Uomini e donne

Conosco una donna con tanta pazienza, capacità e buon senso, che una sera d’inverno ha detto alla sua figlia cinquenne di prepararsi per fare la doccia. La bambina, che altro aveva in animo piuttosto che lavarsi, si è presa di nascosto il pigiama pulito e lo ha indossato furtivamente, presentandosi alla madre con il sorriso soddisfatto di chi tiene la vittoria in pugno. La madre, che da ormai troppo tempo combatteva la cocciutaggine e la determinazione della sua bambina con alterne fortune e perpetue grida, ha capito di trovarsi di fronte a un bivio: urlare e soccombere o affermare la sua autorevole posizione. Prendendo fiato e sorridendo, è andata in bagno, ha aperto e regolato l’acqua della doccia, è tornata calma e tranquilla in camera e ha preso in braccio la sua piccola. La ha accompagnata in bagno e, nello stupore generale, l’ha appoggiata così, in pigiama celeste e calzine, sotto il getto d’acqua tiepido. La bambina ha avuto bisogno di qualche istante prima di articolare l’urlo più potente che avessero mai udito in famiglia, vicini compresi. La madre, sorridente e imperturbabile, si è fatta scivolare addosso le colorite proteste della giovane fanciulla insieme al bagnoschiuma e allo shampoo. Arrivate al balsamo, tolto il pigiama ormai zuppo, la bambina aveva smesso di piangere e la madre smesso di trattenere il fiato. Si racconta che, da quella sera, non ci furono più capricci per lavarsi, né la sera né il mattino.

Conosco un’altra donna che è entrata in un affollato supermercato insieme al suo bambino di quattro anni, ha lasciato che prendesse il piccolo carrello con la bandierina riservato ai giovani consumatori, ha pazientemente aspettato che si infilasse il guanto troppo grande, scegliesse con cura certosina le mele per la torta da fare insieme e lo ha sollevato prendendolo sotto le ascelle affinché potesse pesare il sacchetto ormai colmo. I due hanno proseguito il loro percorso fra le corsie, ognuno spingendo il proprio carrello, sereni e sorridenti. Fino al reparto giocattoli, dove l’attenzione e il cuore del piccolo sono stati rapiti da un dinosauro grosso, feroce e con un tasto da premere per ascoltarne il potente richiamo. La madre, fiutato come un predatore il pericolo nell’aria, ha cercato di distrarre il figlio verso le entusiasmanti casse fai da te, ma a quel punto il maleficio si era già compiuto e tutte le energie della creatura convogliate in un unico obiettivo: ottenere il preistorico rettile chiuso nella scatola di fronte a lui. Il capriccio è esploso lì, dietro l’espositore del cibo per animali e davanti a un folto pubblico di ignari clienti. La madre, come spesso accade in questi momenti, si è vista passare davanti le immagini della sua intera esistenza e ha dovuto decidere lì, su due piedi e un carrello, cosa fare. Si è legata i capelli sciolti con l’elastico che porta sempre sul polso, ha sollevato l’urlante creatura da terra e l’ha appoggiato nel suo piccolo carrellino, come fosse una confezione da sei di latte parzialmente scremato. Si è poi diretta verso le casse spingendo con una mano il suo grande carrello e trascinando con l’altra il piccolo. L’urlo primordiale è andato scemando solo al momento del pagamento, quando anche il bambino ha compreso che quel dinosauro non sarebbe andato a casa con loro.
I due sono stati poi avvistati in un bar, lei con un caffè (mi immagino corretto) e lui con i baffi di cioccolato e una tazza fumante di fronte.

