E’ rosso

Un sole splendente, la ricerca di un parcheggio, l’ora di riprendere figli, nipoti e vicini di casa da scuola per andare a mangiare. Le strade intorno all’edificio chiuse, con una iniziativa contestata ma tutto sommato positiva per i bambini che, almeno per quei dieci minuti, non devono camminare con il timore di essere travolti dal veloce automobilista di turno. Ho parcheggiato in una strada nei pressi della scuola, non lontana da un semaforo. Recuperate le bambine mi sono avviata alla macchina con le due fanciulle allegre e saltellanti che mi raccontavano come era andata la mattinata. Altri genitori e figli percorrevano la nostra stessa strada, mano nella mano. Arrivati sulla strada principale si è sentito un rumore assordante, che se non fossimo nel centro di un piccolo paese ricorderebbe il rombo dei circuiti di formula uno. Davanti a noi è sfrecciata a folle velocità una vecchia Peugeot, bassa e probabilmente taroccata, di quelle con le cinture Sparco da rallysta mancato, in gara con il semaforo per non prendere il rosso. Cosa che puntualmente è avvenuta e il novello Ayrton è stato costretto suo malgrado a fermarsi, con un gran stridore di freni. E a trovarsi letteralmente circondato da un gruppetto di madri inviperite che, con la dolcezza e la ragionevolezza tipica della leonessa a cui è stato strappato il cucciolo, gli hanno rinfrescato la memoria sul codice della strada e quello penale. Lui, il pilota, il coraggioso, non è riuscito nemmeno a trovare la forza necessaria a girare la manovella del finestrino ed è rimasto chiuso e zitto nel suo scatolino con le ruote, facendo probabilmente il conto alla rovescia per il verde. Ora, senza voler mettere in dubbio l’utilità degli autovelox, l’efficacia dei dossi, il buon lavoro dei vigili urbani: ecco, secondo me questo signore ci penserà due volte in futuro prima di schiacciare il pedale dell’acceleratore come se non ci fosse un domani.
Perché lo ha rischiato ieri, di non avere un domani.

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Nba

Si sa, al cuor non si comanda. E le passioni non si contengono, aggiungerei. La passione in questione si chiama pallacanestro, e ieri sera ha portato un ragazzino tifoso in un Forum gremito ad ammirare l’eccellenza e il mito americano, per l’occasione in trasferta nel nostro paese. Erano esattamente cinque mesi, dal giorno di apertura della prevendita dei biglietti, che l’aspirante cestista aspettava questo momento, con la trepidazione di solito riservata ai grandi eventi della vita. Si è riempito gli occhi di canestri impossibili e azioni stupefacenti, ha ammirato i giocatori del suo album di figurine in tutta la loro strabiliante altezza, si è privato dei suoi sudati risparmi – lui, che in famiglia e’ amorevolmente detto “il taccagno”- per acquistare maglietta e pallone della squadra d’oltre oceano. Ha lottato con le unghie e con i denti per aggiudicarsi gli autografi di questi altissimi signori. Ma soprattutto ha alimentato un sogno, il suo, in quel clima di tifo e di festa. Se quello che racconta un film in questo periodo molto discusso -inside out- fosse vero, direi che ieri sera mio figlio ha creato e archiviato un ricordo base che lo accompagnerà per tutta la vita. Il ricordo di una serata magica con di fianco il suo papà e davanti il futuro che vorrebbe. Il ricordo dell’attesa e l’emozione del primo canestro da tre. La condivisione di una passione che li accomuna e li avvicina, proprio adesso che il diventare grandi inevitabilmente un po’ li allontana. Uno spazio e un tempo tutto al maschile, per riequilibrare l’ingombrante presenza femminile che aspettava a casa mangiando la pizza sul divano.
E anche se questa mattina sbadiglierà durante l’ora di francese o si addormenterà sulla verifica di matematica, ne sarà comunque valsa la pena.

