Bibidi, bobidi, bu!

È importante per un genitore saper riconoscere le individualità e valorizzare le peculiarità di ogni figlio, assecondare le inclinazioni e accoglierne i bisogni.
È con questo spirito che ieri, madre e figlia mezzana hanno affrontato un rito di passaggio tutto al femminile che traghetta ogni bambina dalla fanciullezza all’intricato mondo delle donne adulte. Le due, sfidando il freddo e un cielo grigio senza neve, avvolte in sciarpe calde e colorate hanno trattenuto il fiato per immergersi nel grande mare dei saldi invernali. Un mondo parallelo che può essere paradisiaco come un atollo della Polinesia Francese o insidioso come una tempesta tropicale, profondo come la fossa delle Marianne o infestato di squali pronti a divorarti per aggiudicarsi l’ultimo paio di scarpe al settanta per cento di sconto. L’occasione è stata la necessità di acquistare una nuova giacca per la fanciulla che coprisse per bene le sue lunghe braccia, in costante divenire. Sfortuna ha voluto che, nonostante le due non si siano risparmiate nel girare, cercare, osservare e valutare taglie, colori e materiali, non si sia trovato nulla che facesse al caso loro. O meglio, al caso della figliola perché la mamma, invece, è uscita dall’outlet con un nuovo nonché assolutamente necessario (!) paio di stivaletti nuovi.
Non è stato tempo perso, tuttavia. Aggirarsi tra vestiti e scarpe, tubini e tute, minigonne e leggings con la propria figlia, ancora bambina ma non per molto, che mantiene per il momento come orizzonte di stile la sua mamma, che ascolta i suoi consigli si spera ancora per un po’ è un’esperienza istruttiva e profonda. Ti mostra l’immaginario di una bambina che diventa una giovane ragazza, e si confronta con ideali di bellezza veri e presunti. Che si interroga sui modi diversi di essere una donna, e lo fa osservando la sua mamma.
“Non penserai di prendere questo, vero? È trasparente!”
“È pizzo amore e no, non intendo prenderlo. È questo? Cosa ne dici?” “Mmm.. Troppo stretto, si vede la pancia”
“Ecco appunto, sii pure sincera, non farti problemi, eh”
“Mamma, ci vorrebbe una fata per te. Come in Cenerentola, che arriva con la sua bacchetta e zac! Ti cuce addosso un abito su misura. Per togliere la pancia mi sa che serve proprio una magia”

Eccole, le ragazze di oggi, che al posto del principe azzurro aspettano la fata madrina.

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Anno bisesto, anno di corsa

Anche se non lo dice a voce alta e fa finta di niente, ogni benedetto primo dell’anno lei sente la necessità e l’esigenza di fare qualcosa di buono che serva come traccia per i restanti trecentosessantacinque giorni, specialmente quando nell’anno ce n’è pure uno in più, di giorno. Questa volta, come altre a dire il vero, ha scelto di uscire, consegnando i bambini alla nonna e lasciandoli impegnati a spiegarle il funzionamento del suo primo e nuovo smartphone (“mamma, se noi siamo nativi digitali la nonna è preistorica digitale?”)
Ha chiuso la porta sentendosi energica e leggera, ed è andata a correre in una pista ciclabile che fa il giro del lago (la pista, ovviamente, lei potrebbe morirne qualora ci provasse) avvolta in una felpa troppo grande e nemmeno sua, che la avvolge e la riscalda con un ricordo buono e lontano. Oltre a lei, insieme al freddo e qualche raggio di sole, poche persone, qualche famiglia con i passeggini e le giacche pesanti, alcune coppie per mano con grandi sorrisi, quasi che il nuovo anno avesse svelato a loro soltanto qualcosa di bello; qua e là dei gruppetti di persone fermi a farsi gli auguri, come un capodanno alternativo che si festeggia quando i botti e le bottiglie sono andati a dormire. Ha incrociato un uomo che l’ha salutata con calore e ha pazientemente spiegato alla sua faccia perplessa che si, era proprio lui, il bambino che abitava nel suo stesso palazzo quando erano piccini e a casa del quale andava con gli altri bimbi del vicinato dopo aver giocato a palla in cortile (“non c’è ruga che tenga, hai la stessa faccia di quando bevevi la cioccolata nella mia cucina a merenda” ha detto, immaginando forse fosse un complimento).
Lei ha finito la sua corsa e le sue energie in un parco, si è seduta su una panchina e ha scritto tutto questo, pensando che una cioccolata calda l’avrebbe bevuta volentieri.