E poi conosco un uomo, che doveva prendere un aereo con il suo bambino di sei anni, per andare a trovare i nonni. La mamma li aveva accompagnati fin dove aveva potuto e i controlli di sicurezza consentito, e dietro una transenna aveva dato l’ultimo bacio ai suoi due uomini. Il piccolo, che fino ad allora era apparso allegro e baldanzoso, con il suo trolley di Peppa Pig e l’inseparabile peluche di Saetta McQueen, ha mostrato i primi segnali di cedimento quando il cappotto colorato della mamma è scomparso dietro le porte girevoli dell’uscita. Gli occhi si sono inumiditi, il naso ha preso a pizzicare e la nostalgia si è aperta un varco dentro di lui. Ed è esploso il pianto. Il papà è stato colto di sorpresa ma non si è fatto contagiare dallo sconforto. Sulle prime ha provato, senza successo, a distrarre il piccino con promesse di cieli, nuvole rosa e case minuscole viste dall’alto. Resosi conto ben presto che far transitare un minore in lacrime attraverso il controllo documenti gli avrebbe riservato, oltre gli sguardi pietosi degli altri viaggiatori, un approfondito controllo della polizia di frontiera, si è giocato il tutto per tutto. Ha estratto dal suo zaino una bottiglietta d’acqua ancora sigillata, ne ha forzato leggermente il tappo perché si aprisse senza fatica e, con l’aria di chi sta facendo un enorme sforzo ha chiesto al suo bambino di aiutarlo, perché aveva sete ma non riusciva ad aprire la bottiglia. Il figlio, stupito e incuriosito, ha tirato su col naso, si è pulito con la manica della giacca e ha provato a girare il tappo, riuscendoci.
Pare che, tendendo fiero la bottiglia d’acqua al suo papà, abbia ricevuto tanti complimenti e ringraziamenti, e i due si siano avviati una mano nell’altra verso l’imbarco.

La pedagogia è una scienza, ma per educare ci vuole il colpo di genio.

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Crescita miracolosa

“Ecco, non ho più niente da mettermi! Con cosa vado a scuola??”

“Non è possibile tesoro, hai un armadio pieno zeppo di vestiti, pure nuovi, mica come tua sorella che si prende solo roba di terza mano, quando va bene. Poi ho anche stirato, escludo dunque che tu non abbia vestiti mettibili.”

“È vero! La mamma ha stirato ieri! La nonna ha detto che allora presto nevicherà!”

“Ah sì, non mi credi? Guarda allora! I fuseaux mi arrivano sopra le caviglie, le magliette a maniche lunghe sembrano canotte e se riesco a entrare nella felpa poi in classe mi devono aiutare in tre per toglierla”

“Mmm.. vediamo. Potresti mettere gli scaldamuscoli che ti ha fatto a maglia la nonna, una maglietta mia e le felpe vanno aderenti quest’anno, sai?”

“Piuttosto esco in pigiama”

La ragazza ha ragione, ovviamente. È che io, avendola sotto gli occhi ogni respiro che fa, non me ne rendo conto. È come stare a guardare una pianta che cresce, se continui a fissarla non te ne accorgi mica. E io non mi accorgo finché lei non me lo fa notare, o per strada le dicono quanto è diventata grande, o forse un po’ lo so quando la abbraccio e la sua testa è vicino alla mia, ma non me lo voglio raccontare.
Ora solo due drammatiche certezze mi accompagnano: devo correre a comprarle un guardaroba nuovo e, ben più grave, ho stirato tutti quei vestiti per niente.
O forse no, vado a metterli via per la piccola.

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Fuor di metafora

“Mamma, cos’è questa musica? Cosa guardi?”
“È un video, di Rolando, dell’ultimo master di zumba a cui io -sigh- non ho partecipato. Mi consolo così, guardando”
“Uh, caspita. Che bravo è!”
“Anche la mamma balla queste canzoni a zumba, sai?”
“Ahahahahahah, stai scherzando vero? È una metafora, per caso?”
“Fai poco lo spiritoso, va, che non sai nemmeno cosa sia, una metafora”
“È la sostituzione di un termine proprio con uno figurato”
“Io non ho un figlio, abito con Wikipedia”
“A proposito, sorella, sai cosa vuol dire dipendenza patologica?”
“Ho sette anni e faccio la seconda, stupido. Cosa vuoi che ne sappia io della pendenza?”
“DIpendenza!! Patologica! Non hai sentito la pubblicità del gratta e vinci? Ah, se non ci fossi io in questa casa..”
“A me non sembra che sia così necessario istruire la tua sorellina sui problemi dei grandi”
“Come dei grandi? È anche un suo problema”
“Ma che dici? Lei al massimo è dipendente dalla mamma”
“Allora, gente di poca fede: la dipendenza patologica è quando fai qualcosa e non riesci più a smettere di farlo, anche se sai che è sbagliato e ti farà male”
“Ah, ho capito! Come quando mangio le lasagne e la pasta al ragù, giusto?”
“Visto mamma? Avevo ragione io, la piccola ha una dipendenza patologica da carboidrati. Le serve aiuto”