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Misure di vita

Ci sono giornate di lavoro piene di ore così faticose che sembrano non finire mai. Ore necessarie, allegate anche al lavoro più amato ma che ti avvolgono come un mantello pesante che avresti solo voglia di scrollarti di dosso. Ieri ho pensato a più riprese di cambiare direzione, ho ripetuto come un mantra “ma chi me lo ha fatto fare” e ho fantasticato di altri scenari possibili come stare a casa a preparare pasti sani e genuini che non fossero i consueti bastoncini e pasta al pesto, avere i vestiti lavati e stirati quando ne abbiamo bisogno, non recuperare il grembiule nero dalla cesta perché nel fine settimana mi sono dimenticata completamente della sua esistenza, sedermi paziente accanto a un figlio ribelle che non ha voglia di fare i compiti. Poi ho pensato che non è proprio il genere di vita della mia misura, sarebbe come cercare di entrare in un vestito che va stretto -cosa che purtroppo capita- e non mi si addice. Non perché valga meno la scelta, a volte obbligata altre intrapresa, di non lavorare fuori per lavorare dentro, ma perché so che dopo i primi entusiasmi mi stuferei di fare la pasta in casa, mollerei i panni da stirare per andare a fare una passeggiata, il mio shopping compulsivo prenderebbe una deriva preoccupante e la mia pazienza nei compiti si esaurirebbe alla terza pagina di corsivo maiuscolo.
Quindi mi tengo il mio amato lavoro e la cesta dei panni sporchi che fatica a chiudersi, i bastoncini e le corse contro il tempo, perché, nonostante tutto, è il vestito che mi sta meglio.

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Odio il lunedì

Dopo una notte frammentata e funestata da molteplici risvegli per brutti sogni, bicchieri d’acqua mancanti e improvvise quanto sospette dichiarazioni d’amore (“mamma,ti voglio tanto bene” “eh?mmm.. grazie ma torna a letto” “posso dormire nel lettone?” “No” “uffa”) il risveglio è arrivato puntuale e inesorabile e se possibile ancor più faticoso del solito perché contemplava anche la preparazione del pranzo per il primogenito, che dà il via oggi a una stagione di relativa autonomia. Sbrigate tutte le consuete e piacevoli attività mattutine abbiamo spalancato la porta di casa su una giornata fortunatamente piena di sole e una orrida testa di topino morto sul terrazzo, dono del nostro generoso quanto fondamentalista felino. Siamo saliti su una macchina completamente appannata dalla quale non si vedeva nulla e ho quindi acceso il riscaldamento al massimo nel tentativo di ripristinare la visibilità. Dopo circa dieci minuti nei quali la macchina si è trasformata in una serra e al posto della giacca avrei voluto avere un pareo mi sono accorta che il vetro era appannato fuori, non dentro, e sarebbe dunque bastato azionare il tergicristallo. Ma tant’è. Ormai sudata e già stanca sono ripartita per andare al lavoro, accorgendomi a metà strada di avere dimenticato computer, agenda e documenti. Con una inversione a u che neanche nelle migliori puntate di Supercar sono tornata indietro, ho scansato il topo, preso le mie cose e riacceso la macchina.
Ed è solo lunedì mattina.

