Tre per quattro

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La piccola ha dichiarato che il suo animale preferito è il suricato, simpatica mangusta simile a un topo.
La mezzana è rimasta incantata dalla storia delle due maestose aquile delle steppe, che si scelgono e restano insieme per tutta la vita. Dice che da grande diventerà falconiera.
Il grande, abbandonate per qualche istante l’indolenza e l’accidia adolescenziale, ha ascoltato attentamente le spiegazioni degli esperti. Alle parole “frenesia alimentare” ha guardato la piccola esclamando “proprio come te!”
Più tardi, pancia all’aria su un materassino dentro una piscina turchese ha proclamato “viva la vita, abbasso la fatica” neanche arrivasse da sei mesi di miniera.

Abbiamo trascorso una giornata al bio parco e giocato a calcio in un prato soleggiato. Siamo stati in piscina e in bicicletta per stradine solitarie al tramonto. In un ristorante elegante i grandi hanno duellato coi grissini e festeggiato con un brindisi la cattura del Pokemon Eevee, che se ne stava nascosto alle spalle di una ignara cameriera. Sulla strada del ritorno abbiamo visto il mare, e siccome guardarlo non basta si è deciso di fermarsi, rientrando a casa molto più tardi del previsto, col naso scottato e la sabbia fra le dita dai piedi. Per tutto il tempo la figlia di mezzo ha filmato col suo cellulare, probabilmente per girare la puntata pilota di un reality sulla nostra famiglia.
Tutto è andato bene in questa piccola fuga, tralasciando la batteria dell’auto a terra, ché sarà pure vero che è pericoloso guidare a fari spenti nella notte, ma anche lasciarli accesi fino al mattino ha i suoi rischi.
Abbiamo dormito tra le colline e la pace dei vigneti, in una casa rustica e accogliente, due sopra un soppalco e due sotto. E chi pensa che dividere un numero pari sia semplice non è mai stato l’unico adulto con tre bambini.
Insomma, tre giorni all’insegna della libertà e del rilassamento. Perché dopo tanto girovagare solitario bisogna ritrovarsi un po’. E girovagare insieme.

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Curiosity Killed the Cat

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“Mamma, che profumo ha il sole?”

“Mmm.. fammi pensare.. Per me ha l’odore dei panni stesi, quando mi ricordo di mettere anche l’ammorbidente”

“Ma noi abbiamo l’asciugatrice, tu mica stendi. Comunque, per me ha profumo di patatine fritte”

“Mmm.. buono”

“Ma secondo te il piccolo gatto si ricorda della sua famiglia felina? Della sua mamma e dei suoi fratelli nella casa dove stava prima?”

“Non credo proprio amore. Per lui siamo noi la famiglia”

“Quindi se vado a vivere dalla nonna me lo dimentico mio fratello?”

“Non funziona così per gli umani, mi spiace”

“Uffa. Ma mamma, perché bisogna dormire la notte e star svegli il giorno? Non si potrebbe invertire come fanno in Australia?”

“Non è che in Australia hanno invertito, sono così lontani che quando da noi è buio là c’è luce e viceversa”

“Capisco. E perché devo mangiare le verdure?”

“Devi mangiarle perché ti fanno crescere sana. Il corpo è uno e lo dobbiamo trattare bene”

“E chi l’ha detto? Come fanno a saperlo? Magari mentono”

“Prendi le verdure e silenzio”

“Mamma?”

“Cosaa???”

“Perché voglio mangiare sempre lasagne?”

“A saperlo”

La curiosità non è femmina. La curiosità è Piccola.

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Ballando con le stelle

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La musica esce altissima dal tablet appoggiato sulle piastrelle. L’idolo delle giovanissime canta a ritmo veloce di amori, amicizia e vacanze.
Lei è in piedi sul divano blu, scalza. I capelli lunghi e sciolti sparpagliati come shanghai su una maglia dalle lunghe frange, vecchio prendisole della sorella maggiore. I pantaloncini corti di jeans, chè le ragazzine li portano così anche se hanno solo otto anni. Ancheggia e sorride, saltella a un altro ritmo e rotea le braccia come un derviscio confuso. Con un playback immaginario canta altrettante immaginarie parole in inglese, con la stessa bravura nella lingua di Celentano ai tempi di Prinsencolinensinaiciusol.
Si gira saltellando, mani sui fianchi e testa alta. Richiamata dal volume arriva la sorella uscita dalla doccia, accappatoio di mamma e capelli gocciolanti. Si lancia nelle danze a occhi chiusi, e in un attimo due paia di gambe e braccia creano una coreografia armoniosa e ritmata. Con pochi sguardi e cenni del capo le due sorelle si spostano da una parte all’altra della sala, come su un palcoscenico calcato ogni sera. L’atmosfera è così gioiosa che anche la mamma scende in pista, abbandonando senza rimpianto la sua postazione ai fornelli. Via il mollettone dai capelli, ricci al vento e magliettone di Mafalda, raggiunge le figlie e insieme concludono l’esibizione con un coro intonato col manico della scopa come microfono. Distratte dagli applausi, non si accorgono subito del figlio grande appena rientrato in casa. Lo sguardo esterrefatto, scuote la testa come se volesse cacciar via una brutta immagine. Si volta rapido e senza proferire parola torna in cortile a giocare a pallacanestro con gli amici.

