Felix

Lui ha il passo silenzioso, l’andatura elegante e gli occhi più verdi che io abbia mai visto. Vive con noi da nemmeno tre anni ma è come se ci conoscessimo da sempre. Lui è Felix il felino, gatto di casa nonché quarto figlio acquisito. Quello che è stato scelto da un bambino emozionato in una cesta di mici smarriti, quello che ha avuto bisogno di essere cullato come un neonato la prima notte passata a casa, quello che potremmo definire un due al prezzo di uno o un all in one, perché madre natura, con l’aiuto di mamma gatta, l’ha fatto nascere un po’ gatto e un po’ gatta, un po’ Felix è un po’ Felicia. Da qualche giorno l’amato felino è ricoverato da una brava e dolce dottoressa che l’ha ripreso per un soffio da morte certa. La casa è sembrata più vuota e silenziosa senza il suo miagolio insistente per avere la pappa, dolce per essere coccolato da uno dei bambini, che lui considera probabilmente fratelli, polemico quando nessuno gli apre la porta. Che quattro zampe e una coda potessero occupare tanto spazio non mi stupisce ma non finisce di sorprendermi. Quindi, caro il nostro Felix, fuori le unghie e cerca di tornare a casa presto. Qui ci sono una ciotola e tre bambini che ti aspettano.

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Profonde ingiustizie

“Amore che c’è? Mi sembri arrabbiata. È successo qualcosa?”
“Non sono arrabbiata. Sono furibonda, ecco. In questa casa non conto niente, sono la figlia della fioraia”
“Portinaia, tesoro, si dice portinaia. Ma comunque, hai voglia di raccontarmi cosa ti ha fatto infuriare?”
“Tu”
“Eh già, ti pareva non fosse colpa mia. Come il surriscaldamento del pianeta, la fame nel mondo e le guerre”
“Cosaaa??”
“Niente, scherzavo, scusa. Allora piccola, vuoi dirmi cosa ho fatto per farti arrabbiare.. pardon, infuriare?”
“Non è quello che hai fatto, è quello che NON hai fatto”
“Di bene in meglio. Dunque: cosa NON avrei fatto per meritarmi questo?”
“Non hai scritto niente per me. Ai fratelli hai scritto tutte quelle cose belle che loro neanche volevano leggere perché erano troppo lunghe. Ma se scrivi a me io leggo tutto, sai? Anche se è in corsivo, sono grande ormai”
“Oh tesoro, lo so che sei grande e capace. Ai fratelli ho scritto per il loro compleanno, lo sai. Quando sarà il tuo cercherò le parole più belle che ho nel cuore e nella testa, promesso”
“Ma quanto manca?”
“Piccola, il tuo compleanno è a giugno”
“E allora?”
“E allora mancano sette mesi, Natale, carnevale, Pasqua e la fine della scuola. Arriva l’estate e tocca a te”
“Così tanto?? Sono proprio la figlia della fioraia”

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Uomini duri

Il fine settimana appena concluso è stato qui da noi ad alto tasso di testosterone. Il venerdì la casa è stata teatro di un pigiama party riservato ai soli maschi e il sabato come sempre consacrato al campionato under tredici di pallacanestro. Da questa illuminante due giorni tutta al maschile ho tratto profondi insegnamenti, che vorrei qui condividere in ordine sparso:

1. tre preadolescenti che occupano una stanza per un’intera notte saturano l’aria con un afrore difficile da dimenticare;
2. i maschi al cinema costano più di pop corn e patatine che di biglietto d’ingresso;
3. dopo dosi potenzialmente letali di pop corn sono in grado di divorare a testa una pizza delle dimensioni di un disco volante;
4. una volta indossato il pigiama perdono ogni freno inibitorio e, pur essendo dei normali, beneducati e simpatici ragazzini si trasformano nella parodia di scemo e più scemo perché i maschi, da due in su, insieme fanno branco;
5. gli argomenti più gettonati sono scuola, sport e amici. Le femmine sono considerate ancora parte di un mondo lontano e misterioso. Lontano ancora per poco, misterioso probabilmente per sempre;
6. ascoltano musica rap ma si inteneriscono con il pop inglese. “Come si chiama questa canzone?” “Give me another.. another qualcosa, non mi ricordo””ah, bella”.

Nonostante tutto, al netto di tutte le fesserie uscite dalle loro bocche, standoli bene a sentire si può raccogliere il racconto di uno sguardo sul mondo degli adulti che li circondano. Adulti poco affidabili “quel prof è un deficiente, nel senso latino del termine. Sbaglia tante volte e, quando glielo facciamo notare, dice che lo fa apposta per vedere se siamo attenti. Figuriamoci”. Adulti assenti “il padre di x non lo sgrida neanche quando prende una nota o quattro in scienze. Non gliene importa niente. Del figlio”. Ma anche adulti assennati, dai quali si sentono -fortunatamente-guardati e protetti. Questo tempo tutto al maschile, così raro in questa casa dove le quote rosa prevalgono per numero e personalità, è stata per me un’occasione preziosa, per conoscere un po’ meglio questi ragazzini in continuo divenire e provare a intuire e immaginare i grandi che saranno domani.

