Nella notte

La mezzanotte sarà anche l’ora prediletta da streghe e vampiri, ma il momento più faticoso a casa mia sono le due e trenta.
Altro che pavor nocturnus, sonnambulismo e insonnie. Per qualche strano motivo a turni alterni ma probabilmente pianificati con accuratezza, uno dei miei figli si sveglia a quell’ora. Un bicchiere d’acqua, perché si dimenticano di averlo sul comodino. La pipì da fare, che prima di dormire ci si è bevuti di nascosto una tazza di latte e nesquik. L’improvvisa consapevolezza di non avere terminato la ricerca di geografia da consegnare l’indomani. O, più frequentemente, gli incubi. La notte passata è stato il turno della piccola di invocare disperatamente la mamma. Mi sono trascinata nella sua cameretta in compagnia del gatto, che ha colto l’inaspettato risveglio come occasione buona per ottenere cibo.

“Mamma, un sogno bruttissimo: tu eri morta. Ti prego stai qui con me”

“Ecco, appunto. Da domani basta cartoni di Walt Disney, che le mamme fan sempre una brutta fine. Va bene amore, fammi posto che rimango un po’ qui con te”

“No! Non è giusto! Non crederle, è solo una strategia per dormire con te, non cadere nel tranello!”

“Ha ragione lui, mamma, lo sanno tutti che la piccola è una falsona”

“Miaoo”

“Adesso basta. Zitti tutti, anche tu gatto, se ci tieni a continuare a vivere in questa casa. Ho sonno e voglio dormire, qualunque letto va bene a quest’ora.”

“Ma mamma..”

“Silenzio! Il prossimo che fiata sarà messo fuori col gatto”

“Miaoo”

E niente, l’ultima parola deve essere sempre la sua.

(Fine prima parte)

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Torino

Quando si fa il primo figlio oltre una certa età, i dottori ti definiscono -con sensibilità rara- primipara attempata.
Io sono stata una laureanda, attempata.
Ho cominciato l’università regolarmente, dopo il liceo, col primo anno da fuori sede. Poi la vita si è messa un po’ di traverso e i piani sono leggermente cambiati. Ho cominciato a lavorare, è arrivato un bambino via l’altro e l’università è diventata un orizzonte sempre più lontano. Ma io faccio molta fatica a lasciare le cose a metà, che siano lavori, progetti o relazioni. Ho sempre bisogno di chiudere il cerchio in un senso o nell’altro, con le cose e le persone. L’incompiutezza mi pesa e mi rallenta, impedendomi di fare dell’altro. Così ho deciso di terminare gli studi, finire gli esami, far felice la mia mamma che forse più di tutti ci credeva e, come amava ripetermi “chissà se ti vedrò laureata prima di andarmene”.
In ultimo -ma non troppo- mi sembrava bello per i miei figli.
Ho sempre pensato che i bambini si educhino con l’esempio più che con le parole. Mi sbagliavo. La figlia di mezzo, durante i festeggiamenti post-laurea, ha dichiarato che andrà a friggere patatine in un fast food piuttosto che fare tutta quella fatica.
Mi sono laureata quasi a quarant’anni, praticamente a un soffio dal master all’università degli anziani.
Questo fine settimana sono tornata nel capoluogo piemontese che mi ha accolto durante il primo anno di studi e dal quale proviene il ramo paterno della mia famiglia. L’occasione è stata l’incontro annuale con colleghi e amici che, come me, condividono prassi di lavoro buone e alternative.
Non tornavo a Torino da anni e avevo voglia di rivedere quei luoghi con occhi nuovi.
In realtà una occasione c’era stata qualche tempo fa, quando ho accompagnato la quarta elementare di mio figlio in visita al museo Egizio. Ma un pullman di trenta bambini ti fa passare la voglia di visitare alcunché, oltre a renderti gradita pure la vista delle tre sorelle mummie del museo, che saranno anche un po’ datate ma almeno non gridano di continuo.
Torino si è mostrata ancora più bella di quanto mi ricordassi, nonostante la pioggia. Passeggiare per i portici del centro storico, rivedere la Mole illuminata, simbolo della città che ammiravo ogni mattino dalle finestre della facoltà. È passata una vita dall’ultima volta che sono andata via sola, senza le mie tre chiassose appendici.
Sarà per questo, per l’imprevista libertà, la vertigine dell’indipendenza, il silenzio intorno a me, lo sguardo più maturo, ma anche la periferia di una metropoli mi sarebbe parsa ugualmente affascinante e magica.