Inutile. I maschi non capiscono proprio i divertimenti delle femmine.

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Ora pro nobis

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“Mamma, secondo te chi fra noi tre non andrà all’università?”

“Beh, spero che ci possiate andare tutti, naturalmente”

“No! Io non ci andrò. Ho deciso cosa farò da grande: l’attrice! Quasi quasi non vado neanche alle medie”

“Ahahah sei sempre la solita, hai già cambiato idea cento volte, nessuno ti crede più”

“La mamma dice che solo gli stupidi non cambiano mai idea”

“Sì ma chi la cambia in continuazione è una banderuola”

“No, io sono in evoluzione”

“Certo, come un Pokemon. Aspetta che ti catturo con l’app”

“Adesso basta e lascia stare tua sorella, che se vuol fare l’attrice avrà le sue buone ragioni e poi può ancora cambiare idea”

“Certo. Soldi, successo, celebrità. Tre ottime ragioni. Mai cambierò idea!”

“Guarda che la mamma mica voleva fare l’educatrice alla tua età. Solo a pensarci mi viene da ridere. Voleva diventare una suora ahahahah!!”

“Non c’è bisogno di sbellicarsi, grazie. E comunque è stato solo un periodo”

“Ahahah fratelli ma vi immaginate? Suor Barbara ahahaha”

“Mamma, scusa se te lo dico. Saresti stata una pessima suora”

“E perché?”

“Beh, perché bisogna essere tranquille, non urlare e.. avere pazienza. Ah, e poi spirito di sacrificio”

“Cosa? Io ne ho a valanghe di pazienza e spirito di sacrificio con voi tre! Ne ho così tanto che potrei venderlo su ebay e diventare ricca”

“Si mami certo, tranquilla. Continua a fare l’educatrice, però”

Chissà se alla mia età mi prendono, in convento.

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La memoria dell’acqua

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Steve Jobs, genio cofondatore di Apple ha lasciato, oltre a una innovativa tecnologia, scritti e pensieri. Ho preso spunto e in prestito i suoi famosi “cinque mai”, qui declinati come vademecum per sopravvivere, da genitori, alla adolescenza dei figli.
Eccoli.

“Mai darsi per vinti” L’adolescenza è una sfida, che sai già di avere perso. E’ un giro sulle montagne russe più alte con la cintura slacciata. Se il genitore è il fiammifero, l’adolescente il liquido infiammabile: basta una scintilla per scatenare un’esplosione. Il tempo ti darà ragione, se sarai così fortunato da sopravvivere, vedere i tuoi figli adulti che diventano genitori e forse una volta ti diranno “avevi proprio ragione tu”

“Mai fingere”. Loro se ne accorgono. Sono bravissimi a cogliere le crepe, intuire i tentennamenti, annusare le esitazioni e usarle per i propri interessi. Bisogna essere fermi e determinati, anche nel dubbio e la confusione più totale. Gli adolescenti vivono nel qui ed ora, nei bisogni e necessità da soddisfare, preferibilmente subito. Loro viaggiano coi kb, mentre noi stiamo ancora attaccando la presa del modem.

“Mai restare immobili” Questa è facile. Impossibile stare immobili quando sei nel vortice dell’adolescenza. Loro sono pieno di impegni, cose da fare, energie. Escono la sera, privandoti del conforto di andare a letto presto. Li aspetti alzata come una volta aspettavi che si addormentassero, senza cullarli ma controllando l’ora.

“Mai ancorarsi al passato” Rassegnati, il tuo bambino non esiste più. la meravigliosa creatura coi boccoli che profumava di borotalco, il cucciolo che andava scuola col grembiule, barcollante sotto lo zaino più grosso di lui, lo scricciolo sorridente che ti si buttava tra le braccia all’uscita dell’asilo è scomparso per sempre. Al suo posto c’è un giovane che nei tratti gli somiglia, ma che invece di ispirarti infinita tenerezza scatena i più reconditi e inconfessati istinti omicidi.