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Letterina

8 dicembre 2015

Caro Babbo Natale,

rieccoci qui, come ogni anno, puntuali e inesorabili. So di non essere esattamente una bimba in età da letterina, ma confido nella tua tolleranza. Comincio col chiederti scusa perché la nostra casa non è stata ancora addobbata e decorata nonostante manchi così poco al giorno x. Non è per mancanza di voglia, energia o spirito natalizio, eh. La buona notizia è che ho trovato l’albero (stava nell’armadio dei giacconi pesanti, non chiedermi perché), la cattiva che sono ancora alla ricerca del maledetto scatolone con le decorazioni, inghiottito in qualche anfratto polveroso del garage. Per rimediare la figlia di mezzo, creativa di famiglia, sta producendo a ritmo sostenuto stelle, ghirlande e addobbi di ogni genere con il solo aiuto di cartoncini colorati, colla e forbici. Nel frattempo è spuntato chissà da dove- ma la principale indiziata è la piccola- un cd di canzoni natalizie, così mentre una sorella ritaglia l’altra canta felice, con un cappello rosso sulla testa. Il maggiore, coerente con l’età, prende le distanze e fa un po’ il sostenuto, ma qua e là si cominciano a intravedere le prime crepe e ieri è andato a casa di un amico per aiutarlo a fare l’albero. Persino il gatto miracolato sembra giovare dell’atmosfera di festa e, terminata la convalescenza, ha ricominciato a uscire di casa. Insomma, che altro posso chiedere di più? Beh, un paio di idee le avrei, se sarai così paziente da ascoltarmi. Prometto che sarò breve e concisa.

1. Pazienza e tolleranza, così, in un pacchetto unico. Pazienza da usare e da regalare, ché stare vicino a me può anche essere faticoso; tolleranza verso quello che non capisco, non condivido e magari mi fa arrabbiare;
2. tempo: lo so, ventiquattro ore non sono poche e forse basterebbe usarle meglio; prometto di impegnarmi a ottimizzarle, se tu mi regali il giovedì sera per andare a zumba con la mia amica;
3. lentezza: sono stufa di correre senza arrivare veramente da nessuna parte. Voglio camminare, respirare, osservare con calma, con piacere e senza affanno;
4. questa ultima non è una richiesta ma -guarda che brava- una restituzione. Riprenditi pure il multitasking, grazie, e donalo a chi ne ha più bisogno. Io, che per anni mi sono sentita potente e fighissima nel fare il ragù mentre interrogavo una figlia in storia, coloravo un cielo infinito sul libro di religione della piccola, giocavo a carte di yu-gi-oh! col grande mentre scrivevo una mail di lavoro, ora mi interrogo sul senso di questa efficienza a tutti i costi, neanche fosse una gara alla donna e mamma più brava. Perché tanto io prima non credo di essere mai arrivata.

Ho finito, mi sembra. Adesso vado a mangiare qualche cioccolatino dal calendario dell’avvento che, ti confesso, è il vero motivo che mi spinge all’acquisto. Più che il conto alla rovescia, direi che non tengo il conto delle calorie.
A presto,

Barbara

ps se per caso ti avanza una villa di Barbie a Malibu, sull’oceano o sulla cima della montagna non farti scrupoli e lasciala pure qui, grazie.

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Come un mare in tempesta

La preadolescenza del figlio maggiore sta mettendo a dura prova i già precari equilibri di questa famiglia. Ieri pomeriggio il giovane inquieto e tormentato ha urlato tutto il suo dolore e la sua indignazione per avere ricevuto un no come risposta da sua madre. Le sue spiccate inclinazioni al dramma magari un giorno faranno di lui un grande attore, ma per il momento gli fanno guadagnare solo un pomeriggio in camera sua. La madre, che di mestiere fa l’educatrice, che per anni ha lavorato con adolescenti di ogni genere e ha sviluppato una pazienza da far invidia a Giobbe, ha chiuso in un cassetto tutta la sua competenza pedagogica e lo ha spedito, furiosa, proprio in camera sua. Questo armonioso pomeriggio ha lasciato le bambine perplesse e confuse.
“Mamma, cosa succede a mio fratello? Perché ti parla così? Perché si dispera?”
“A me sembra che si trasformi in un gremlin, come i mostri dei film”
“Tranquille bambine, è tutto sotto controllo, qui l’unico mostro si chiama preadolescenza e dobbiamo farci i conti, perché vivrà con noi ancora per un bel po’”
“Perché???”
“Perché adesso tocca a lui, ma poi sarà il vostro turno. È inevitabile. Per diventare grandi si passa anche da lì”
“Lo dicevo io che era una fregatura diventare grandi”
“Ah no, a me non succederà mai! Io non sarò mai così arrabbiata e scontrosa! Mai, te lo giuro!”
“Aspettiamo e vediamo, va bene? Tanto adesso il problema non si pone, siete ancora piccole”
“Mamma, ma non è che se lui grida così forte tu non gli vuoi più bene?”
“No piccola, tranquilla. Non esiste un urlo così forte da non farmi sentire il bene che vi voglio. È come quando il mare è in tempesta, ricordi? Tutto si fa scuro, c’è il vento, la pioggia e le onde impazzite. Ma poi pian piano si calma e il mare è sempre lì, grande e placido come prima”
“E io ci posso fare il bagno”
“Già, e tu ci puoi fare il bagno”
“Mamma?”
“Dimmi”
“Posso avere un gelato? Tutto questo parlare di mare mi ha fatto venire fame”