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Tutti in gita

Otto tonde del mattino, sul piazzale della stazione. Un freddo inaspettato, nonostante la stagione. Ad aspettare il treno alcune classi delle medie, esattamente due seconde, più precisamente quella del mio primogenito.
Ragazzi e ragazze sono divisi a gruppetti, secondo un rigido criterio di genere: maschi da una parte, femmine dall’altra.
Quando Elio cantava “festa delle medie”, più che una canzone ci regalava un saggio antropologico sui dodicenni, a ben pensarci.
I maschi sono un mucchio disordinato, dal quale spuntano le teste dei più alti. Hanno tutti il cellulare in mano e se lo mostrano l’un l’altro, confrontando misure e applicazioni.
Quasi tutti hanno il cappello, portato sulla sommità del capo e che lascia scoperta la fronte. Un paio di ragazzini sono senza giacca, perché altrimenti non si vede la felpa nuova, uno di loro è in calzoncini, come se si stesse imbarcando sul traghetto per Alghero al mese di agosto.
Le femmine sono più composte, in piccoli cerchi ordinati. Sono vestite quasi tutte nello stesso modo, tanto da far pensare a una ordinanza del sindaco che imponga pantaloni neri aderenti, scarpe da tennis alte e capelli sciolti a tutte le minori di anni quindici. Ridono tutte, con la mano sulla bocca. Una di loro si trucca furtivamente, un’altra nasconde sciarpa e cappello nello zainetto non appena la madre si allontana.
Sono euforici ed elettrici, mentre i loro insegnanti li osservano da lontano con pazienza, contandoli per vedere che ci siano tutti.
Alcune madri aspettano chiacchierando, qualcuna velocemente scappa al lavoro, un’altra è preoccupata per il figlio che non sta tanto bene ma non vuole rinunciare alla gita.
Arriva il treno ed è ora di andare, un saluto rapido e quasi formale, ché a questa età non è socialmente accettabile scambiarsi effusioni in pubblico con la propria madre, pure se la sera prima sei stato accoccolato con lei sul divano a farti grattare la schiena.
Tutti vanno di corsa, mentre uno torna indietro pallido e tirato, perché come diceva la sua mamma, non stava proprio bene.
Sarà per la prossima gita.

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La stagione del basilico

Di corsa tra una corsia e l’altra, alla ricerca del vasetto che mi salverà la cena.
Ieri mattina la piccola ha convocato i fratelli annunciando come un messo reale che per cena, a casa nostra, si sarebbe celebrata la giornata mondiale della pasta al pesto. Che poi, a me sembrava la celebrassimo già abbastanza spesso,  ma essendo cena rapida e poco impegnativa ho aderito con gioia all’evento. Peccato che, manco a dirlo, di pesto in casa non ce ne fosse nemmeno l’ombra. Ho fatto quindi il solito salto al supermercato vicino, pensando di cavarmela in fretta.
Sono stata così brava da non farmi affascinare dai tre per due di deodoranti per ambiente o tentare dal maxi sconto sull’ammorbidente. Ho oltrepassato le insidie della corsia offerte speciali, giungendo alla cassa veloce e leggera con un solo prodotto in mano, tra l’altro quello giusto. Mai successo prima. Davanti a me, in coda nell’unica cassa aperta, una anziana signora. Capelli bianchissimi e vaporosi, coi ricci freschi di permanente. Viso dai segni profondi intorno alla bocca e agli occhi, di un azzurro ancora brillante. Avvolta da capo a piedi in un lungo cappotto nero che ha probabilmente avuto giorni migliori, stava appoggiando la spesa sul nastro con ordine maniacale, i prodotti dal più grande al più piccolo e senza lasciare spazi vuoti intorno. Io ammiravo in silenzio, incuriosita dalle numerose lattine di birra, coca cola e aranciata, i pacchi di patatine e le noccioline. Poteva sembrare la spesa per la festa di compleanno di un bambino, birre escluse naturalmente.
Rendendomi conto di avere ancora pochissimo tempo, mi sono rivolta alla signora per chiederle di poter passare prima io, in virtù del mio unico acquisto.
La signora ha sollevato il viso, mi ha osservata per un lungo attimo col sopracciglio alzato,come se le avessi appena chiesto di regalarmi il suo bel cappottino.

