Eppur si torna

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“Una settimana. Sette giorni. Centosessantotto ore. Diecimila ottanta minuti. Poi sarà la fine di tutto”

“Accidenti che conto alla rovescia! Cosa aspettiamo, l’apocalisse?”

“Peggio! Immensamente peggio! L’apocalisse sarebbe preferibile! Lunedì si torna a scuola, e non aggiungo altro”

“Come? Cosa? Scuola? Mi prendete in giro? Io non sono pronta. Mi mancano le matite colorate nuove e otto pagine del libro delle vacanze”

“Piccola tranquilla, le matite le compriamo e il libro lo finiamo. Ce la faremo”

“Ma chissene importa delle matite della piccola! Avete visto quanti libri che dovrò studiare? In un solo anno? Non è possibile”

“E pensa che manca ancora quello di tedesco”

“Argh”

“Le vostre preoccupazioni sono ridicole. Io ho gli esami quest’anno! Devo scegliere la scuola superiore! C’è in gioco il mio futuro! La mia vita!”

“Se la metti così puoi andare di diritto all’Accademia d’arte drammatica, tesoro”

“Io a scuola non ci voglio andare”

“Io nemmeno”

“Idem”

Non sarà un grande inizio, ma per la prima volta nella loro vita, i fratelli sono d’accordo su qualcosa.

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L’estate indosso

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L’estate è quel tempo di mezzo, senza inizio né fine.
D’estate è nata mia madre, d’estate è nata mia figlia.
L’estate è la stagione che ci cambia di più, anche il colore della pelle. D’estate la musica è più alta, perché i finestrini sono abbassati. D’estate si lascia la porta aperta per fare corrente, ed è più facile sia uscire che invitare ad entrare. L’estate ci lascia scoperta la pelle e l’anima, la prima  si scotta e la seconda si scalda. È il tempo del sollievo immediato, della doccia fredda per rinfrescare dal caldo, delle sorsate d’acqua fresca per dissetarsi, del dolce di un  gelato per rincuorarsi.
L’estate è il tempo del sogno che diventa possibilità, del cambiamento che sembra più vicino, della solitudine in una spiaggia affollata.
L’estate è nostalgia e desiderio, quando ci manca quello che vorremmo.
L’estate è andare a letto più tardi, alzarsi più tardi ma doversi sbrigare perché finisce presto.
L’estate che fa le gambe molli ma apre le braccia per accogliere novità.
D’estate fioriscono le fresie, si colgono i mirtilli e germogliano i cambiamenti.
L’imperativo categorico è di essere felici, allora ti senti un po’ più triste, ché i brividi si sentono più con il caldo che con il freddo.
E’ il tempo che si ferma per poi scorrere più veloce, verso quell’autunno che ci regola e rasserena. Quel settembre che è come un lunedì o un primo di gennaio, che odora di colla bianca e quaderni intonsi.
Su cui scrivere storie nuove.

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Fabrizio

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“Ero un bambino gracilino e anche un po’ solo. Dicevano che ero strano, lì seduto nel cortile di nonna, a parlare col vecchio cane e con le persone di passaggio. Mia madre mi ha iscritto a un corso di nuoto comunale, gratuito, non doveva pagare niente. È così è cominciata. Sono entrato in acqua e tutto è venuto naturale. Era il mio posto, il mio elemento. L’allenatore ha visto che andavo e mi ha preso con sé, mi ha portato nella squadra di nuoto della squadra vicina. Poi è arrivato l’agonismo, le prime gare, qualche vittoria. Le trasferte nei paesi intorno, qualche città lontana. Mi allenavo tanto, mi allenavo sempre. Poi tornavo a casa in bicicletta e le gambe non si muovevano dalla fatica. Pesanti come pietre. Ma nuotavo lo stesso, mi facevo il fisico. Il nuoto è l’asso di briscola per la crescita, sai? Però è bastardo, perché se non vinci non vali. E io non vincevo abbastanza. Allora è diventato altro. Un lavoro, da aprile a settembre, sempre in questa piscina. Anno dopo anno. Le persone, le stesse che crescono e invecchiano. Facce nuove, bambine coi braccioli prima che diventano adolescenti belle poi. I tuffi, non si può correre a bordo piscina, aiuto non so nuotare. Un altro si sarebbe depresso. Io no. Alla fine nuoto, quando tutti vanno via e la piscina ritorna ad essere la mia, e io ancora quel ragazzino che ci stava così bene. Ecco, il segreto è quello. Trovare un momento della giornata per lasciar libero il ragazzino che abbiamo dentro”

Tutti hanno una storia da raccontare, anche il bagnino della piscina. Basta volerla ascoltare.