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Di mariti e caffè

Bar del supermercato, pausa pre-spesa.
“Mi scusi, posso offrire io il caffè?”
Ecco. Chi è già passato di qui sa che la frase in questione si è già sentita e letta altre volte, ma questa, fidatevi, è tutta un’altra storia. Lo è perché il proprietario della voce che ha pronunciato la gentile offerta non era, come al solito, un fuggitivo dal reparto di salute mentale né un anziano in gita col centro diurno, ma un giovane e affascinante uomo con un bel sorriso. Il quale ha però tenuto subito a sottolineare la vera natura della sua gentilezza, onde evitare fraintendimenti.
“Tu sei Barbara, vero? Ti ho riconosciuta dalla foto del tuo profilo Facebook. Mia moglie non ti conosce di persona ma ti legge tutte le mattine e sorride sempre un sacco. Abbiamo un bambino piccolo e lei per ora sta a casa con lui. Se le racconto che ti ho incontrata e non ti ho neanche offerto un caffè sai quante me ne dice. Quindi, pago io” ha detto portando via il suo bel sorriso e lasciandomi sola con qualche pensiero, che condivido con tutti ma soprattutto con la moglie in questione: amica che non mi conosci di persona, intanto grazie. Far sorridere qualcuno con le proprie parole è quanto di più bello si possa ottenere. E poi, soprattutto, brava. Un marito così, che sa cosa leggi, cosa ti fa sorridere e che forse intuisce la fatica di stare a casa con un bimbo piccino non è cosa di tutti i giorni. Mi immagino che te lo sia meritata, quest’uomo, che tu lo abbia educato e coltivato. Tienlo stretto, mi raccomando.

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Spese pazze

Esiste un luogo di aggregazione, conoscenza, confronto e ritrovo e spesso mi è capitato qui di parlarne, probabilmente per l’inaudita quantità di tempo che vi trascorro. Questo paradiso di socialità e aggregamento è, naturalmente, il supermercato. Non so se in una vita precedente io abbia fatto morire di fame qualcuno e oggi il karma mi si rivolti contro sotto forma di carrelli pesanti, offerte speciali e code alla cassa. Quale sia il motivo, volente o nolente e in barba a tutte le pianificazioni di pranzi e merende il mio giretto quotidiano non viene a mancare quasi mai. E meno male, verrebbe da dire, perché questi giri mi offrono materiale su cui scrivere pagine su pagine, post su post nonché un’osservazione delle umane stranezze e debolezze che neanche uno studio antropologico sul campo può eguagliare. (Su tutte una: conosco un uomo, un grande uomo, che va solo nei supermercati dove frutta e verdura vengono pesate direttamente in cassa, per non far fatica)
Ho cominciato ad intuire la complessità insita nello spingere un carrello tra le corsie nel periodo in cui i miei figli erano piccini. Allora, una minuscola creatura appoggiata nel porta enfant veniva sommersa di prodotti già al secondo scaffale, e se le capitava di perdere il ciuccio si consolava da sé con una scatoletta di tonno o un tubetto di maionese. Il maggiore camminava fianco a me con una lista della spesa somigliante a un editto romano, scritto in grossi caratteri affinché lo studioso in erba potesse imparare a leggere prima del tempo. Srotolando lentamente il papiro sillabava con attenzione il primo acquisto della lunga serie “ar..ara..arac..” “mamma, come scrivi male””scrivo benissimo, sei tu che sei piccolo per leggere ma non te ne vuoi fare una ragione. Comunque c’è scritto arance”
Detto fatto, la secondogenita allora piccina scattava nella direzione degli agrumi arraffando il primo sacchetto a disposizione, solitamente il più costoso. Seguiva una lunga negoziazione con la figliola, nel tentativo -vano- di farle posare le arance biologiche del Sudafrica in favore delle più economiche clementine nazionali. Nel frattempo la più piccolina, stufa del suo tubetto e perduto il ciuccio chissà dove, cominciava a strillare attirando gli sguardi pietosi della clientela e della immancabile vecchina che con tono di compassione mi chiedeva se quei bambini fossero tutti miei, domanda che nel corso degli anni mi sono sentita fare spesso.
Il supermercato è anche l’unico posto al mondo in cui mi sia capitato di essere letteralmente inseguita da un uomo: una volta perché avevo involontariamente rapito il suo carrello, la seconda perché uno dei bambini aveva lanciato la sua scarpina in fondo alla corsia e un gentile signore me l’ha riportata di corsa. È accaduto nello stesso punto vendita che ho percorso in lungo e in largo con le sovrascarpe azzurrine della piscina (ebbene sì, ero io) e dove la piccola, dal suo passeggino, ha teso le braccia all’enorme e nerissima guardia del supermercato esclamando con gioia infinita “papà!”.
Adesso vado, che ho giusto dimenticato il succo alla pera e il detersivo dei piatti.
Giuro solennemente di non comprare nient’altro.