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Tre, due, uno…

Nonostante e sebbene passeranno nella (mia) storia familiare come le parole che hanno concluso questo faticoso ma entusiasmante duemilaquindici.
Mi spiego.
Nonostante la mattina del trentuno sia cominciata decisamente troppo presto, con i bambini svegli dall’alba al grido di “quanta manca al capodanno?” e sebbene due elettrodomestici su tre abbiano scelto di smettere di funzionare nello stesso maledetto momento, la mattina è riuscita chissà come a trasformarsi in qualcosa di molto bello, probabilmente perché sono uscita lasciando a qualcun altro le allegre incombenze casalinghe.
Nonostante il pomeriggio io abbia fatto rientro a casa e il primogenito si sia esibito ininterrottamente nei più famosi trucchi di magia attualmente scaricabili da youtube, smazzando mazzi, leggendo il pensiero e provando invano a far scomparire le sorelle, che a loro volta mi hanno allietato con spettacoli teatrali da loro scritti, diretti e interpretati con una colonna sonora di prim’ordine: le note di cinquanta sfumature di grigio sapientemente suonate alla pianola dal talentuoso primogenito (dove e perché lui l’abbia imparata, non me lo voglio nemmeno chiedere).
Sebbene fosse l’ultimo posto dove sarei voluta andare, nel tardo pomeriggio sono riuscita a rimediare il solito giro al supermercato, per assicurare la colazione alla famiglia almeno il primo dell’anno. Ma è stata l’occasione per fare gli auguri a un’amica all’entrata e ammirare all’uscita un anziano signore acquistare tutto il mazzo di rose da un venditore ambulante nel parcheggio e donarlo alla bella signora al suo fianco (che spero con tutto il cuore fosse la sua legittima compagna) incurante delle macchine, dei carrelli, dei sacchetti gialli pesanti di cotechino e lenticchie.
Nonostante le rigide restrizioni pediatriche, per cena la piccola si è goduta la sua porzione di lasagna con l’espressione grata e beata tipica dei neonati allattati al seno, mentre il dopocena è stato all’insegna della cultura cinematografica di alto livello: una maratona di Cenerentola, Avengers e per chiudere in bellezza i Goonies. Il conto alla rovescia ha trovato tre fratelli svegli e una madre così così.
E la mezzanotte è arrivata e se ne è andata, anche per quest’anno, nonostante tutto.

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Che colore ha la felicità

“Sei felice?”

Ieri è arrivata, inaspettata e inattesa, questa domanda da un vecchio amico. Pochi grammi di parole, nove lettere e un punto interrogativo che da soli spalancano abissi.
Un quesito impegnativo, impossibile da liquidare con un sì o con un no. Io non so neanche se ce l’ho, una risposta. Più che altro sono piena di domande. Felice adesso, ieri, di recente, sempre? Allora la risposta è no. La felicità, almeno a casa mia, è frutto della sorpresa e dell’inaspettato. È figlia della meraviglia, della capacità rara di essere in pace con ciò che in quel preciso momento sta intorno a noi. Non che sia semplice, direi. Si tratta di indossare uno sguardo diverso, un po’ come gli occhiali per correggere la miopia. Io ho dovuto correggere l’incapacità, talvolta, di non dare il giusto valore a quello che stavo vivendo, come se dietro l’angolo ci fosse sempre qualcosa di meglio, ma io fossi un passo indietro o sulla strada sbagliata.
Chiedo spesso ai miei bambini se sono felici. Per due motivi: il primo è che misurare il livello di felicità di un bambino o di un ragazzo dovrebbe essere obbligatorio come misurare la febbre quando è malato; il secondo è che mentre glielo chiedo insegno loro a domandarselo, perché è una buona abitudine per la vita. Ogni tanto chiedersi se si è felici ci ricorda che dobbiamo trovare anche un modo per esserlo, o di aggiustare il tiro se la risposta è negativa.
Ecco, io che non amo i buoni propositi per il nuovo anno, le diete del lunedì e la palestra a settembre, ho un impegno da prendere per i prossimi trecentosessantacinque giorni a venire. Domandare agli altri e chiederlo a me stessa, “sei felice?”
Una domanda che sia augurio, per tutti.

