Ovini di Pasqua

Una mattina qualunque, non sono ancora suonate le sette.

Come ogni giorno la sequenza dei gesti è la stessa, rassicurante, a tratti alienante.

Apro le persiane del mio bagno, la luce si insinua nella stanza.

Nel giardino dei vicini lei è lì, e mi guarda.

Con le corna arrotolate, sul muso un’espressione interrogativa, le zampette magre.

Una capra.

Chiudo le persiane, mi fermo un attimo, rifletto. I vicini hanno due cani e un gatto, ripasso mentalmente.

Brutti scherzi il risveglio.

Riapro le persiane, lei è ancora lì.

Con le corna arrotolate, sul muso un’espressione interrogativa, le zampette magre.

Una capra.

Arretro un passo, con la mano a conca annuso il mio alito. No, non ho bevuto. Sono sempre astemia.

La capra è sempre lì, che mi osserva, ed è forse più stupita di me nel vedermi in pigiama e coi capelli arruffati alla finestra.

Lei è Ornella, la capra che i miei vicini hanno adottato per salvarla da un giro al macello.

Ornella, diventeremo amiche.

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Che non accada mai più

“Cosa stai facendo?”

“Ma io, veramente…”

“Possibile che non ti ho insegnato niente? Ci sono poche regole in questa casa, ma pretendo che vengano rispettate. Da non credere, mi domando da chi hai preso. Né io né la nonna lo abbiamo mai fatto”

“Mamma, fammi spiegare”

“Non c’è niente da dire, è tutto purtroppo chiarissimo. E poi, dove lo hai trovato quello?”

“Era nascosto, nello stanzino, dietro agli addobbi di Natale…”

“E secondo te perché stava lì, eh? Quella è una cosa da non toccare, alla tua età e pure alla mia! Adesso prometti che non lo farai più”

“ma mamma…”

“Prometti!”

“Va bene. Prometto solennemente che non stirerò più”

La mezzana ribelle ha contravvenuto a un principio cardine della nostra famiglia.

Qui non si stira, al massimo si piega forte.

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Le nostre anime di notte (cit)

Ogni sera, a casa mia, mentre finisco di sistemare la cucina il primogenito dalla sala grida “Blo, comincia”

Io e lui seduti sul divano rosso, tra un gatto e l’altro, guardiamo due episodi di Attack on Titan, manga giapponese di enorme successo dove uno sparuto gruppo di esseri umani combatte contro una nutrita compagine di giganti per sopravvivere.

Lo si guarda, perché il mondo degli adolescenti è imperscrutabile e coartato, ché quando si apre una crepa bisogna gustarsi la luce.

Finché non arriva il monito della mezzana “mamma, ti sto aspettando”, quattro parole che celano tragiche ritorsioni.

E allora vai nel tuo letto -perché lei lì dimora nel tempo libero, per vedere YouTube o occuparsi della skin routine.

E allora guardi tutorial sull’ultimo modello di piegaciglia o il pennello più giusto per stendere il countouring. Non capisci, ma abbozzi, con una tecnica perfezionata negli anni di ascolto passivo.

Finché la piccola non reclama la sua quota rosa di mamma, e allora strette nel suo letto, ma girate al contrario coi piedi sul cuscino, ammiriamo improbabili ricette di grassi saturi fritti nello strutto e conditi con la panna e ripieni di mascarpone.

Finché non arriva l’ora di dormire.

Che, dopo tutto questo ambaradan, non arriva prima di mezzanotte.

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E anche per oggi è tutto

“Ed eccoci a voi con un nuovo video! Amici, questa volta ci sarà mia madre a raccontarci i segreti della sua skin routine serale? Allora mami, dicci. Come si trattano le pelli vecch…mature?”

“…”

“Ed è tutto anche per oggi amici, seguiteci per altri consigli di bellezza! Ciaone!”

La videocamera del cellulare mi inquadra all’improvviso, con l’inganno.

I capelli arpionati sulla testa col mollettone di quando avevo quindici anni e facevo le vasche in corso Matteotti.

Il viso spalmato di olio di argan, che con un velo di impanatura sarebbe perfetto. Due mezzelune di crema sotto gli occhi, nell’eterna illusione che possano davvero fare qualcosa per mascherare le occhiaie. Quando paghi tanto qualcosa deve per forza funzionare, giusto?

Non so come si trattino le pelli mature, ma so come trattare una mezzana traditrice.