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In attesa

Sarà capitato a tutti di aspettare una telefonata, una mail, un trillo dal mondo esterno e che fosse una priorità assoluta. Bene, non c’è niente di meglio che aspettare ardentemente qualcosa per non riceverla.
Ieri io aspettavo un messaggio, quindi sono stata con l’orecchio teso per sentire al volo il tanto desiderato segnale acustico, tra il vociare dei bambini prima, il traffico dopo e attenta ad ogni piccola vibrazione quando ho dovuto silenziarlo al lavoro. Durante la giornata ho quindi ricevuto, tra gli altri:
-numero ventotto whatsapp dal gruppo “le amiche del cuore” nel quale è stato subdolamente inserito il mio numero essendo la figlia di mezzo sprovvista di suo cellulare (che, tra l’altro, comincio a pensare sia stata una astuta e malvagia manovra per averne uno suo, prendendomi per sfinimento all’ennesimo “ding!” del gruppo di cui sopra);
-un messaggio da parte del negozio di abbigliamento bambino per propormi un’offerta irrinunciabile sui “must have autunnali under dieci” (testuali parole);
-venti mail di groupon con la possibilità di mangiare polenta e asino fino alla fine dei miei giorni;
-due newsletter da cui non riesco a cancellarmi nonostante le abbia provate tutte, a parte prendere a testate lo schermo dell’IPhone;
-un mms di mio zio con la foto del gatto travestito per hallowen;
-una chiamata da parte del gestore telefonico che insiste a sostenere che io possegga due linee anziché una.
E, cosa lo dico a fare, il tanto atteso messaggio non è arrivato. O forse si è perso con tutto questo traffico, chissà. Mi sa che oggi spengo il telefono.

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Forever volley

È arrivata di corsa nel buio della sera, facendo le scale a tre a tre con grandi falcate e gridando “mamma” già dal secondo gradino. È entrata in casa come Taz il diavolo della Tasmania, travolgendo gatto e sorellina che si trovavano accidentalmente nella sua traiettoria. Si è buttata tra le mie braccia e con gli occhi pieni di stelle ha strillato “sono nell’under dodici!!!!!”
Lei è la figlia di mezzo, pallavolista da due anni, felicemente trascorsi a pascolare nel mini volley, che da ieri sera è ufficialmente passata, con le sue amiche, tra le fila della squadra da sei.
“Ti ricordi, mamma?? Eh? Ti ricordi quando l’anno scorso volevo lasciare tutto e non andare più agli allenamenti perché il mio bagher faceva schifo e tutte le battute finivano in rete? Ti ricordi che tu mi hai obbligato a continuare e..”
“Obbligato? Escludo di avere mai fatto una cosa simile”
“Si sì, eccome se mi hai obbligato. E poi mi hai fatto tutti quei discorsi noiosi sull’impegno, la fatica di imparare le cose nuove, ah! E poi mi hai raccontato di quando giocavi tu alla mia età ma c’era la tua amica che era tanto più brava di te..”
“Beh, tanto, non esageriamo..”
“Non mi interrompere: e tu eri triste ma ti piaceva così tanto la pallavolo che non hai lasciato, e poi abbiamo guardato su YouTube tutti quegli episodi di Mimì Ayuhara e tu ti ricordavi ancora la sigla..”
“Va bene va bene, tesoro, arriva al punto”
“Avevi ragione tu, mamma”

Quattro parole e una virgola. Non credevo bastasse così poco per sciogliere quel punto nascosto tra il cuore e la pancia, sentire le lacrime dietro agli occhi e essere felici come se fosse arrivata la convocazione in nazionale.