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Bilanciate esperienze

E visto che l’anno volge al termine, è tempo per tutti di bilanci.
Per qualcuno, invece, di bilance. Ieri mattina il simpatico trio di fratelli è stato accompagnato dalla mamma dal saggio pediatra di famiglia, per il consueto bilancio (!) di salute e per qualche piccolo accertamento. Va da sé che la salute accertata è quella fisica, ché su quella mentale ci sarebbe molto da raccontare. Nello specifico le dolci sorelle, approfittando di un momento di distrazione del dottore, impegnato nella non facile impresa di capire l’origine dei malanni del primogenito da sempre molto fantasioso anche nella salute, si sono ricoperte le mani di timbri con nome e cognome del medico. Una volta appurata la natura misteriosa del malessere del grande, è stato il turno della sorella di mezzo, alla quale il paziente dottore ha preso le misure di rito, che hanno decretato la fine di un’era: quella in cui spettava alla mamma essere la più alta. Da ieri è ufficialmente testa a testa con la secondogenita, che cresce più veloce di un bambù e che è facile immaginare la supererà a breve. L’ultima a salire il temuto gradino della bilancia è stata la più piccola, ormai tale solo per età. Qualche sospetto si era già affacciato quando il fratello grande, questa estate, ha battezzato con un nome di persona il pancino prominente della sorella o quando ne aveva diagnosticato la dipendenza patologica da carboidrati. Anche l’amore viscerale per le lasagne è stato un campanello d’allarme da non sottovalutare.
Di certo c’è solo che il nuovo anno ci porterà qualche tagliatella in meno e qualche mela in più, un arrivederci alle gocciole a colazione e un benvenuto alla nuotata tutti insieme al sabato mattina, un addio ai bis di primo e un primo passo verso la pista ciclabile, possibilmente di corsa.
Ma la golosa fanciulla non si smentisce mai e, una volta a casa, ha gettato le braccia intorno alla vita della mamma per abbracciarla. E per misurarla. “Beh mamma, ci assomigliamo proprio: anche la pancetta l’ho presa da te”
Come non amarla.

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Amori in coda

Di nuovo, in coda alla cassa del supermercato con la tigre.
Davanti a me una giovane e bella ragazza che ammazza il tempo chattando sul suo enorme smartphone glitterato, avvolta in una nube di profumo dolciastro e una sovrana indifferenza per il mondo circostante.
Nel cestino ai suoi piedi -avvolti in un meraviglioso paio di scarpe dal tacco impossibile che invidio terribilmente, incapace come sono di camminarci sopra, figuriamoci di fare la spesa- i prodotti tipici del single gaudente: crema corpo all’argan, maschera per capelli alla vaniglia del Madagascar, scatola fucsia di preservativi.
Prima di lei un giovanotto che appoggia sul nastro i tipici prodotti del single infelice: quattro salti in padella, insalata già lavata busta piccola, mono porzione di tiramisù.
Lui la osserva già da un po’, quasi grato che la vecchina davanti a tutti noi non riesca a trovare il bancomat nella borsa e che abbia allungato di molto la fila.
La ragazza, ignara, sorride allo schermo luminoso e digita parole veloci con dita agili e dalla perfetta french manicure. Lui la guarda con intensità, prende fiato e le dice “vorrei essere la frase che ti fa sorridere” con uno sguardo a metà tra speranza e disperazione. Lei inarca un sopracciglio e, senza smettere di scrivere, lo neutralizza con un “non potresti essere neanche uno starnuto, grazie” affossando probabilmente per anni l’autostima dello sventurato ragazzo.
Io, dal mio posto e dalla mia età non so se essere inorridita o ammirata e nemmeno se quello che ho sentito sia coraggio o crudeltà bella e buona. Propendo per la seconda, ma non si può mai dire.