“Mai smettere di sognare”
Non è del tutto vero che il tuo piccolo bambino non c’è più. Ricorda, qualcosa. È come la memoria cellulare dell’acqua, quella affascinante teoria sulla sua presunta capacità di mantenere un ricordo delle sostanze con cui è venuta in contatto. Anche loro, i nostri bambini cresciuti, conservano ricordo degli abbracci, le fiabe lette, i pic-nic nel parco, i mille e ancora mille baci, il cu cu sette fino a non poterne più. Degli aerosol nella notte, i castelli di sabbia in spiaggia, le alzate all’alba per una partenza. Degli sguardi dietro i vetri appannati della piscina comunale, le ore perse a togliere le uova dei pidocchi dalle teste, le camminate in montagna. Le spinte in altalena che vai sempre più in alto, stare seduti insieme a studiare geografia fino a tarda sera, le lasagne ad agosto perché gli piacciono tanto.
Non è che se lo sono dimenticato, ecco. Diciamo che sono momentaneamente distratti.

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Un giorno di ordinaria follia

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Tornare a casa dal lavoro e trovarci, nell’ordine, un topo stramazzato all’inizio delle scale, come un macabro zerbino; il gatto piccolo saldamente aggrappato al gatto grande che cerca di scrollarselo di dosso, come un toro meccanico; il proprio figlio preadolescente in compagnia di altri cinque coetanei nonché amici.
Scoprire che le sei creature hanno consumato la riserva di succhi e merende di una settimana, fare un rapido calcolo del costo della vita sociale del primogenito.
Andare in cucina in cerca della spremuta arancia rossa e mandarino e ritrovarsi circondata dai suddetti preadolescenti che, invece di stare in giro come dovrebbero a cercar Pokemon per le strade hanno preferito tenere compagnia a una mamma.
Ascoltare per un’ora racconti, aneddoti, canzoni e barzellette.
Assistere a un numero infinito di trucchi con le carte.
Essere grata al settimo preadolescente venuto a suonare il campanello per richiamare gli amici dispersi.
Ospitare a cena un buon numero di ragazzini perché dove si mangia in due si mangia in tre, in quattro, in cinque…
Ma chi ha bisogno della realtà aumentata. Io la voglio diminuita.

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C’è posta per te

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“Mother, dobbiamo parlare”

“Con piacere. Dimmi amore”

“È una cosa seria: ma chi è ‘sta gente?”

“Di cosa parli? Ah, quello. Sono i messaggi privati di Facebook. Il mondo è pieno di gente strana, è quello virtuale non fa eccezione”

“Ma questo scrive che gli piacciono i piedi!! Guarda la sua foto profilo: è un alluce!”

“Ti ho detto che c’è gente stran..”

“E guarda qui! Perché questo ti scrive tutti i giorni “buongiorno” e alla sera “buonanotte” se tu non gli rispondi mai? Ma non si stufa?”

“Non avrà nient’altro da fare”

“E questo cos’è? Un gruppo? Cuori infranti? Perché??”

“Perché ci sono gruppi per ogni cosa, dalle campane tibetane al tartufo bianco, passando per i cuori solitari e le danze popolari curde. Tu non ti accorgi di nulla e ti trovi iscritto all’improvviso, senza che nessuno ti abbia chiesto il permesso”

“E perché questo signore ti manda il suo curriculum?”

“Me lo sono chiesta anche io. Si vede che cerca lavoro”

“Ma fa l’avvocato!”

“Boh. Cercherà clienti”

“Aspetta aspetta ahahahah leggi qui!! Che ridere!!! Questo è il più matto di tutti, chiede di poterti fare delle foto! Neanche tu fossi una modella ahahaha! Hai ragione, son proprio strambi”

“E tu sei proprio gentile, vero?”

“Mother, ho cambiato idea. Su Facebook non ci voglio stare nemmeno a tredici anni. E per dirla tutta, penso che non ci dovresti stare neanche tu”

Censore e col senso dell’umorismo. Che dire, sta venendo su proprio bene il primogenito.

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Che pokeball

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“Fermo, ci siamo. Eccolo!”

“No no è qua! Lo vedo!”

“Ma si ma si! Ma dai! Questo è rarissimo!!!”

“Guarda che è il gatto”

“Ragazzi correte! C’è Moltres!”

“Sdong!”