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Persone belle

Il pomeriggio del sabato e’ di norma dedicato ai compiti e allo studio, così da girare pagina su una domenica di riposo assoluto o piacevoli attività.
Il sabato appena trascorso e’ stato un po’ diverso e ha visto il figlio grande e la più piccola affidati alla nonna e la mezzana uscire con la mamma. Che poi, piccola parentesi, ogni volta che devo lasciare i bambini mi sento come il contadino del famoso indovinello che deve trasportare lupo, pecora e cavolo dall’altra parte del fiume senza che nessuno mangi l’altro: bisogna prestare la massima attenzione a chi lasci incustodito e ci sono delle combinazioni (grande più piccola, per esempio) che portano solo guai. Comunque. La missione di ieri era andare a trovare una compagna di classe, da qualche giorno in ospedale, che ora sta meglio ma ha fatto prendere un bello spavento ai suoi genitori. Le due sono state molto felici di ritrovarsi perché, si sa, stare in ospedale è difficile per tutti, figuriamoci per un bambino. Non ci eravamo ancora tolte la giacca che qualcuno ha bussato timidamente alla porta e dopo un attimo hanno fatto capolino dei nasi rossi e un arcobaleno di colori. Gli occhi delle bambine di sono riempiti di stupore e meraviglia, grandi sorrisi sugli apparecchi ai denti. Loro erano cinque, quattro ragazze e un ragazzo, non più in là dei trent’anni. Buffi, colorati e dai nomi improbabili, hanno passato la mezz’ora seguente tra battute, scherzi e giochi. Hanno fatto ridere le bimbe e sorridere le mamme. Era-fortunatamente- da un po’ che non mi capitava di stare in ospedale con un bambino, ma me la ricordo molto bene la sensazione di smarrimento, la preoccupazione, la stanchezza infinita delle notti insonni e le giornate eterne. Conosco la paura di un bambino ricoverato, le medicine, gli esami e la normalità che è rimasta a casa con i suoi fratelli. Ma quei ragazzi, coi nasi rossi e le calze colorate, fanno molto di più che riempire qualche minuto di una giornata: per quella mezz’ora fanno dimenticare al bambino -e non solo- che quella stanza non è la sua stanza, il letto non è il suo e che no, non può scendere in giardino a giocare. Per quella mezz’ora sorridi e pensi che sono proprio matti, e nulla più. E mi è sembrato un regalo grande, quel tempo che immagino loro si tolgano per renderlo migliore ad altri.

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Materne mancanze

Si sono trovate da sole, in casa, per un’intera ora, dopo aver consegnato fratello e sorella alle rispettive attività pomeridiane. Si sono guardate complici, consapevoli della rarità dell’evento, che si verifica con la stessa frequenza della eclissi solare totale nel nostro emisfero. Ognuna di loro ha pregustato il tempo prezioso e immaginato come trascorrerlo. Nello specifico lei si è immaginata stravaccata sul divano con un tè al bergamotto e il bel libro che sta leggendo, a godersi il ticchettio della pioggia sulle finestre. La piccola però era di tutt’altra idea.
“Mamma, giochiamo alle bambole?”
Gelo. Sconforto cosmico. Come nei cartoni animati, da una parte l’angioletto che esorta a usare al meglio il poco tempo esclusivo con la figlia minore, dall’altra il diavoletto che incita a prendersi un po’ del meritato riposo. Tra i due litiganti, si sa, è il terzo a godere. Il terzo in questione è il senso di colpa, che se ne sta acquattato nelle retrovie per comparire sempre nel momento peggiore. Per un’ ora quindi la sala si è trasformata nello studio di dottoressa peluche, tutti i pupazzi di casa in fila sul divano, lo stetoscopio di plastica al collo della piccola, mentre la sventurata madre alternava il ruolo della signora maria (segretaria della dottoressa) a quello della proprietaria del dinosauro raffreddato.
Io sono sempre più convinta che mi manchi il gene materno del gioco, perché mi abbatto quando mi coinvolgono nelle avvincenti avventure amorose delle Barbie, vorrei nascondermi davanti a cicciobelli da imboccare e mi prende lo sconforto con le carte di Yu-Gi-Oh!. E, forse ancora più grave, detesto i giardinetti, gli scivoli e le altalene e tremo a sentire il coro di voci unite in un solo grido:“guardami, mamma!!” In compenso sono cintura nera di Super Mario e ho cinque stelle con Just dance. Chissà se basterà.