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Leggo dunque sono

Ognuno di noi nella vita ha il suo modo di rilassarsi, cacciare la negatività, i brutti pensieri e lo stress di una giornata in salita. C’è chi nuota, chi fa le torte, chi ne mangia. C’è chi si sfinisce in palestra, chi ricama e chi dipinge. Chi dorme e chi canta. Io leggo. Da che ho memoria la lettura ha fatto parte della mia vita, con le fiabe raccontate dalla mia mamma, i libri sui comodini dei miei genitori e in fila sulle mensole del salotto. Mia madre per qualche anno ha lavorato anche in una libreria e ricordo l’incanto di camminare tra quegli scaffali colmi di storie dalle copertine colorate. Mio padre invece era iscritto al Club degli editori, che ogni mese spediva a casa un catalogo con il libro del mese e una selezione di storie per il socio lettore. Ricordo l’arrivo dopo qualche settimana del pacco con i libri richiesti e l’entusiasmo di papà al ritorno da una giornata di lavoro che pregustava ciò che avrebbe letto la sera. Io leggo di tutto fin da piccola, un po’ perché da figlia unica ci si trova spesso con dei momenti di vuoto da riempire, un po’ perché ho scoperto presto la magia di una storia che ti incatena, portandoti in un tempo e in un luogo diversi e dai quali non vorresti tornare indietro. Al liceo tenevo spesso un romanzo all’interno del libro di testo, così che da fuori tutti pensassero che io stessi seguendo la lezione. Il guaio -o il vantaggio, non so- è che nella lettura io mi astraggo, mi perdo e mi dimentico, ma soprattutto non ascolto. Una mattina, durante una lunga lezione di italiano, mi sono sentita chiamare più volte e quando ho alzato gli occhi dal libro che stavo leggendo ho incrociato gli sguardi di compagni, compagne e professoressa in attesa di una mia risposta. “Allora Boggio, quindi tu sei d’accordo?” mi ha incalzato nuovamente l’insegnante. Peccato che io non avessi la più pallida idea di quale fosse l’argomento, presa com’ero dalle mie letture alternative. “Ehm.. Dunque..si, certo che sono d’accordo” ricordo di avere risposto, tra le facce perplesse dei miei amici. Mi ero appena dichiarata a favore della pena di morte, grazie alla mia puntuale disattenzione. Da allora ho letto di tutto, dai romanzi rosa agli horror, dalle biografie storiche ai trattati di filosofia, da cinquanta sfumature alle fiabe. Ogni sera, da che sono piccolissimi, leggo ai bambini una storia diversa prima di dormire, un rito sempre uguale che pacifica loro e rasserena me. Vorrei che anche i miei figli amassero la lettura, che trovassero conforto e compagnia da un libro accanto al letto, un modo diverso ma buono per lasciare almeno per un po’ i problemi e le preoccupazioni altrove. Per ora non posso dire di esserci riuscita, perché il primogenito preadolescente preferisce il pallone da basket e gli amici, l’incostante secondogenita avrà cominciato cento libri senza mai andare oltre la pagina cinque, la più piccola passa i suoi pomeriggi in cortile a giocare. Ma tutti e tre amano ascoltare le storie e hanno da sempre memoria di una mamma con il libro in mano. Io ho buttato un seme, ne sono certa. Resta solo da capire quando germoglierà.

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Feliz Santo

Conosco una donna molto speciale, e oggi è il suo onomastico. Se penso a un aggettivo che la definisca quello è coraggiosa. Con la vita, le persone, le difficoltà e se stessa. Una donna capace di impastare la crostata con la stessa facilità con cui sale su una scala armata di motosega per potare gli alberi del suo amato giardino, che monta l’armadio della camera dopo il trasloco e fa l’orlo ai pantaloni di una figlia ancora incapace di cucire, che guarda con amore i suoi nipoti e sceglie un giorno a caso sul calendario per farlo diventare la loro personalissima festa, che li lascia mangiare la pizza sul divano abbracciati al cane, che gli offre di merenda la polenta avanzata. Una donna capace di curare da sola il suo giardino, fare l’orto e tagliare la legna, che disegna come un angelo e lascia biglietti per dirci che ci ama. Una donna con una grande casa abitata da due gatti, un cane, due tartarughe di terra che l’hanno resa nonna di tante piccole tartarughine, tenute al caldo sotto una lampada rossa fino all’arrivo della primavera. Una donna che ti sorprende con un bellissimo regalo a febbraio, anche se il tuo compleanno è ad aprile, perché voleva vedere subito la tua espressione mentre scarti il pacchetto colorato. Una donna che dimentica ricorrenze e feste comandate ma riconosce la tristezza da un “pronto” al telefono.
Una donna, la mia mamma. E allora buon onomastico da chi, come te, se ne dimentica sempre.

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Drammi infantili (e non)