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Altro che It

“perché devo andare io di là? Voglio stare qua”

“non riesco a entrare nella lezione, mi butta fuori”

“c’è niente da mangiare?”

“zitto che la mamma è collegata”

“ma è in cucina”

“beh, il bagno era occupato”

“tutti zitti che mi interroga in fisica. Voi non esistete, non parlate né respirate. Guai a chi passa”

“c’è niente da mangiare?”

“mamma, secondo te con l’ombretto viola ci sta il mascara blu?”

“ma la smetti e segui la lezione?”

“pausa ogni quarantacinque minuti!”

“c’è niente da mangiare?”

“dovete stare zitti, sta spiegando filosofia”

“c’è niente da mangiare?”

La prima pagina del mio prossimo romanzo sulla Dad. Sarà un horror (con una ricca sezione ricette)

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Sorpresa!

Quando decidi di fare una sorpresa alla mamma, per portare un po’ di luce in questa zona fin troppo rossa.

Ti organizzi col ristorante che tanto le piace, perché le porti la cena a domicilio e olè! sorpresa!

Scegli un piatto che le piace pregustando il momento in cui scarterà il carroccio.

Tutta presa dalla tua bella idea non rifletti abbastanza sul fatto che tua madre cena alle diciotto e trenta e arrivare prima significa farle consegnare la cena all’ora di pranzo.

Non immagini che lei penserà a uno sbaglio e proverà a chiamare la sua omonima due vie più in sù, che magari aspettava giusto giusto un succulento stinco con patate.

Ringrazi il cielo che non abbia trovato il numero e invece chiami te per dirtelo.

Scopri che ha già cenato e digerito e quindi perché no, un assaggino prima di andare a letto si può pure fare.

Morale della favola: se vuoi fare delle sorprese, avvisa prima.

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Su le mani

Le mani sulla scuola.
Sia chiaro, io non vedo l’ora che i nostri ragazzi tornino in classe, sul pullman la mattina, a chiacchierare durante l’intervallo e a cambiarsi in uno spogliatoio puzzolente nell’ora di motoria.
Le scuole devono riaprire e non perché non sappiamo dove mettere questi bambini.
Lo dico dall’alto del mio privilegio, di chi non rischia di perdere il lavoro perché i figli sono abbastanza grandi per seguire le lezioni da soli.
Lo dico perché la scuola è essenziale, necessaria, vitale.
Per i nostri bambini e ragazzi, per la società che domani di questi bambini e ragazzi sarà composta.
Non voglio che mettano giù le mani dalla scuola. Ce le voglio ben posate sopra, invece.
Voglio interventi che riducano le classi pollaio, perché in trenta in una stanza non va bene, pure se il covid non lo avessimo conosciuto mai.
Voglio una didattica che sia meno nozionistica e più coinvolgente, il giusto riconoscimento ai docenti che davvero sono lì per accendere il fuoco della curiosità del sapere, non il mero riempire un barile con informazioni varie.
Voglio una scuola che non metta i voti al primo posto ma sappia osservare, cogliere, coinvolgere, stimolare, differenziare. Che non usi lo stesso metro di valutazione con tutti perché ognuno ha la propria unità di misura. Che offra capacità di aspirare. Dove l’inclusione sia vista come un’opportunità prima che una fatica organizzativa.
Vorrei che questo anno passato fosse servito per mettere in crisi un sistema, dove crisi sta per possibilità, per crepa da cui entra luce.
Vorrei che la scuola fosse una priorità, non la prima da sacrificare.
Non voglio solo che i nostri figli tornino a scuola. Vorrei tornassero in una buona scuola.
E allora su le mani, sulla scuola.
E la testa, i pensieri, l’urgenza.

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Varianti

Il primogenito è stato trovato in possesso del mio passaporto.

Credevo volesse passare il confine col Messico indossando una parrucca rossa a boccoli, invece stava completando l’iscrizione a un sito di criptovalute.

A mio nome, oggi, esiste un gioioso account per controllare l’andamento dei bitcoin, prossimo investimento del giovane imprenditore.

La piccola vuole fare l’attrice.

Va scandagliando il web alla ricerca di agenzie e corsi di recitazione, anche se in cuor suo è convinta di essere già brava e pronta così.

