pollicino.
Le tue braccia che diventano le mie per cullare un neonato inconsolabile mentre io giaccio esausta sul divano.
L’avermi insegnato come cambiare una lampadina invece di come mettere il mascara.
L’esserci, sempre.

Buon compleanno mamma

Barbara

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Il gatto l’è in via busca* *Trad. se non la pianta si prende mazzate

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“.. Tutti i sintomi che mi ha descritto fino ad ora sono chiaramente un segnale di disagio, ecco. È evidente che lui ha delle motivazioni profonde che lo portano ad agire così, e bisogna avere pazienza. Del resto sono tutti diversi, soprattutto da piccoli, e l’educazione è un percorso lungo e non sempre facile”

“Dottoressa grazie, davvero. Ma io più che una lettura pedagogica avrei bisogno di una lettiera, perché quel piccolo affare peloso, il gatto appena arrivato, il cucciolo di nobile stirpe mi fa tutti i giorni cacca e pipì sul divano. Ora, va bene che è estate e le cose asciugano in fretta, ma sfoderare il divano un giorno si e l’altro pure non era esattamente quello che mi sarei augurata”

“Signora, è lo stress. Deve avere pazienza”

“Ma anche io sono stressata! E non per questo mi metto in un angolo del suo ambulatorio se mi scappa. Questa storia deve finire, non ne posso più. Mi tiene sveglia la notte, fa gli agguati alla piccola che urla e al gatto grande che emette suoni raccapriccianti. Magari se lo facessi un po’ uscire..”

“Ancora un mesetto, prima deve finire le vaccinazioni”

“Un meset.. No! Non ce la posso fare. Ieri è saltato sulla zanzariera, la zanzariera si è aperta di scatto e lui è rimasto appeso come un salame messo a stagionare”

“Ci vuol pazienza, signora”

“Questo gatto è la mia nemesi, vero? Io che ho sempre pensato alle pulizie di casa come l’anticamera dell’inferno giro per casa con lo straccetto e il mocio. Mi sento la schiava Isaura e lei mi dice di portare pazienza. Forse è meglio che vada, arrivederci”

“Signora, aspetti!”

“Eh? Si, mi dica! Le è venuta qualche idea per educare il felino incontinente?”

“No, mi ero dimenticata di dirle che il gatto ha le pulci”

Abbandonare gli animali è da criminali. Quindi penso che me ne andrò io.

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Not in my mail

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Carissima Barbara,
mi chiamo Raphael e ho venticinque anni. Come puoi vedere dalla foto che ti allego tengo molto alla mia forma fisica perché, come dicevano gli antichi, mens sana in corpore sano. Come puoi forse intuire non curo solo il mio aspetto esterno ma anche la mia interiorità, e credo che la cultura sia fondamentale. Nella vita mi occupo di relazioni pubbliche e private. Sono a disposizione per accompagnare signore (anche di una certa età) a serate, eventi, vacanze. Ferragosto incluso. Se per le serate c’è un tariffario ad ore possiamo valutare un compenso forfettario per i periodi più lunghi. Se mi permetti mi sembra di osservare della tristezza nella tua immagine profilo, ed è un vero peccato. La vita è una e va vissuta pienamente. Sperando di farti cosa gradita ti ho iscritta a al mio gruppo privato su Facebook.
Ti abbraccio virtualmente,

Raphael

Carissimo Raphael,

Scusa se ti rispondo qui e non utilizzando la mail, come hai fatto tu. Ma sono certa che grazie alla tua sensibilità, capirai.
Ho visto la foto, grazie. Bella, eh. Ma la tartaruga c’è l’ho già nel giardino della nonna ed è sufficiente. Mi duole dirti che quell’accenno a “donne di una certa età” non depone granché a tuo favore, o forse sono io ad essere eccessivamente permalosa. La foto in bianco e nero ti ha tratto in inganno perché, in realtà, ho i capelli rossi. Grazie per l’esortazione a vivere la vita con intensità, ma quello che ti sembra uno sguardo triste è solo l’espressione tipica di chi convive con una cronica mancanza di sonno. Ah, mi sono anche tolta dal gruppo al quale mi avevi con tanta solerzia iscritto perché, pur credendo molto nel lavoro coi gruppi non vado pazza per quelli dove le persone si scambiano come le figurine. Comunque il problema non si pone perché, Raphael caro, questo mese ho già un sacco di spese per via della sterilizzazione del gatto e vorrei approfittare degli ultimi saldi su Zalando.
Ti saluto virtualmente,

