Agosto figlio mio non ti conosco

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“E’ agosto? Davvero? No, vi prego, ditemi che è uno scherzo. Non può essere vero. La scuola è appena finita, non è possibile”

“Ehi, che ti prende? Hai giocato troppo a pallacanestro sotto il sole? Che succede?”

“Tu non capisci mother, non comprendi la portata della mia disperazione”

“Vero, non capisco. Agosto non ti piace? Troppo caldo? Zanzare?”

“No! Ti sfugge il punto cruciale! Cosa viene dopo Agosto?”

“Questa la so: settembre”

“E cosa succede a settembre?”

“Tua sorella compie gli anni?”

“Comincia la scuola!! Te ne rendi conto? la scuola!”

“Già, benedetta scuola. Sarebbe anche ora”

“Ma io sono indietro coi compiti delle vacanze. Me ne mancano tantissimi. Non ce la farò mai”

“Cero che ce la farai, se la smetti di lamentarti e cominci a farli”

“Soffro, terribilmente soffro. E sono incompreso”

“Asciuga il sudore e apri il libro, va”

“Ehi! E se tu mi facessi una giustificazione?”

“Che idea! Cosa scrivo? Motivi di famiglia? Che sei stato poco bene per TRE mesi? Deve essere una cosa grave”

“Scrivi che sono incompreso. È la verità”

L’incomprensione, il flagello del nuovo millennio.

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Moderne preoccupazioni

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Avanzano insieme, uno a fianco all’altro. Lei bassa e arrotondata come due parentesi, gonna al ginocchio e camicetta con decori cachemire, scarpe basse comode e borsetta in tinta con la gonna. Ha i capelli cotonati e una spessa frangia bombata, tenuta ferma da generose spruzzate di lacca. L’insieme fa tanto primi anni ottanta, che probabilmente sono stati il periodo d’oro della vaporosa signora. A fianco a lei un giovane uomo, con il viso simile ma più spigoloso e coperto da un velo di barba. Spinge stancamente con una mano un enorme carrello fuori dalle porte automatiche del supermercato, mentre con l’altra regge un cellulare. All’improvviso un grido, di dolore, seguito da un altro, di esultanza.

“Roberto! Ma sei matto? Mi sei passato col carrello sul piede! Oh cielo che dolore all’alluce valgo”

“Mamma mamma non puoi capire. C’è Zapdos! È rarissimo! Vedi? È proprio tra il cestino e la Punto grigia. Devo catturarlo”

“No, non vedo niente e mi pari scemo. Investi tua madre per guardare un telefono. Dove ho sbagliato?”

“Mamma, ci gioca anche Riccardo”

“Che ha dieci anni. Tu ne hai trenta, Roberto, trenta. Dovresti star fuori a cercar lavoro, altro che Pokemon”

“Eccolo! Ce l’ho fatta!”

“E io che mi preoccupavo della droga”

Niente. Non ci sono più le preoccupazioni di una volta.

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Costume intero

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“Vieni che togliamo la sabbia”

“Ma io la voglio portare a casa”

“Si, ma non sotto i piedi”

“Uffa. L’acqua della doccia è fredda!”

“Dai che tonifica! Su le braccia che togliamo il pezzo sopra del costume”

“Sei matta mamma? Qui c’è gente che va e che viene!”

“Piccola, ci sono qui io e poi ancora non c’è molto da vedere, non credi?”

“Vabbè. Non ci sarà molto da vedere come dici tu ma è roba mia, gli altri non c’entrano”

“Beh, in effetti..”

“Ecco appunto. Il corpo è mio e decido io”

Non è uno slogan femminista ma una bambina che fa la doccia in spiaggia, e dall’alto dei suoi otto anni appena compiuti spiega alla sua mamma cos’è il pudore e il rispetto del corpo. E lo fa a ragione. Perché quella bimba che per anni ho lavato, asciugato, cambiato, vestito è capace di far da sola, ma soprattutto di decidere. Il pudore non è vergogna ma rispetto del proprio corpo. Di quello degli altri.
Forse che sia un primo gesto di cura, quel pezzo di sopra di un costume da bagno. Un primo limite, confine e contorno di uno spazio privato di cui avere riguardo da adesso in poi. Che poi con le femmine sia un discorso ancora più complesso, è fuor di dubbio. Ci si diventa grandi insieme, col nostro corpo. Peccato solo che insieme ai capelli e piedi crescano anche paure e insicurezze.
Allora forse è meglio dare retta a una bambina che contiene già molta saggezza, in quei centotrentacinque centimetri di altezza.