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Chi ha voluto la bicicletta?

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“Conto fino a tre. Uno! Due! Due e mezzo..”

“Chi ha lasciato in giro il succo di frutta? Era così difficile rimetterlo in frigo?”

“Morire se dai una mano a apparecchiare. Niente. Se non è touch screen non merita considerazione. Qualche sera ti trovi l’iPhone da mangiare”

“Sto parlando. Parlando! Possibile che non puoi aspettare un momento? Va a fuoco il bungalow? Gli alieni hanno rapito tua sorella? No! E allora lasciami finire la telefonata!”

“Spegni subito o ti ritiro il Nintendo fino alla maggiore età”

E niente, siamo così, dolcemente complicati ma soprattutto clamorosamente inefficaci. La vita in campeggio al mese di agosto te la offre così, nuda e cruda, la verità su questi adulti -una sono io- impegnati nella sessione estiva della genitorialità. Che, come la pedalata di alcune biciclette, a volte avrebbe bisogno di essere assistita.

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L’età dell’amore

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“Sono confusa, non so che fare”

“Ma va così male?”

“No. Si. Non so. Insomma, all’inizio era come una festa. Meraviglioso. Attento, gentile, simpatico. Quanto ridere! Avevo dimenticato che le risate fanno sentire la testa così leggera”

“Appunto. È leggera e vola via. Bisogna tenerla ben attaccata alla testa, altrimenti è un disastro”

“Ma stavo così bene. Ci ho creduto davvero, insomma, ho esperienza e pensavo che mi sarei accorta. Il mio istinto mi avrebbe aiutato”

“È invece?”

“E invece niente. Scomparso. Inghiottito nel buio. Pensa che mi sono letta tutti i necrologi, ho pensato “magari è morto”. Mi sono pure preoccupata, capisci?”

“Hai provato a chiamarlo?”

“Certo. Nulla. La voce dice che il numero non esiste più”

“Quindi è scomparso”

“Scomparso. Volato via come una risata. Solo che a me viene da piangere”

Una sdraio orizzontale, parallela al mare. Alle spalle le file ordinate di ombrelloni e lettini a grosse righe giallo e arancione, di fronte le onde. Una delle due donne seduta indossa un costume con grosse foglie di edera stampate, a rampicare dalla pancia alle esili spalle. Tra una frase e l’altra sospira mentre con la mano accarezza una messa in piega perfetta di ricci ordinati. Candidamente bianchi. La sua amica è seduta accanto, avvolta in un grande pareo colorato. Di quelli comprati sulla spiaggia dagli ambulanti, il più bello tenuto aperto da mostrare e gli altri impilati sulla spalla.
I capelli grigi e corti tenuti indietro da una fascia, il capo leggermente inclinato a osservare con tenerezza la donna al suo fianco.
A sentirle parlare potevano essere due adolescenti alle prese coi marosi di una storia d’amore. Magari a casa hanno due nipoti quindicenni che si raccontano esperienze simili.
L’amore non ha età, le sofferenze del cuore pure.