Barbara

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Onda su onda

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La piccola ha ammirato col naso all’insù la maestosità dei soffitti e la vista da sogno dalle finestre, ha giocato a nascondino coi pavoni tra le statue di un giardino perfetto, cercando di convincere prima e ordinando poi all’ignaro e nobile pennuto di fare la ruota per lei.
La mezzana ha preso il sole in barca, sulle panchine del lungolago, alla caffetteria mentre sorseggiava un frappé costato come un volo low cost per Siviglia solo andata.
Il grande ha incollato la faccia allo smartphone, catturando Pokemon acquatici e gridando vittoria nel salone degli arazzi per il ritrovamento del temibile Dratini. I turisti tedeschi accanto a noi devono avere trovato esemplare tanto amore per la cultura in così giovane età.
Tutti e quattro abbiamo mangiato appollaiati sugli scogli un panino e uno soltanto, essendoci accorti troppo tardi che la piccola ha sfamato orde di uccellini con il resto del pranzo al sacco.
Tre dei quattro hanno fatto il bagno nelle chiare e dolci acque, rigorosamente in mutande ché il costume non era stato preventivato, e son rientrati solo dopo essersi asciugati al sole.

Su è un giù da un battello, dentro e fuori da un palazzo, qui e là per le stradine di un borgo.
L’estate è un tempo lungo, è un orologio che perde le lancette e misura le ore in luci e ombre. Può essere lunga come un per sempre o come un secondo, come direbbe il Bianconiglio ad Alice.

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Educatori si nasce

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“Ho un problema nella pancia è stato il kebab! Andiamo a scoreggiare!! Forza piccola, canta con me!”

“Ricordati. Quando non sai che dire, sorridi ed esclama: sarchiapone! E farai sempre la tua porca figura”

“La terza elementare è l’anno della svolta. Si comincia a studiare. Adesso andrò a illustrarti alcune tecniche collaudate per evitare di essere interrogati”

“Allora, attenta bene. Il vero nome di Anima è Sasha, quello di Favij è Lorenzo. Il nome di battesimo di Fedez è Federico Leonardo Lucia. Devi sapere tutto degli youtuber del momento e i cantanti più famosi, così ti guarderanno con rispetto”

“E a me non dai consigli? Io sto per cominciare la prima media e tu vai in terza. Dimmi qualcosa!”

“Scappa, finché sei in tempo”

Il primogenito ha deciso, in un caldo e pigro pomeriggio estivo, di provvedere all’educazione delle sue sorelle minori. Ero quasi più tranquilla quando raccontava loro che erano state trovate in una cesta davanti alla porta di casa.

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Sogno di una notte di mezza estate

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Le zampe del gatto sulle piastrelle, leggere come una carezza, un fruscio appena percettibile.
Il respiro pesante di sogni profondi del primogenito, nella penombra della sua stanza.
L’ombra della luce della scrivania, che sul muro diventa un dinosauro dal collo lungo.
L’aria che gira appena tra la camera e il corridoio, alzando in volo un biglietto dimenticato sul tavolo.
Le lenzuola fresche, arrotolate ai piedi del letto come onde prima di arrivare a riva.
Passi veloci sulle punte, di due piedi numero trentadue, che rallentano in prossimità della mia stanza. Lei ha in mano una piccola luce rotonda, che nel tempo di un minuto ti avvolge in tutte le gradazioni del rosa. La camicia da notte preferita, quella coi gattini tanto temuti, oltre le ginocchia. I capelli raccolti in una treccia morbida e imperfetta, per non trovare troppi nodi al risveglio. Esita solo per un attimo, e silenziosa si avvicina ai piedi del letto. Appoggia sul pavimento la luce e sale gattoni, fino a posare cautamente la testa e la treccia sul cuscino a fianco il mio. Respira piano, con un braccio si allunga verso il lenzuolo che le proteggerà i piedi dai mostri nascosti nel buio. Appoggia una mano sulla mia spalla, avvicina il viso ai miei capelli. Respira forte, quasi a riempirsi del profumo di mamma. Mi volto piano, con gli occhi aperti. Lei sorride e chiude i suoi, abbandonandosi al sonno. Un sonno che somiglia molto alla felicità.