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Non-compleanno

E allora eccoci qui, piccolina mia, un’altra volta l’hai avuta vinta tu, con questa mamma che sembra di acciaio ma in realtà è fatta di burro. Non è la tua festa nè l’onomastico ma il tempo da aspettare sarebbe stato davvero troppo. Quindi sono qui, bimba mia, a cercare le parole più belle che ho, come ti avevo promesso. Sei giunta per ultima ed è stato subito motivo di rabbia e di furia, tu che non vuoi essere seconda a nessuno e da noi sei arrivata addirittura terza.
Ma io qui te lo devo dire, amore mio, che sei stata il regalo più grande che potessi farmi. Contro ogni logica, ogni buon senso, contro parenti e amici rimasti senza parole all’annuncio del tuo arrivo. Ma in questa famiglia mancava qualcuno, e quel qualcuno eri proprio tu, mia bambina che non vuole essere chiamata piccola e che rivendica a gran voce autonomia e indipendenza, quella che la mamma più fatica a lasciare andare, quella che ha messo più a dura prova la pazienza, la tenuta e la capacità genitoriale di tutti, che mi mette in scacco con un sorriso che sa di cicca alla fragola e uno sguardo che mi illumina quando si posa su di me. Che da grande vorrebbe sposare la mamma, che urla con suo fratello ma gli rimbocca le coperte quando è malato, che sta come un’ombra dietro alla sua altissima sorella, come uno scudo contro al mondo. Che ha paura dei cani e litiga con il corsivo, ma che viaggia con una valigia piena di parole nuove e scintillanti. Che mi fa ridere di quella risata che poi ti fa piangere, e sentire come dopo una lunga corsa, aver mangiato un pezzo di cioccolata o la panna montata direttamente dal flacone.
La mia bambina un po’ piccola e un po’ grande, con i capelli lisci colore del miele, proprio come li avrei voluti io se avessi potuto scegliere.
E allora, visto che oggi non è la tua festa nè il tuo onomastico, facciamo finta di essere nella fiaba di Alice e insieme al Cappellaio matto cantiamo “un buon non compleanno a te, or spegni la candelina e rallegrati perché.. Un buon non compleanno a teeeee!”