“Che succede?”

“No niente, correvo per prendere Mew e ho preso il palo. Urca che male”

“Mamma, sposta la macchina che c’è Gyarados!”

Si aggirano così, correndo e camminando, col braccio teso e nella mano la loro appendice preferita, lo smartphone. Moderni rabdomanti setacciano cortili e strade alla ricerca del Pokemon più raro, che può essere nascosto tra i panni stesi dell’anziana e ignara vicina di casa, dietro la grande quercia del parco o nella lettiera del gatto. Un nascondino virtuale in una realtà aumentata, proprio loro che fanno fatica pure nella realtà quotidiana. Che non trovano due calzini uguali nel cassetto della biancheria ma scovano Dragonite dietro una fioriera. Che non centrano la tazza del water quando fanno la pipì ma prendono al primo colpo il leggendario Zapdos. Chissà se girando col braccio teso e i sensi allerta non si imbattano per caso anche nei compiti delle vacanze.

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In vino veritas

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“Bevi il vino?”

“Glu glu.. Che spavento mi hai fatto prendere!”

“Scusa. Ma bevi il vino?”

“No, non bevo il vino. È spremuta. Arance rosse e mandarino. Ne vuoi un bicchiere anche tu?”

“No, papà dice che non devo bere il vino”

“Ma non è vino, è spremuta! E poi io sono astemia, non lo bevo mai il vino. Figuriamoci alle dieci della mattina”

“Ma il colore è quello del vino. E poi ci sono degli amici di papà che bevono il vino al bar alla mattina”

“Sì, il colore è quello del vino ma non lo è. E io al bar prendo il caffè o al massimo il cappuccino”

“Vabbè. Vado a giocare. Ti lascio bere in pace il tuo vino”

Lei ha sette anni ed è amica, compagna di giochi e merende della piccola. I codini scombinati, qualche lentiggine sul naso, una pancia di qualche taglia in più coperta da un prendisole di qualche taglia in meno, probabilmente passato da una sorella maggiore. È arrivata furtivamente in cucina alle mie spalle, silenziosa come un gatto. Ha sentenziato senza possibilità di appello che il mio bicchiere di spremuta fosse in realtà un calice di vino rosso. A nulla sono valse spiegazioni, dimostrazioni e giuramenti. È tornata a giocare con la beata convinzione che la mamma della sua amica si rifugiasse la mattina in cucina, a consolarsi con qualche bicchiere di vino.

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La tecnica dell’aliante

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Si può essere orgogliosi di un successo, di un lavoro riuscito, di una torta buonissima. Orgogliosi di un bel disegno, un dieci in pagella, un complimento inaspettato. Orgogliosi dei risultati raggiunti, di una corsa veloce, di un chilo in meno sulla bilancia. Orgogliosi per una promozione, un aumento di stipendio, un regalo azzeccato.
Io sono stata orgogliosa di un sorriso bellissimo, su una bocca uguale alla mia, nella faccia di un ragazzino sceso da un pullman a due piani in un tardo pomeriggio di luglio. Orgogliosa dell’abbraccio forte che è arrivato a sorpresa subito dopo il sorriso. Poi è stata confusione, saluti, zaini che non si trovano, aspetta che saluto il mio amico, dai che domani ci troviamo al campetto, peccato che è finita è stato bellissimo. Lui, il primogenito vagabondo è tornato a casa e salvo imprevisti dovrebbe restarci per un po’. È felice, abbronzato, sembra più alto. Stanco come chi fa l’alba in discoteca, ha riportato uno zaino pieno di panni sporchi e avventure da raccontare. Ha mangiato cose che a casa non toccherebbe nemmeno con un bastone, trovandole buonissime. Ha camminato in salita e in discesa, su sentieri e sassi, dormito in un rifugio e giocato a calcio nel bosco. È tornato con addosso la felpa preferita e una malinconia nuova. Non è più la felicità assoluta di essere a casa, col gatto e la mamma, dormire nel proprio letto circondato dalle sue cose. È uno sguardo rivolto altrove, al fuori più che al dentro, alle esperienze più che al quotidiano, al mondo più che alla famiglia. È un allenamento al volo fatto di piccoli salti fuori dal nido, ogni volta più lunghi e distanti. Fare il genitore è un po’ come pilotare un aereo. All’inizio l’aliante vola solo grazie a te, agganciato a te. Poi, quando arriva alla giusta altitudine e ha preso la corrente ascensionale adatta, si stacca e va. Da solo. Non resta che aspettarlo a terra, per farsi raccontare le cose belle che ha visto.

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