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Ancora renne

Aveva preparato e piegato con cura i pantaloni e la maglietta termici, la felpona extralarge, appoggiando sulla cima ordinata i guanti e l’iPod con le cuffiette, mentre sotto la sedia aspettavano con ansia le colorate anche se malconce scarpe da running. La sveglia accanto al letto era programmata per dare il via a una domenica pensata, studiata e disegnata all’insegna dell’attività fisica prima e della bellezza poi, attingendo a piene mani dal cesto natalizio dono della mamma, che ha pensato per la sua unica figlia un assortimento di creme, fiale e prodotti vari rigorosamente anti age, tanto per tirarla un po’ su di morale (questa cosa poi che tua madre, per la quale dovresti essere una eterna bambina, ti faccia poco velatamente capire che hai urgente bisogno di una buona crema contorno occhi dovrebbe far riflettere). E invece.
Non c’è stato bisogno della sveglia, perché a destarla da un sonno inquieto è stato un raffreddore epico, come non succedeva da molto, contagioso regalo delle figlie minori. Riposti dunque nell’armadio indumenti termici e sogni di relax, consapevole che l’unico trattamento di bellezza sensato per la giornata sarebbe stato forse un aerosol, si è trascinata in cucina dove ha trovato le due figlie minori festanti, pronte a ricordarle un impegno che lei non ricordava di avere mai preso. Così, per onorare una promessa (probabilmente estorta in un momento di debolezza) nel pomeriggio si è trovata con le suddette ragazze davanti alla cassa di un cinema, a pagare tra uno starnuto e l’altro un intero e due ridotti per l’imperdibile quarto episodio degli scoiattoli che cantano in falsetto.
Al bar ha ordinato due pop corn medi, un’acqua frizzante, una naturale e per lei un termos di tè bollente, che ha sorseggiato cercando di non addormentarsi durante la proiezione del cartone animato. Sono ritornate canticchiando -loro-, tossendo -lei- e giunta a casa ha finalmente potuto fare ciò che aspettava fin dalla mattina, ovvero rimettersi in pigiama. E subito dopo accorgersi, con orrore, che la pappa del gatto era finita e lo schizzinoso felino non aveva intenzione di mangiare la scatoletta di tonno aperta invano. Ha concluso la giornata così, in coda alla cassa del solito supermercato, con un aspetto che, come ha commentato con amore e delicatezza la piccola, non può vantare neanche la renna protagonista della storia natalizia più amata, dal profetico titolo “Rudolph dal naso rosso”.

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A Natale puoi

00.05
“Mamma, è ora di alzarsi?”

01.47
“Mamma, adesso si può?”

02.58
“Mamma, è già passato Babbo Natale?”

03.50
“E adesso????”

“Se non la smettete accendo il fuoco nel camino e poi altro che Babbo Natale, domani mattina troviamo Giovanna d’Arco”

E anche il Natale è passato, la villa di Barbie Malibu montata, le scarpe da basket indossate e il pandoro mangiato.
Come prevede la tradizione ideata dalla fantasiosa nonna, nonché mia mamma, prima di affrontare gli antipasti appoggiati sulla tovaglia rossa decorata con agrifoglio, ogni bambino ha ricevuto una candelina dorata dentro a una stella, ha ringraziato per ciò che di bello gli ha riservato quest’anno e ha formulato un desiderio silenzioso prima di soffiare sulla fiamma. La più piccola, guardando dolcemente la nonnina negli occhi mentre con una mano cercava di arraffare una fetta di salame dal vassoio, ha pronunciato solennemente le seguenti parole “io sono grata perchè tu sei ancora viva” scatenando l’ilarità generale e gli scongiuri della nonna che, ancora lontana dai settanta non sente per il momento il freddo respiro della morte accanto.
Rientrando la sera a casa, immersi in un buio illuminato da lucine intermittenti, hanno trovato il gatto che, abbandonata la capanna del presepe, ha occupato abusivamente il primo piano della lussuosa villa di Barbie.
E soprattutto, nessuna scomoda verità da svelare.
“Mamma, a questo punto poco importa chi ha portato i doni nella nostra casa. Ciò che conta è che ci vogliamo bene e, finalmente, abbiamo la villa di Barbie. Se poi a consegnarla è stato Babbo Natale, Gesù bambino, la fata turchina o la mamma, fa niente ”
La verità può aspettare, almeno un altro anno.

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24 dicembre

È la sera della vigilia, tutto tace, il gatto ha spodestato il bambinello e dorme sereno nella capanna del presepe. Lei ha finalmente concluso questa estenuante giornata, scivolata via tra antipasti, dolci e contorni, pacchetti e abbracci, cioccolata e biscotti. I regali sono nascosti, al sicuro, compresa la gigantesca villa di Barbie -che porterà gioia alle bambine e l’esaurimento nervoso alla mamma quando dovrà montarla- pronti per essere riposti sotto ciò che rimane dell’albero di Natale, diventato il parco giochi privato del felino.
Unico rumore lo scroscio benefico della doccia nella quale si è rifugiata da qualche minuto, con la speranza di lavare via la stanchezza e l’illusione di sistemarsi i capelli, che portano chiare tracce della sua permanenza tra i fornelli.
All’improvviso un rumore, dei piccoli tonfi ravvicinati. Qualcuno che bussa alla porta del bagno, che si apre appena facendo uscire il vapore e entrare due bambine in pigiama rosso. Lei sporge i ricci coperti di shampoo tra le porte del box doccia.