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Agosto figlio mio non ti conosco

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“E’ agosto? Davvero? No, vi prego, ditemi che è uno scherzo. Non può essere vero. La scuola è appena finita, non è possibile”

“Ehi, che ti prende? Hai giocato troppo a pallacanestro sotto il sole? Che succede?”

“Tu non capisci mother, non comprendi la portata della mia disperazione”

“Vero, non capisco. Agosto non ti piace? Troppo caldo? Zanzare?”

“No! Ti sfugge il punto cruciale! Cosa viene dopo Agosto?”

“Questa la so: settembre”

“E cosa succede a settembre?”

“Tua sorella compie gli anni?”

“Comincia la scuola!! Te ne rendi conto? la scuola!”

“Già, benedetta scuola. Sarebbe anche ora”

“Ma io sono indietro coi compiti delle vacanze. Me ne mancano tantissimi. Non ce la farò mai”

“Cero che ce la farai, se la smetti di lamentarti e cominci a farli”

“Soffro, terribilmente soffro. E sono incompreso”

“Asciuga il sudore e apri il libro, va”

“Ehi! E se tu mi facessi una giustificazione?”

“Che idea! Cosa scrivo? Motivi di famiglia? Che sei stato poco bene per TRE mesi? Deve essere una cosa grave”

“Scrivi che sono incompreso. È la verità”

L’incomprensione, il flagello del nuovo millennio.

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Moderne preoccupazioni

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Avanzano insieme, uno a fianco all’altro. Lei bassa e arrotondata come due parentesi, gonna al ginocchio e camicetta con decori cachemire, scarpe basse comode e borsetta in tinta con la gonna. Ha i capelli cotonati e una spessa frangia bombata, tenuta ferma da generose spruzzate di lacca. L’insieme fa tanto primi anni ottanta, che probabilmente sono stati il periodo d’oro della vaporosa signora. A fianco a lei un giovane uomo, con il viso simile ma più spigoloso e coperto da un velo di barba. Spinge stancamente con una mano un enorme carrello fuori dalle porte automatiche del supermercato, mentre con l’altra regge un cellulare. All’improvviso un grido, di dolore, seguito da un altro, di esultanza.

“Roberto! Ma sei matto? Mi sei passato col carrello sul piede! Oh cielo che dolore all’alluce valgo”

“Mamma mamma non puoi capire. C’è Zapdos! È rarissimo! Vedi? È proprio tra il cestino e la Punto grigia. Devo catturarlo”

“No, non vedo niente e mi pari scemo. Investi tua madre per guardare un telefono. Dove ho sbagliato?”

“Mamma, ci gioca anche Riccardo”

“Che ha dieci anni. Tu ne hai trenta, Roberto, trenta. Dovresti star fuori a cercar lavoro, altro che Pokemon”

“Eccolo! Ce l’ho fatta!”

“E io che mi preoccupavo della droga”

Niente. Non ci sono più le preoccupazioni di una volta.

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Costume intero

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“Vieni che togliamo la sabbia”

“Ma io la voglio portare a casa”

“Si, ma non sotto i piedi”

“Uffa. L’acqua della doccia è fredda!”

“Dai che tonifica! Su le braccia che togliamo il pezzo sopra del costume”

“Sei matta mamma? Qui c’è gente che va e che viene!”

“Piccola, ci sono qui io e poi ancora non c’è molto da vedere, non credi?”

“Vabbè. Non ci sarà molto da vedere come dici tu ma è roba mia, gli altri non c’entrano”

“Beh, in effetti..”

“Ecco appunto. Il corpo è mio e decido io”

Non è uno slogan femminista ma una bambina che fa la doccia in spiaggia, e dall’alto dei suoi otto anni appena compiuti spiega alla sua mamma cos’è il pudore e il rispetto del corpo. E lo fa a ragione. Perché quella bimba che per anni ho lavato, asciugato, cambiato, vestito è capace di far da sola, ma soprattutto di decidere. Il pudore non è vergogna ma rispetto del proprio corpo. Di quello degli altri.
Forse che sia un primo gesto di cura, quel pezzo di sopra di un costume da bagno. Un primo limite, confine e contorno di uno spazio privato di cui avere riguardo da adesso in poi. Che poi con le femmine sia un discorso ancora più complesso, è fuor di dubbio. Ci si diventa grandi insieme, col nostro corpo. Peccato solo che insieme ai capelli e piedi crescano anche paure e insicurezze.
Allora forse è meglio dare retta a una bambina che contiene già molta saggezza, in quei centotrentacinque centimetri di altezza.

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