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Art. 640 codice penale: truffa

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“Mamma, basta giocare col cellulare. Facciamo qualcosa di creativo. Dei lavoretti! Chiamo anche la piccola”

“Oh, brava amore. Ti sei decisa a posare quell’affare. Hai avuto un’ottima idea. Prendo la farina?”

“Perché? Si mangia?”

“Ma no tesoro, per i lavoretti. Facciamo la pasta di sale? O usiamo scatole e cartoncini? I cerchietti! Ti ricordi quanti bei cerchietti che abbiamo fatto quando eri piccola?”

“Ehm.. no mamma, grazie. Ho qui la lista”

“Ah, d’accordo, fammi vedere. Allora.. Cosa??”

“Che c’è?”

“Detersivo liquido per lavatrice
collirio
liquido per lenti a contatto dentifricio
silicone acetico universale
colori acrilici
mascherina
acqua borica
acqua micellare
colla vinilica
tonico”

“Sì, mi pare non manchi niente. Abbiamo tutto in casa?”

“Ma cosa caspita ci dobbiamo costruire? Una bomba?”

“Sempre la solita esagerata! Facciamo una cover per il cellulare e la decoriamo con una specie di pongo. Forte, eh?”

“Ma come t’è venuta questa idea bislacca?”

“Ho visto i tutorial su internet. Ore e ore! Certo, non bisogna respirare il silicone e alcuni ingredienti sono un po’ costosi.. ma pensa la soddisfazione!”

“Piuttosto ti compro una cover nuova”

“Davvero? Beh, se insisti.. ne ho vista una proprio ieri su eBay. È bellissima!”

Qualcosa mi dice che mi sono fatta truffare. Ancora.

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Molto vicini

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Gli inviti sono stati scritti a mano e a mano consegnati, porta a porta con l’entusiasmo dei testimoni di Geova e l’insistenza dei venditori del Folletto.
La tavolata è stata composta nel cortile, per l’occasione libero dalle auto, come un puzzle di tavolini arrivati da ogni casa. Chi ha messo le sedie, chi le posate e chi il vino. Ci siamo divisi le portate e i bicchieri, condiviso bibite e aperitivo oltre che il civico diciotto. Le bambine hanno preparato un intrattenimento degno del migliore villaggio vacanze con balli, canzoni e karaoke. Ci siamo seduti tutti vicini, noi che vicini siamo di casa, brindando alla nostra prima cena di cortile. In una serata abbiamo scoperto cose l’uno dell’altro che non ci si immaginava, pur entrando e uscendo ogni giorno dallo stesso ingresso ormai da parecchio tempo. Che il ragazzo della casa a sinistra ha più anni di quelli che dimostra e canta in un famoso coro gospel, il vicino che fatica a salutarti quando ti incrocia prepara delle piadine buonissime, la vicina mamma del bimbo più piccolo è una grande organizzatrice di eventi. Si è chiacchierato tra un piatto di insalata di riso e una fetta di anguria, il caffè si è fatto un po’ alla volta ché la caffettiera non era abbastanza per tutti.
Si è stati insieme finché si è fatto buio seduti vicini, questa volta davvero.

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Alto tradimento

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Notte fonda

“Ehi, il gatto miagola! Alzati e vai ad aprirgli la porta”

“Piccola, sveglia! devi aprire al gatto”

“Mamma! Dormi? Non senti che il gatto miagola da un’ora? Mio fratello ha svegliato mia sorella che ha chiamato me per andare ad aprire. Su, sveglia!”

“Certo che dormo piccola, sono le tre e ventisette di notte. Ma tu perché svegli me?”