“No”

Una sillaba sola, sputata fuori come una cicca che non ha più sapore.
Io sono rimasta incredula, col vasetto di pesto in mano, aspettando che la cara signora sistemasse tutta la sua spesa, cercasse a lungo la carta fedeltà nella grossa borsa e si facesse contare gli spiccioli dalla cassiera, dopo aver rovesciato il portamonete.
Se avessi atteso la stagione del basilico, raccolto i pinoli e preparato il pesto con le mie mani avrei sicuramente fatto prima.

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Giri di parole

“Quanti libri sul tuo comodino! Li leggi tutti, mamma?”

“Beh, si. Un po’ alla volta però. Ce n’è uno per ogni umore, così mi fanno compagnia”

“Ma hanno le figure??”

“No, piccola. Solo parole. Tante, belle, nuove parole”

“Cielo. Quasi quasi preferisco infuriarmi con Wally e il suo maglioncino a righe”

“No, credimi, è bello così. Io imparo tante parole nuove, sai?”

“Allora potresti leggere il vocabolario, no? Le impari tutte in una volta e…zac! Dopo non devi più leggere e puoi giocare con me alle Barbie tutto il tempo. Sono un genio!”

“Grazie per il suggerimento amore, ma il vocabolario è pesante da tenere e francamente un po’ mi annoia”

“Allora mi dici l’ultima parola che hai imparato da un libro?”

“Mmm…aspetta. Ci penso. Eccola! La parola frangibile”

“C’entra con la frangetta?”

“No piccola, significa qualcosa che si può rompere, andare in mille pezzi. Era una parola che non sentivo da tanto e mi è piaciuta”

“Caccapuzza!!”

“Come scusa?”

“L’ultima parola che ho imparato da un libro, no? La famiglia caccapuzza, ricordi? Eh già, avevi ragione tu, dai libri si impara. Vado a dirla a mio fratello”

La piccola corre via felice, girando quella parola nella bocca come si fa con una caramella rotonda, andando incontro al fratello.
E, come in un finale di libro già scritto, volano le solite mazzate.

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Sulla strada

Seduta nell’auto col motore spento, mangio una mela essendomi persa l’ora di pranzo lavorando. Nel mentre scrivo qualche appunto sulla mia agenda, prima che il resto della giornata e i mille impegni si inghiottano le nuove informazioni come un buco nero.
A un certo punto una sensazione strana, quella di essere osservata. Alzo lo sguardo mordendo la mela e vedo un ragazzo in piedi di fronte alla mia macchina. È alto, coi riccioli biondi che probabilmente da bambino saranno stati dei boccoli da cherubino. Di quella magrezza dei giovani che resiste alle pizze e ai frequenti pranzi al McDonald. Occhi chiari contornati da ciglia quasi bianche, un inizio di acne sotto un filo di barba. Non può avere più di diciotto anni e probabilmente è appena uscito da scuola, con lo zaino invicta appoggiato su una spalla e la cartelletta bianca di tecnologia fra le mani. Mi sorride e mi saluta. Perplessa, abbasso il finestrino col dubbio -spesso fondato- di non riconoscere il mio interlocutore. Lui si avvicina sempre più sorridente.

“Ciao”

“Ehm.. Ciao. Scusa, ma ci conosciamo?”

“No, ma vorrei tanto”

“Non ho capito”

“Che mi piacciono da morire i capelli rossi e vorrei conoscerti. Sei su Facebook?”

A questo punto mi guardo in giro pensando a uno scherzo, ma non vedo telecamere nei dintorni. Nel dubbio accendo il motore.

“Ascolta, credo tu debba tornare dalla tua mamma che probabilmente ti sta aspettando tenendoti in caldo la pasta al sugo, quindi ciao. Meglio se ti togli da lì, io devo passare”

“Se a investirmi sei tu allora va bene. Me lo dai il tuo numero di cellulare?”