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Avvento

“È il primo dicembre! È il primo dicembre!! È il primo dicembreeeeee!!!”
Una voce squillante e argentina mi ha così destato dal sonno ieri all’alba, accompagnata da una bimba in pigiama che saltellava sul mio letto neanche fosse già la mattina del venticinque.
“Mamma! È iniziato il mese di Natale e noi non abbiamo ancora fatto l’albero! E le decorazioni, le luci, il babbo natale che si arrampica dalla finestra, la stella, le palline, il presepe, il pupazzo di neve di peluche che canta jingle bells quando gli passi davanti! Guarda che persino il supermercato è più avanti di noi, vende già i pandori e i panettoni e per strada davanti alla scuola ci sono già le luminarie! Dobbiamo sbrigarci!”
Già, dobbiamo sbrigarci. Che nello specifico significa ricordarsi dove diavolo io abbia messo lo scatolone della Pampers con tutti i decori e chincaglieria varia acquistata negli anni da Moreno dove tutto costa meno e in quale garage abbia abbandonato la confezione dell’albero lo scorso sei gennaio, quando non vedevo l’ora di liberarmi di tutti quei gingilli e rimandare finalmente i bambini a scuola. L’albero è finto, si. Non ho un pollice particolarmente verde, ho un rapporto difficile con il mondo di fiori e piante, non voglio in casa nulla -figli a parte- la cui sopravvivenza dipenda dalle mie cure. La vita mi ha portato, per motivi vari, ad avere lo spirito natalizio del signor Scrooge di Dickens, che ho provato a smussare dopo la nascita dei bambini. Il mio primogenito è arrivato in inverno, e festeggiare il Natale con un neonato simile al bambin Gesù aiuta anche il più cinico dei cuori a riappacificarsi con le festività. Va detto che quell’anno mi sono dimenticata di mettere al piccolo la tutina rossa “il mio primo Natale”, immancabile ricordo in ogni album di famiglia, e per rimediare gliela ho fatta indossare a febbraio immortalandolo come fosse la sera della vigilia. A lui non ho ancora detto che la foto è un falso, ma pazienza.
Ora è più importante che io mi sincronizzi con le frequenze natalizie dei miei figli, andando a cercare tra saggi di canto, flauto, feste a scuola per auguri, presepi viventi, caccia alla casa di Barbie Malibu e alle idee che quest’anno latitano per i regali di parenti e amici, un briciolo di spirito natalizio. Ecco, magari lo chiedo a Babbo Natale.

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Giochi con me?

Questi primi dodici anni in veste materna hanno svelato lati del mio carattere e piegature della mia personalità che neanche in una vita di analisi transazionale avrei fatto mai venire alla luce.
Ho già detto e raccontato della mia avversione ai parchi gioco dei giardinetti, dove ho trascorso i miei giorni migliori dividendomi tra una sabbionaia “mamma, ho fatto un castello, adesso ci metto il laghetto” “fermo e non toccare! È la cacca di un cane”, la spinta a un culetto appoggiato sull’altalena “più veloce mamma, forza con quei muscoli che tocco il cielo!”, le ennemila scivolate con le braccia alzate “mamma, GUARDAMI!!”.
In tutta onestà io non mi diverto nemmeno nei parchi tematici per colpa della mia storica paura delle altezze. Lo scorso anno, in vacanza alla Mecca dell’intrattenimento, Dineyland Paris, ho evitato per un soffio una crisi di panico quando ho scoperto, dopo quaranta minuti di fila ordinata, che il Mondo di Nemo non era una tranquilla passeggiata tra i pesci ma una spaventosa attrazione di montagne russe al coperto, e sono stata costretta a salirci mentre le mie bambine mi tenevano le mani dicendomi di respirare piano.
Non è una novità che probabilmente mi manchi il gene del gioco, perché un pomeriggio passato tra peluches da visitare e bambole da vestire mi provoca inevitabilmente crisi di narcolessia. Ma più delle altalene, più ancora dell’ Oblivion e del Blu Tornado, vado in cerca di fuga quando i miei figli, la mattina, mi raccontano cosa è accaduto loro durante la fase REM. Ascoltare infinite descrizioni di sogni è una punizione che non augurerei nemmeno al vicino che rallegra i miei pomeriggi nel vano tentativo di imparare a suonare il flauto traverso. “Allora, nel sogno eravamo tutti nel tuo bagno, c’era un unicorno..no aspetta forse era un cavallo..un asino! Ecco cos’era! Comunque. Eravamo tutti nel tuo bagno e poi l’asino si è trasformato nel gatto e voleva la pappa e.. Dov’ero rimasta? Mamma??? Mi stai ascoltando?”
I racconti sono confusi, frammentati ma soprattutto lunghi, tanto lunghi, mediamente sui quindici minuti l’uno e, moltiplicato per tre, fa che per ascoltarli tutti dovremmo alzarci alle cinque del mattino.
Quindi ci ho ripensato: al vicino col flauto traverso glielo auguro davvero.

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