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Ottobre è un mese crudele

Mattina inoltrata, alla cassa veloce di un supermercato di cui non dirò il nome.
Il cassiere, insolitamente uomo, che passa i prodotti in modo brusco con lo sguardo basso. Arriva il mio turno, lo vedo afferrare le uova con una veemenza un po’ eccessiva
“Ehm, scusi, le uova.. Così si rompono”
Sguardo torvo di risposta, ma almeno rallenta i movimenti.
“Sono ventitré e quindici” dice senza guardarmi. Porgo il denaro.
“Come? Un cinquanta? Non ce li ha giusti?”
“No, mi spiace..”
Come non avessi parlato, si gira verso il collega della cassa a fianco.
“Me ne dai cinque da dieci?”
“Euro?” risponde l’ignaro cassiere.
“No, pesetas, dracme e rubli cazzo! Certo che voglio euro, ti sembra??”
E si rigira nella mia direzione, forse consapevole della reazione che ha appena avuto.
“No, mi scusi, davvero, e’ una giornata terribile, stamattina mia moglie mi ha lasciato e io non so che fare”
Cala il silenzio nella fila, tutti con le orecchie tese.
“Oh, mi dispiace, capisco, non c’è problema” balbetto imbarazzata.
“Ecco, le ho anche rotto le uova! Mi dispiace tantissimo, adesso vado a cambiarle”
“No no per carità va benissimo, le pare. Grazie comunque” e imbusto velocemente le mie poche cose per togliermi da questa improbabile situazione. Nel mentre sento l’anziana signora dopo di me rassicurare il giovane abbandonato “ma si, vedrà che torna, dove lo trova uno meglio” come se li conoscesse personalmente.
Sono uscita con le mie uova rotte e con la promessa di fare la spesa on line, la prossima volta.

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Madri di spirito

Un classico dell’autunno genitoriale è la partecipazione alle serate dedicate a quella o all’altra attività dei propri figli. C’è la serata per organizzare la festa della scuola, quella per la presentazione delle attività extra scolastiche, c’è la serata materassi -agghiacciante ma quanto mai efficace sistema per racimolare qualche euro per la classe, la ginnastica o quant’altro- e la serata catechismo. E’ proprio lì che mi sono trascinata ieri sera, mettendo insieme le ultime forze e desiderando ardentemente di indossare il pigiama. E’ stata solo la prima, perché la settimana prossima non mancherò a quella prevista per la catechesi della seconda elementare. Ieri sera ci siamo ritrovati in virtù del fatto che i nostri figli decenni riceveranno a primavera il sacramento della Cresima. Ecco, non so com’è per gli altri, ma io esco sempre da questi incontri vagamente confusa. La sensazione è quella di essere portatrice sana di incoerenza, perché mentre il Don riflette sulla sacralità dell’evento io penso al rinfresco, a chi fare la donazione al posto delle bomboniere, agli inviti e- ebbene si- a cosa mi potrei mettere che in aprile il tempo non si sa mai se fa freddo o caldo. Però non è solo quello. I miei figli hanno scelto di fare religione a scuola, andare a catechismo e di ricevere i sacramenti. Vanno a messa probabilmente più di me e mi rendo conto di non essere una grande esempio di pratica religiosa; casa mia è piena di libri ma non c’è traccia della Bibbia e io stessa non potrei mettere la mano sul fuoco di ricordarmi in ordine i dieci comandamenti. Però ci provo, sempre in bilico tra doveri e coerenza, tra ciò che è scritto e ciò che è detto, tra sacro e profano, a dare un senso a questa scelta. Ci provo con l’esempio, con l’accoglienza, la pazienza. Che spesso scappa ma questa è un’altra storia. Sperando che da lassù qualcuno aiuti questa mamma spiritualmente pasticciona a fare un po’ di chiarezza.