“Ti saluto”

Metto la freccia e riparto, lasciando il giovanotto solo sul ciglio della strada.
Questa volta non mi chiederò se ho incontrato un ragazzo matto, in fuga dal carcere minorile, dalla comunità di recupero o bisognoso di una figura materna.
Perché non sono più stata abbordata da un diciottenne da quando ero IO ad avere diciotto anni.
E, dopo le esternazioni dei figli nei giorni passati, una iniezione di autostima è proprio quello che ci vuole.

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Doccia fredda

“Toc toc”

Senza aspettare risposta, la porta del bagno si spalanca, facendo entrare una bimba col pigiama rosso di Minnie.

“Mamma, non è giusto”

“Tesoro, quante volte te lo devo dire che la doccia la vorrei fare in pace e soprattutto da sola?”

“Ci ho pensato molto, e non è proprio giusto. Allora: mio fratello ti ha visto partorire due volte, mia sorella una quando sono nata, ma io?? Non è giusto, anche io voglio vederti col pancione”

Altri passi, arriva il grande.

“Ah, sai che bell’affare. Io ci ho guadagnato voi due rogne, proprio una meraviglia”

Arriva anche la mezzana. Ormai sembra una riunione di condominio.

“Che poi avere la mamma col pancione non è mica questo gran che, sai? Non puoi abbracciarla perché non arrivi dall’altra parte, non può prenderti in braccio perché fa fatica, poi deve stare in ospedale e quando torna scopri che ha ancora la pancia e in più uno gnomo malefico con la tutina colorata che strilla notte e giorno”

“Io non ero uno gnomo malefico!”

“Tu sei ancora uno gnomo malefico!”

“Mamma!! Digli qualcosa”

“Dico qualcosa a tutti: fuori da questo bagno!! Subito!”

“Andiamo, va, che la mamma è nervosa. Sarà perché la pancetta le è rimasta ancora, anche senza bambino dentro”

Devo mettere la chiave alla serratura del bagno, al più presto.

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Gelato al cioccolato

La giornata è così calda che sembra stia primaveriggiando, come dice la figlia piccola.
Siamo al primo gelato dell’anno, momento che per noi rappresenta l’equinozio e durante il quale celebriamo l’addio all’inverno, pure se il giorno dopo dovesse arrivare la perturbazione gelida dall’Alaska insieme a mezzo metro di neve, pinguini e orsi polari.
Seduti al sole su una panca, con il cono nocciola e cioccolato tra le mani, i raggi di sole sulla faccia. Insomma, la felicità.
Di fronte a noi, appoggiato a un muretto basso, un papà. Giacchetta leggera di chi si fa influenzare dai primi caldi, capelli brizzolati lunghi sul collo, occhiali a specchio e sigaretta in mano. Poco distante la sua bambina, con la tuta rosa, il giacchino senza maniche che mi immagino abbia ottenuto dopo un breve capriccio, la borsetta rosa delle principesse a tracolla.
Saltella lieve scuotendo la testa, come solo le bambine dai capelli lunghi sanno fare, nel prato vicino. Lui parla concitato al telefono, lei lo interrompe di continuo.

“…e vi dico che la ricarica l’ho fatta più di quarantotto ore fa e non ho ancora ricevuto il messaggio!”

“Papà, guardami!”

“Si amore, ti vedo. No, non dicevo a lei. Io le sto dicendo che ho già chiamato quattro volte e voi dovete..”

“Papinooo! Guarda che bei frutti rossi su questa pianta! posso metterli sul gelato?”

“…dovete ricaricare… cosa?? No no amore non toccare che sono bacche velenose per carità. Mangia il gelato che l’ho preso apposta per te al pistacchio”

“Ma a me il pistacchio fa SCHIFO! Volevo cocco e nutellone come mi prende sempre la mamma!!”

“Cocco e nutellone? No sono qui, aspetti che sono stato una vita in attesa, non metta giù. Mangia quel gelato, tesoruccio. No!! Non dicevo a lei tesoruccio!”

“Papi, giochiamo alle principesse?”

“Più tardi, facciamo più tardi cara. Dicevo… Pronto? pronto? No! Hanno attaccato!”

“Hai finito? bene! Allora possiamo giocare!”

“No tesoro, adesso andiamo a fare la ricarica del cellulare di papà”

Si prendono per mano e se ne vanno, l’uno scuotendo la testa per l’incredulità, l’altra i lunghi capelli da principessa, mentre dalla manina libera lascia cadere tante piccole bacche rosse, come le briciole di Pollicino.