Quando ha saputo che sotto il mio ufficio a Milano stanno girando un film di Ridley scott ha chiesto di accompagnarmi al lavoro, per stare un po’ insieme. Fossi in Lady Gaga, la protagonista, non dormirei sonni tranquilli.

La mezzana mi ha teso un agguato per truccarmi le sopracciglia. Secondo lei non posso presentarmi alla prossima video call in queste tragiche condizioni. Ora sembro Frida Kahlo, ma lei dice che è di moda così.

Le varianti di follia, a casa mia, non si contano più.

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Prendi me

Cara Ado,

-il cara è puro formalismo- è da un po’ che non ci parliamo. Non perché tu non sia presente, chiaro. Difficile dimenticarsi della tua ingombrante esistenza.

Ti sei presa senza ritegno alcuno il primogenito, un ragazzino adorabile che si è trasformato poco alla volta in un contestatore nato, che si oppone con forza ai poteri forti, le istituzioni, la cottura degli spaghetti a undici minuti. Ogni argomento è buono per alzare scudi e lamenti e, in ultimo, colpevolizzare me, sua madre.

Hai adescato la mezzana con lusinghe di bellezza ed eterna giovinezza, tanto che ora passa le giornate tra Skin routine, daily routine, make up estremi e critiche feroci all’ultimo mascara L’Oreal che non allunga le ciglia quanto dovrebbe.

Il tutto nel tempo che dovrebbe altresì essere dedicato allo studio, ma sembra ormai evidente che a te, cara Ado, la scuola non interessi neanche un po’.

Te li ho lasciati, questi figli, seppure a malincuore.

Ma questa volta non ci avrai.

Ti vedo, che infida ti stai insinuando.

La mattina spalanco le braccia per coccolarla e lei mi passa accanto impassibile. Si veste solo di nero e ha preso residenza in camera sua, al civico del suo piano di sotto del letto a castello. Risponde a monosillabi e con evidente fastidio quando provo a dialogare con lei.

Mi guarda con disprezzo mentre ballo per casa facendo le pulizie.

Lo sguardo truce, chiede di essere lasciata in pace e compare gioiosa solo alle parole “a tavola!”

Insomma, adolescenza.

Fatti bastare quello che hai, e lascia la mia piccola.

Piuttosto, prendi me.

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Otto marzo

È nella varietà e meraviglia di tante donne che conosco che trovo ispirazione, spinta a migliorare e conforto.

Ci sono donne che riescono a tenere insieme più pezzi di un giocoliere, trasformando una vita da Cirque du Soleil in un equilibrio il più delle volte stabile.

Ci sono donne che, uno alla volta, hanno aggiunto tasselli alla propria esistenza fino a gestire notevoli complessità, che non si tirano indietro quando se ne aggiunge un altro ma trovano un modo creativo perché si incastri come un tetris.

Ci sono donne stanche, affaticate, gravate dalla solitudine dell’essere il numero primo della famiglia, colei che per abitudine o retaggio culturale porta i pesi maggiori.

Ci sono donne che chiedono aiuto, quando finalmente si accorgono che non c’è fallimento alcuno nell’avere bisogno di qualcuno.

Ci sono donne che hanno affrontato pandemia, Smart working e didattica a distanza per mesi, si sono sentite dire che la scuola non è un parcheggio, che allora era meglio non farli i figli, se non si è in grado di badare a loro. A costo di perdere il lavoro.

Ci sono donne colorate e vitali, che mettono in circolo energie e progetti, anche per quelle di noi che in quel momento sono grigie e stanche, dando vita a una sorellanza salvifica.

Ci sono donne che non ce la fanno, perché non pensano di valere abbastanza per evitare un insulto, uno schiaffo, l’ennesima prevaricazione.

Ci sono donne che tengono il mondo in mano e non lo sanno, che avrebbero mille parole per raccontarsi ma temono che nessuno le ascolterebbe.

Donne che sono storie da scrivere, ognuna con una narrazione diversa.

Le mie figlie sono donne in fieri, abitano il luogo della possibilità, sono il futuro che si costruisce nel presente, il filo sottile dell’auto stima pronto a reggere pesi sempre maggiori. L’obiettivo è non spezzarsi, anche quando il vento della disistima soffia forte.

A loro e a voi, donne speciali della mia vita, nella giornata dedicata, grazie per l’ispirazione, l’allegria e il conforto, per le porte spalancate su diversi punti di vista, per gli abbracci che spero torneremo a darci.

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