“E voi che fate qui? Non stavate dormendo?”

“Urca che nebbia! Non è ora di uscire?? Comunque siamo qui per una questione troppo importante, dormire è fuori discussione”

“Ma lo sapete che se non siete addormentate Babbo natale non entra in casa, giusto?”

“Proprio di lui ti dobbiamo parlare, mamma. Esiste davvero?? Vogliamo la verità, non ce ne andremo da questo bagno senza”

Ci sono momenti della vita, per esempio nella doccia di casa, con una bambina seduta sul water e l’altra appollaiata sulla lavatrice, che si capisce di non avere più vie di fuga. Ma per dire la verità ci vuole coraggio, mentre lei ora ha tra le mani solo il balsamo districante, e decide dunque di riciclare una frase di una banalità sconcertante letta qui e là su internet.

“Bimbe, se ami qualcuno, certamente esiste”

Attimi di silenzio, acqua che continua a scorrere.

“Mamma, che dici? Babbo Natale sarà pure un vecchietto simpatico e generoso ma parlare d’amore mi sembra eccessivo. Diciamo che gli voglio bene”

“Si appunto mamma, che dici? Forse è meglio se usi meno acqua calda: il vapore ti confonde”

“Va bene, va bene, proviamo così: voi due credete in Babbo Natale?”

“Certo!!”

“Allora esiste! Semplice, no? Adesso per favore passami l’asciugamano e andate subito a letto”

“Ah.. Ok mamma, buona notte allora”

E così, come sono arrivate se ne sono andate, a rintanarsi sotto i piumoni. Lei è uscita dalla doccia con la coscienza più sporca dei capelli prima di lavarli; quando ha trovato il coraggio di guardarsi in faccia ha scorto una scritta sullo specchio appannato, di quelle fatte col dito, come nei film dell’orrore di quart’ordine.
Diceva ” Babbo natale, esisti? si/no metti la crocetta sulla risposta giusta”.
Forse non le ha convinte.

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Zucchine e malmostosi

A cena, in cucina, stretti stretti intorno al tavolo. Tre piatti fumanti di pasta al pesto e uno tristissimo di zucchine e ricotta.
È la figlia media a cominciare.

“Mamma, facciamo un gioco? Ci dici chi di noi è più bravo nelle diverse categorie?”

“Mmm.. Non so se sia il caso amore. Cominciate sempre così sereni e tranquilli e poi le mie risposte non vi piacciono e volano mazzate, la piccola -che è cintura nera di permalosità- si offende e io che già non sono di buon umore per le zucchine mi arrabbio..”

“Basta mamma! Che tanto lo sappiamo tutti che la più permalosa sei tu, che al liceo avevi pure la maglietta azzurra con la scritta “tùsa malmostosa” . La nonna ce l’ha ancora in un cassetto”

“Va bene, va bene, ma se poi vi infuriate tutti a letto, chiaro?”

“Siiiiiiii”

“Allora mamma, chi di noi è il più.. mangione?”

“Beh, considerato che mentre parlavamo si è già spazzolata il suo piatto e vorrebbe il bis direi.. la piccola!”

“E il più bravo ad alzarsi la mattina?”

“Dopo anni in cui mi hai fatto trasformare nella strega cattiva ogni benedetta alba, ce l’abbiamo fatta, sei proprio tu cara”

“E chi è il più ordinato?”

“Ah, questa è facile: nessuno.”

“Senti questa: chi è il maschio più bello?”

“Certo, sei l’unico. Però anche il gatto non è male..”

“Ci sono! Fratelli: chi è la mamma più bella, brava, dolce e simpatica?”

“Oh, ma come siete carini stase..”

“La mamma di Davide!!!!!!!!”

“Tutti a letto”

ps per chi non fosse avvezzo al dialetto locale, “tùsa malmostosa” sta per “ragazza permalosa”. (mia nonna me lo diceva sempre)

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