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Albachiara

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L’aria pungente figlia della notte. Il cielo scuro che mostra lontani i primi bagliori. Un giorno nuovo appoggiato lì, sulla nitida linea dell’orizzonte. Arancione e rosa che stan così bene solo in un cielo d’agosto. La sabbia fredda sotto i piedi e il profumo di mare sotto il naso. Gli innamorati nei sacchi a pelo accanto agli scogli, per cogliere insieme il sorgere del sole e di nuove opportunità. E poi noi, una madre, un figlio e una canna da pesca. Felpa e sciarpona per una, infradito e canotta dei Lakers per l’altro. Il preadolescente, novello Sampei, ha affrontato baldanzoso la sua prima esperienza di pesca sportiva, e io ho finalmente capito perché nei cartoni animati la mamma del giovane pescatore di carpe giganti non s’è mai vista. È meglio aspettare a casa pelando patate per il contorno del pesce, che alzarsi a notte fonda per stare coi piedi a mollo nell’acqua ghiacciata. Nella nostra totale e assoluta ignoranza in merito, ci siamo scordati di portare una qualsivoglia esca. Ho dovuto pertanto sfoderare tutto il mio fascino per elemosinare qualche orrido verme dai pescatori di passaggio. Fascino che, alle sei di un mattino ventoso, mostra tutte le sue fragilità. Nonostante le avversità siamo comunque riusciti a montare la canna da pesca firmata Dechatlon, acquistata in un momento di debolezza per la bellezza di quattro euro e novantanove. E poi abbiamo aspettato, come ogni buon manuale consiglia. Lui in piedi, canna in mano, io seduta a gambe incrociate su uno scoglio, scomoda come non mai.
Dopo un tempo che è parso ragionevole a entrambi, ci siamo scambiati uno sguardo di intesa, di quelli che in un battito di ciglia decidono un destino. E canna in spalla ci siamo incamminati, vicini, sorridenti e a mani vuote. Un passo nella sabbia alla volta, abbiamo celebrato il battesimo della pesca con un cappuccio, un succo di frutta e due bomboloni al cioccolato al chiosco sulla spiaggia.
E per pranzo, pizza.

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Domani

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“Mamma, ho pensato a cosa vorrei fare da grande”

“Davvero? Raccontami, ti ascolto”

“Scarpe. Scarpe sportive”

“Scarpe?”

“Sì. Inventare nuove tecnologie per le scarpe da basket. Quelle delle marche famose, che indossano i giocatori più forti e anche per noi al campetto”

“Caspita, credo che non sarei riuscita mai a immaginarmelo. Mi sembra interessante”

“Sai perché sarei bravo?”

“Mmm.. Perché hai fantasia?”

“No. Sono un criticone. Non mi va mai bene niente. Trovo sempre qualcosa che non va. Quindi, posso provare a migliorarlo”

“Mi pare una gran bella motivazione. E anche un bel progetto”

“Mamma?”

“Dimmi amore”

“Stiamo più vicini, adesso”

La terra ha tremato a lungo, questa notte. Anche noi, dalla nostra casetta vicino al mare, ci siamo svegliati scossi da qualcosa di più del forte vento dei giorni passati. Mentre le bambine dormivano siamo stati lì, seduti sulla veranda, avvolti nella stessa coperta, coi piedi nudi che sbucavano fuori. A parlare del futuro che esorcizza il presente, quando dormire non pare possibile, e il domani è ancora troppo lontano.

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Portami a ballare

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Sono tante, pronte e scalpitanti. Sta per avere inizio la baby dance, quotidiano nonché imperdibile appuntamento delle serate in campeggio.
Sono solo femmine. Sandaletti con gli strass, gonnelle o vestitini colorati, mollette scintillanti nei capelli. I maschi sembrano ammessi a questo gineceo danzante solo se muniti ancora di pannolino. Si direbbe la genesi dei futuri Andiamo a comandare. Intorno a loro schiere di genitori armati fino ai denti di video camera e macchine fotografiche, pronti a immortalare i primi passi di danza delle loro piccole creature.
La mezzana, dimentica di avere fatto parte di quella schiera di nani ondeggianti fino a poco tempo fa, canticchia irriverente una inedita versione de I due liocorni “due piccoli escrementi, un topo senza denti, un elefante ormai crepato un verme spiaccicato”
Il grande sta pigramente appoggiato a una colonna, quasi fosse sua la responsabilità di sorreggerla e osserva di sottecchi le ragazzine più grandi che, nonostante il mascara e le converse all star ai piedi ancheggiano al ritmo delle Tagliatelle di nonna Pina, ridacchiando fra loro. La piccola sgrana gli occhi al Caffè della Peppina, batte mani e piedi con il Coccodrillo come fa e canta a squarciagola “mi sono iscritta a danza, l’ho fatto per la panza”. Il tutto rigorosamente in felpone extralarge e infradito, ché in campeggio la parola d’ordine è “selvaggio”.
Forse ho capito come ottenere obbedienza cieca e assoluta in questi giorni. Se non faranno i bravi, sarà la mamma a scendere in pista e scatenarsi sulle note della Danza del cowboy.