Ha aperto gli occhi sul nuovo giorno e ha cominciato a piangere. Ha versato tutte le sue lacrime dal letto al bagno, dal bagno alla cucina, dalla cucina alla sala. Ha pianto mentre faceva la pipì, quando si infilava la maglia nelle mutande come dice sempre la nonna e pucciando i biscotti nella tazza di latte. Ha intonato un lamento che neanche le prefiche ai funerali, a riprova che il sangue non è acqua e quel quarto di sicilianità che le scorre nelle vene ogni tanto si fa sentire. Ha continuato a singhiozzare fino al cancello della scuola, dove per non fare brutte figure si é asciugata gli occhi, soffiata il naso e con uno smagliante sorriso ha dichiarato ai compagni “ho gli occhi rossi perché sono allergica a matematica alla prima ora”. Il motivo di cotanta disperazione è presto detto: ieri la piccola sarebbe stata l’unica della famiglia ad andare a scuola, mentre i fratelli avrebbero trascorso una eccitante e avventurosa mattinata con la mamma dal dentista. E dire che le abbiamo pure taciuto la nostra colazione al McDonald’s, altrimenti una chiamata al telefono azzurro non ce la toglieva nessuno. Inutile aggiungere che ad avere più voglia di piangere e disperarsi era proprio la mamma, che ha dovuto spostare un bel po’ di appuntamenti per il benessere orale dei figli maggiori, attraversare l’intera città e trascorrere quattro lunghissime ore nella sala d’aspetto del presidio odontoiatrico. Quando finalmente i tre sono riusciti a rivedere la luce, si è reso necessario un passaggio in edicola, per medicare i sorrisi doloranti. Io comincio a dirlo qui: settimana prossima il dentista tocca a me, cerco qualcuno che dopo mi porti in edicola, o al bar per un cappuccino, insomma che si prenda cura di me, tanto per cambiare.

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Del contouring e altre amenità

Sono pochi i negozi in cui entrando mi sento così profondamente inadeguata e fuori posto come le profumerie. Tanto per cominciare ho dei problemi con gli odori troppo intensi, anche se si chiamano Dior Sauvage e costano come fare il tagliando alla macchina. Entrare quindi in un locale dove sembra essere esplosa l’intera produzione dei deodoranti per ambiente Glade mi provoca immancabilmente tosse secca e lacrimazione abbondante. Poi ci sono loro, le commesse. Giovani, belle, capelli e trucco perfetto; coscientemente tu sei consapevole che devono essere così per vendere prodotti di bellezza, ciononostante l’autostima vacilla dopo i primi cinque minuti in negozio, tra le graziose fanciulle e gli specchi disseminati a ogni angolo. Ieri però dovevo assolutamente acquistare il fondotinta finito e mi sono quindi avventurata in questo antro chic e profumato. La zelante commessa che sembrava uscita dalle pagine di Vanity Fair mi ha subito proposto e elencato un numero tendente a infinito di correttori, creme base, fondotinta, cipria e fard rigorosamente antirughe. L’irritazione è svanita, trasformatasi in sdegno, quando ho visto i prezzi e calcolato che tutto il pacchetto di restyling mi sarebbe costato come l’intero pranzo della comunione. E poi, le domande. “Signora, cosa utilizza di solito per il contouring?” Il vuoto. Ero più preparata all’esame di filosofia teoretica del secondo anno, del quale avrò capito si e no una pagina o due. “É attrezzata con il materiale per stendere il fondotinta?” Panico. Perché, non bastano le mani? Avrei voluto chiedere ma mi sono trattenuta perché ho intuito non fosse la domanda giusta da fare. Alla fine, resistendo stoicamente alle profumate proposte della signorina, che mi avrebbero resa bellissima e splendente dalla prima applicazione, me ne sono andata con il modello base di fondotinta per pelli mature. Se quello non basterà pazienza, c’è sempre il filtro di Instagram. Che è pure gratis.

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Domenica bestiale

“Anche tu qui, la domenica?”
“Si, la spesa non guarda in faccia a nessuno e non santifica le feste. Soprattutto quando festeggi il compleanno di un figlio in ritardo e invece di cavartela con la pizza per scantonare la cena ti tocca preparare primo secondo e contorno perché “mamma mi piacerebbe tanto”
“Io sono qui per il correttore, non quello delle occhiaie come si potrebbe facilmente intuire ma lo sbianchetto, come lo chiamavano una volta, perché mio figlio non può assolutamente continuare i compiti senza. E a casa ho una sedia occupata dai panni da stirare che ormai arriva al soffitto”
“Ah, non me ne parlare. Io nel fondo della cesta ho ancora canotte e shorts. Finisce che li stiro in tempo per la prossima estate”
“Io dovrei anche lavorare un po’, ma non so se oggi ce la faccio.”
“Io devo trovare cinque foglie di colore diverso per il compito di scienze della piccola. O meglio, mia figlia le dovrebbe trovare ma se vado adesso nel bosco con lei per cercarle addio cena, panni e sistema nervoso. Quindi mi fermerò al ritorno all’ingresso della pista ciclabile e ne raccoglierò qualcuna. Non sarà educativo ma si chiama sopravvivenza.”
Le due, un po’ più sorridenti per la breve ma salvifica condivisione, si sono salutate alla cassa fai da te e sono andate ognuna per la propria strada. La mia, neanche a dirlo, era quella della ciclabile dove ho raccolto un numero imprecisato di foglie colorate, cacche di cani e ortiche. Chissà se alla maestra andranno bene.

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