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Tre motivi

Sfida parzialmente raccolta.
Sono stata invitata da una mia amica, ex compagna di liceo e tris mamma a pubblicare su Facebook tre foto che rappresentino il mio orgoglio di essere madre.
Ma, sarà che sono un po’ bastian contrario, sarà che vengo meglio a parole che in fotografia, ho deciso di raccontare tre momenti che fanno di me una madre felice.
Eccoli qui:
1. quando i miei figli aprono gli occhi al mattino e mi sorridono spettinati e stropicciati, la piega del cuscino sulla guancia, lo stiracchiarsi lento sotto le coperte. Gli abbracci caldi della piccola, il cantare della mezzana -unica componente della famiglia a emettere suoni comprensibili prima della colazione- gli occhi gonfi di sonno del grande. È questione di attimi, prima che il tempo acceleri e io cominci ad urlare per il ritardo accumulato. Per questo Goethe diceva “fermati attimo: sei bello”. Probabilmente aveva figli piccoli pure lui.
2. Le scoperte. Del caldo e del freddo, il dolce e l’amaro, il salato e l’aspro, il grande e il piccolo, il morbido e il ruvido. L’alba e il tramonto, la gioia e il pianto, l’acqua salata del mare e il sapore dei fiocchi di neve sulla lingua. Il primo cioccolatino, un piede avanti all’altro che diventa una corsa nel vento. Le loro prime volte diventano un po’ anche le mie. E avere una seconda opportunità di fare esperienze è un dono e una grande fortuna.
3. Quando chiudono gli occhi e la bocca la sera, e finalmente dormono. Perché, se è vero che essere mamma è una gioia inspiegabile, è altrettanto vero che essere una persona rimane un diritto inalienabile. E se il sonno della ragione genera mostri, aveva ragione chi diceva che il sonno dei bambini è necessario alla madri per continuare ad amarli.

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Record di bellezza

C’è un momento che amo molto, da trascorrere con le mie figlie.
È quando, dopo la doccia, asciugo loro i capelli. Pur essendo tutte e due abbastanza grandi e capaci da reggere in autonomia un phon e asciugarsi le lunghe chiome, so che si stabilisce un’intimità profonda in un gesto di cura tanto semplice quanto pieno di dolcezza e significato. Spazzolare con cura, sciogliere pazientemente i nodi, non solo dei capelli. E’ un momento di donne e fra donne, una già grande e due che lo diventeranno. Poche cose mi incantano come immaginare le ragazze che saranno.
E allora sedute sul lettone in accappatoio, con il ronzio dell’asciugacapelli in sottofondo, si mescolano segreti di bellezza, qualche goccia di olio sulle punte e piccole confessioni, emozioni, pensieri. il tutto accompagnato da qualche libro, perché entrambe hanno ereditato dalla mamma il piacere di sfogliare le pagine mentre ci si asciuga i capelli. Io li leggo, loro curiosano, ma va bene così. Un giorno è il vocabolario: “peponide: frutto carnoso con epicarpo duro, polpa carnosa contenente numerosi semi. Mamma, ma io l’ho mai mangiato un peponide??”
Un altro il grande libro delle mappe: “lo sapevi che alle isole Figi il regalo tradizionale è il dente di capodoglio? Che in Madagascar vive il geco gigante dalla coda a foglia?Che la bandiera del Nepal è a forma di albero di Natale? Che a Maramures, in Romania, ci sono le tombe colorate nei cimiteri allegri?”
Oppure il grande libro dei Guinness:
“sapevate che la sposa più vecchia del mondo si chiama Minnie e si è sposata a centodue anni con un signore di ottantatré? Si vede che le piacevano giovani”.
Nel mentre la piccola sfoglia senza sosta e con nervosismo crescente un grosso volume, che in copertina invita il lettore a cercare al suo interno il protagonista, un simpatico omino di nome Wally. Peccato che le grandi pagine siano costellate di centinaia di personaggi simili tra cui distinguere l’amico con il maglioncino a righe rosse e bianche. Ogni volta si inizia con curiosità e si finisce col lancio del libro. Chissà che non stabilisca il record mondiale e mettano anche lei nel Guinness.

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