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Istantanee

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Il dolce dei bomboloni al cioccolato, tre, ogni mattino, ricoperti di zucchero che si appiccica sulle dita, le guance e la punta del naso.
Il salato dell’acqua quando vai sotto, che fa prudere le gambe mentre ti asciughi. L’onda morbida dei capelli sciolti nell’acqua, come una sirena, che si trasformano in alghe spinose col vento e la salsedine.
Il bianco di un quadretto di cocco che ha il profumo di una crema solare.
Il colore delle pesche dolcissime addentate in spiaggia, arancione come i codini della piccola. Il succo che cola sul mento e tra le mani, le dita insabbiate sciacquate in mare.
La trasparenza di una medusa che ci guarda dal secchiello, catturata prima e liberata poi da un ragazzino col retino.
Il blu del cielo e del mare, come il costume che una figlia mezzana si sistema distratta, inconsapevole ancora della bellezza di un gesto, della dolcezza nello sguardo.
Il segno rosso della maschera intorno agli occhi, perché il mondo va visto anche sott’acqua.
Il brivido dell’aria fuori dall’acqua, la pelle che si scalda al sole, la stanchezza piena che il calore regala.
I tuffi in piscina, ormai quella grande per tutti. Il cloro sulla pelle, che senti sulle labbra quando sbaciucchi delle piccole spalle, avvolgendole in un accappatoio colorato.
Il sonno breve del pomeriggio, quando tutto fuori è caldo e immobile.
Il tempo che scivola via a spirale, come lo zampirone acceso la sera.
La vita in vacanza è così, fresca come il gusto menta del ghiacciolo che si mangia solo qui, liscia come l’asciugamano steso al sole ad aspettare.

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Chiuso per ferie

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I vestiti sono stati scelti, contrattati uno ad uno con la figlia di mezzo “questa canottiera è troppo corta” “giuro la metto solo in spiaggia” mentre la piccola frugava tra l’ingombrante montagna di abiti della sorella per arraffare qualcosa per sè.
Il grande ha preparato in autonomia il suo bagaglio. Cellulare e caricabatterie, che tutto il resto è noia.
Pappa e croccantini sono stati acquistati in dosi massicce, per garantire la sopravvivenza durante la nostra assenza dei gatti di famiglia nonché di una colonia di felini di medie dimensioni.
La casa è stata sistemata come mai prima, pulita in ogni suo anfratto nonostante o forse grazie al felino debole di vescica.
Il congelatore è stato sbrinato, costringendoci a mangiare lasagne e spezzatino la sera del ferragosto.
Le valigie sono state chiuse con la piccola seduta sopra, le liste di cose da fare buttate con grande soddisfazione.
Lo zaino dei compiti è stato da me caricato in macchina e dalla mezzana subdolamente scaricato.
I turni per stabilire chi sta seduto di fianco alla mamma e per quanto sono stati rivisti e corretti, con generale soddisfazione.
Il benedetto lettore dvd portatile, prestato da un’amica illuminata lo scorso anno e da allora rimasto in macchina, aspetta nella sua custodia con una quantità di film sufficiente ad arrivare a Tunisi.
La macchina è stata caricata inizialmente come un tetris perfetto, per poi finire a spingere tutti e quattro il baule per farlo chiudere.
Il gas è stato chiuso, le luci spente, le persiane abbassate.
Di entusiasmo, felicità e aspettative sono piene le nostre tasche.
Ora non resta che partire.

ps un po’ di vacanza non si nega a nessuno, neanche a una pagina virtuale. Quindi per le due prossime settimane ci sarà qualche post in meno, in attesa di raccontare qualche storia in più.

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