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Terza età

Oggi ho approfittato di una pausa pranzo con il sole e finalmente senza figli, che da stamane hanno ripreso il completo orario scolastico con servizio mensa due giorni a settimana, per rispettare la mia consueta ora di corsa/camminata, per il benessere del corpo ma soprattutto della mente.
Devo dire che l’uscita è stata rallegrata da una serie di incontri che mi hanno fatto riflettere sul fatto che, come dice la mia vicina di casa, il toy boy non fa per me. Eh si perché, ultimamente, ho notato di essere diventata appetibile per uomini di una certa fascia d’età. Ed è nella misura di quel “certa” che si consuma la tragedia. Perché non sta a indicare affascinanti cinquantenni ma, il più delle volte, quelli che potrebbero essere i loro padri. Sono giunta a domandarmi se felpona extra large e capelli a ananas non rappresentino una fantasia erotica negli over settanta. Tutto è cominciato nella pista ciclabile non lontano da casa mia, dove ho incrociato un arzillo vecchietto che con un gran sorriso mi ha così ammonito “stai attenta, bella bambina dai capelli rossi, che nel bosco puoi trovare il lupo!”. Verrebbe da rispondergli di stare molto attento, perché la stagione della caccia è in pieno svolgimento e si sa che fine fa il povero lupo. Che poi, se uno ti abborda così a quell’età è facile immaginare che disastri avrà combinato a venti, trenta e quarant’anni. Ma io ho proseguito a passo di marcia con il mio percorso fino a arrivare in centro al paese. Dove ho trovato lui, camicia a scacchi, pantaloni marroni, capelli bianchi, un po’ stile nonno di Heidi, che ha aspettato gli passassi accanto per domandarmi “cara signorina, sa per caso indicarmi la stazione?” che guarda caso era esattamente dietro di lui. Mi sono voltata a destra e a sinistra per capire se nei dintorni ci fosse una eventuale badante ma, non avendo avvistato nessuno gli ho indicato quel che chiedeva e mi sono affrettata a tornarmene a casa.
Sto seriamente prendendo in considerazione la possibilità di abbandonare il mondo dell’educazione di bambini e adolescenti per una nuova e brillante carriera in un centro anziani o in una casa di riposo. Dovesse andare male posso sempre offrirmi come badante.

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No pigiama no party

Festeggiare il compleanno è sempre una grande gioia, soprattuto sotto i trent’anni. E hanno pure ragione i bambini, a voler festeggiare: regali, torta, canzoncine stonate ma piene d’amore, giochi, amici, palloncini, ciotole di patatine e litri di coca cola. Qualunque genitore che sia onesto con se stesso e con gli altri non potrà però negare che, mentre la festa è per i figli un momento paradisiaco, per madri e padri è un girone infernale e se Dante avesse dovuto organizzare feste per la prole avrebbe collocato i compleanni dopo il cerchio degli avari e subito prima di quello degli iracondi. Per l’ignaro genitore che si appresti a festeggiare il giorno più bello della sua adorata creatura si apre un infinito ventaglio di possibilità. E posso dire con cognizione di causa di averne esplorate diverse, negli anni, di alternative. C’è stato l’anno della festa in piscina, al maneggio, il villaggio di Piedone, il bowling, la Fonderia delle arti, il parco e naturalmente la mia casa. Difficile consigliare quale sia la scelta migliore, mentre non ho dubbi su quale sia la peggiore: la festa in casa. Accogliere al proprio domicilio da un minimo di dieci bambini a un massimo che non voglio neanche immaginare è una missione kamikaze che renderà forse felice il bambino ma funesterà i giorni a venire ai genitori, impegnati a rimuovere strati di torta dai muri, pop corn dal divano e marmellata dal gatto.
Ieri sera, complice una spettacolare luna piena, a casa mia ha avuto luogo il primo pigiama party della nostra storia familiare, per festeggiare degnamente la prima decade della figlia di mezzo. Erano quattro, le loro età sommate a fare la mia, ma con il quadruplo delle mie energie. Nonostante una emozionante sfida a bowling, una sostanziosa cena a base di pizza, la visione di un film e mezzo trangugiando dosi industriali di patatine le quattro moschettiere non hanno dato segni di cedimento, nonostante l’ora della buonanotte fosse passata da un pezzo. Momento clou della serata il lancio alla luna di un palloncino, con attaccato un biglietto misterioso sul quale mi auguro non abbiano scritto il mio numero di cellulare. Hanno parlottato per un bel po’ dai loro letti improvvisati, poi finalmente è calato il silenzio. E la mattina è stato anche bello vederle in giro per casa, spettinate, assonnate e sorridenti. Ma adesso è finita e va bene così. A parte il trascurabile particolare che, tra meno di un mese, sarà ora di festeggiare il primogenito.

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