“Perché non voglio essere l’ultima ruota del carro”

“Amore, ma non lo sei affatto. Aprire al gatto è un incarico di grande responsabilità. Ci fidiamo di te, per questo ti hanno chiesto di farlo: sanno che sei brava”

“Dici davvero?”

“Dico davvero”

“Allora vado”

“Brava, e la mamma torna a dormire”

Mattino, a colazione

“Ma alla fine chi ha aperto al gatto stanotte?”

“Io! e sono stata bravissima: gli ho dato pure la pappa!”

“Non mi dire che la mamma ha fregato anche te”

“Perché dici così?”

“Ti ha per caso raccontato che sei stata scelta per un incarico di grossa responsabilità e che si fida di te?”

“..sì, perché?”

“Ci siamo passati tutti, tranquilla. Lo fa per non alzarsi cento volte per notte”

“Tradimento!”

Eh niente, sono stata scoperta. e io che credevo di essere più furba di loro.

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Tre per quattro

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La piccola ha dichiarato che il suo animale preferito è il suricato, simpatica mangusta simile a un topo.
La mezzana è rimasta incantata dalla storia delle due maestose aquile delle steppe, che si scelgono e restano insieme per tutta la vita. Dice che da grande diventerà falconiera.
Il grande, abbandonate per qualche istante l’indolenza e l’accidia adolescenziale, ha ascoltato attentamente le spiegazioni degli esperti. Alle parole “frenesia alimentare” ha guardato la piccola esclamando “proprio come te!”
Più tardi, pancia all’aria su un materassino dentro una piscina turchese ha proclamato “viva la vita, abbasso la fatica” neanche arrivasse da sei mesi di miniera.

Abbiamo trascorso una giornata al bio parco e giocato a calcio in un prato soleggiato. Siamo stati in piscina e in bicicletta per stradine solitarie al tramonto. In un ristorante elegante i grandi hanno duellato coi grissini e festeggiato con un brindisi la cattura del Pokemon Eevee, che se ne stava nascosto alle spalle di una ignara cameriera. Sulla strada del ritorno abbiamo visto il mare, e siccome guardarlo non basta si è deciso di fermarsi, rientrando a casa molto più tardi del previsto, col naso scottato e la sabbia fra le dita dai piedi. Per tutto il tempo la figlia di mezzo ha filmato col suo cellulare, probabilmente per girare la puntata pilota di un reality sulla nostra famiglia.
Tutto è andato bene in questa piccola fuga, tralasciando la batteria dell’auto a terra, ché sarà pure vero che è pericoloso guidare a fari spenti nella notte, ma anche lasciarli accesi fino al mattino ha i suoi rischi.
Abbiamo dormito tra le colline e la pace dei vigneti, in una casa rustica e accogliente, due sopra un soppalco e due sotto. E chi pensa che dividere un numero pari sia semplice non è mai stato l’unico adulto con tre bambini.
Insomma, tre giorni all’insegna della libertà e del rilassamento. Perché dopo tanto girovagare solitario bisogna ritrovarsi un po’. E girovagare insieme.

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Curiosity Killed the Cat

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“Mamma, che profumo ha il sole?”

“Mmm.. fammi pensare.. Per me ha l’odore dei panni stesi, quando mi ricordo di mettere anche l’ammorbidente”

“Ma noi abbiamo l’asciugatrice, tu mica stendi. Comunque, per me ha profumo di patatine fritte”

“Mmm.. buono”

“Ma secondo te il piccolo gatto si ricorda della sua famiglia felina? Della sua mamma e dei suoi fratelli nella casa dove stava prima?”

“Non credo proprio amore. Per lui siamo noi la famiglia”

“Quindi se vado a vivere dalla nonna me lo dimentico mio fratello?”

“Non funziona così per gli umani, mi spiace”

“Uffa. Ma mamma, perché bisogna dormire la notte e star svegli il giorno? Non si potrebbe invertire come fanno in Australia?”

“Non è che in Australia hanno invertito, sono così lontani che quando da noi è buio là c’è luce e viceversa”

“Capisco. E perché devo mangiare le verdure?”

“Devi mangiarle perché ti fanno crescere sana. Il corpo è uno e lo dobbiamo trattare bene”

“E chi l’ha detto? Come fanno a saperlo? Magari mentono”

“Prendi le verdure e silenzio”

“Mamma?”

“Cosaa???”

“Perché voglio mangiare sempre lasagne?”

“A saperlo”

La curiosità non è femmina. La curiosità è Piccola.

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Ballando con le stelle

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La musica esce altissima dal tablet appoggiato sulle piastrelle. L’idolo delle giovanissime canta a ritmo veloce di amori, amicizia e vacanze.
Lei è in piedi sul divano blu, scalza. I capelli lunghi e sciolti sparpagliati come shanghai su una maglia dalle lunghe frange, vecchio prendisole della sorella maggiore. I pantaloncini corti di jeans, chè le ragazzine li portano così anche se hanno solo otto anni. Ancheggia e sorride, saltella a un altro ritmo e rotea le braccia come un derviscio confuso. Con un playback immaginario canta altrettante immaginarie parole in inglese, con la stessa bravura nella lingua di Celentano ai tempi di Prinsencolinensinaiciusol.
Si gira saltellando, mani sui fianchi e testa alta. Richiamata dal volume arriva la sorella uscita dalla doccia, accappatoio di mamma e capelli gocciolanti. Si lancia nelle danze a occhi chiusi, e in un attimo due paia di gambe e braccia creano una coreografia armoniosa e ritmata. Con pochi sguardi e cenni del capo le due sorelle si spostano da una parte all’altra della sala, come su un palcoscenico calcato ogni sera. L’atmosfera è così gioiosa che anche la mamma scende in pista, abbandonando senza rimpianto la sua postazione ai fornelli. Via il mollettone dai capelli, ricci al vento e magliettone di Mafalda, raggiunge le figlie e insieme concludono l’esibizione con un coro intonato col manico della scopa come microfono. Distratte dagli applausi, non si accorgono subito del figlio grande appena rientrato in casa. Lo sguardo esterrefatto, scuote la testa come se volesse cacciar via una brutta immagine. Si volta rapido e senza proferire parola torna in cortile a giocare a pallacanestro con gli amici.

Inutile. I maschi non capiscono proprio i divertimenti delle femmine.

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Ora pro nobis

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“Mamma, secondo te chi fra noi tre non andrà all’università?”

“Beh, spero che ci possiate andare tutti, naturalmente”

“No! Io non ci andrò. Ho deciso cosa farò da grande: l’attrice! Quasi quasi non vado neanche alle medie”

“Ahahah sei sempre la solita, hai già cambiato idea cento volte, nessuno ti crede più”

“La mamma dice che solo gli stupidi non cambiano mai idea”

“Sì ma chi la cambia in continuazione è una banderuola”

“No, io sono in evoluzione”

“Certo, come un Pokemon. Aspetta che ti catturo con l’app”

“Adesso basta e lascia stare tua sorella, che se vuol fare l’attrice avrà le sue buone ragioni e poi può ancora cambiare idea”

“Certo. Soldi, successo, celebrità. Tre ottime ragioni. Mai cambierò idea!”

“Guarda che la mamma mica voleva fare l’educatrice alla tua età. Solo a pensarci mi viene da ridere. Voleva diventare una suora ahahahah!!”

“Non c’è bisogno di sbellicarsi, grazie. E comunque è stato solo un periodo”

“Ahahah fratelli ma vi immaginate? Suor Barbara ahahaha”

“Mamma, scusa se te lo dico. Saresti stata una pessima suora”

“E perché?”

“Beh, perché bisogna essere tranquille, non urlare e.. avere pazienza. Ah, e poi spirito di sacrificio”

“Cosa? Io ne ho a valanghe di pazienza e spirito di sacrificio con voi tre! Ne ho così tanto che potrei venderlo su ebay e diventare ricca”

“Si mami certo, tranquilla. Continua a fare l’educatrice, però”

Chissà se alla mia età mi prendono, in convento.

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