Solidarietà femminile

Nove del mattino, centro paese, tre anziani, due uomini e una donna, in piedi incuranti del freddo davanti al pannello comunale con affissi i necrologi. I due uomini tengono le braccia dietro la schiena e scuotono la testa, la signora col cappotto a fiori e un paio di fiammanti Nike ai piedi porta due pesanti borse della spesa. “Novanta, novantatré, ottantasette..” Snocciola il primo, col berretto calato, leggendo le età dei defunti. “Settantacinque! Urca, questo qui si che era giovane, porello. Che tragedia” “Ma sai chi è?” Interviene la signora, che ha appoggiato la spesa a terra e ora gesticola animata. “È il fratello della Piera, quello che per andare al bingo non veniva al centro anziani e aveva lasciato la moglie perché si era perso dietro le chiappe della badante” A questo punto si ridesta l’interesse del terzo e silenzioso signore, l’occhio sotto l’occhiale spesso si accende. “Ma chi, quella bella morettona che lo accompagnava in giro? Hai capito!” “Va be, almeno se ne è andato felice” commenta il primo. La signora, che stava per riprendere la spesa, guarda l’uno e poi l’altro probabilmente chiedendosi a chi tirare per primo i cubetti di porfido del rivestimento stradale. Poi forse capisce che oramai sarebbero tempo e fatica sprecati, scuote il capo e se ne va sconsolata “ne riparliamo quando vedo le vostre facce, qui sopra”.
La solidarietà femminile non conosce età.

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Caro Babbo Natale

“Glielo devi dire”
“Adesso? Di già? Ma è presto, io pensavo di aspettare ancora un po’”
“Scherzi? Hai già aspettato abbastanza. Più vai avanti a mentire e più ne soffrirà”
“Mentire… Che parola grossa e inappropriata, diciamo che abbellisco la realtà”
“Si invece, si chiama mentire. È una menzogna, una bugia, un altissimo tradimento”
“E poi? Delitto di lesa maestà? Pena di morte? Cerca di non essere così tragico per favore”
“Tragico? Mentire a un bambino E’ una tragedia, come fai a non capirlo? Solo io so cosa ho provato quando ti sei finalmente decisa a dirmi la verità, mi è caduto il mondo addosso e per qualche giorno non mi sono più fidato di te. Se ci ripenso mi viene ancora da piangere”
“Se ci penso io invece ti consiglio di lasciare il basket e iscriverti all’Accademia d’arte drammatica, chissà mai che prendi un Oscar”
“Ricordati quello che ha detto don Andrea a lezione, la verità vi renderà liberi”
“Ecco, siamo a posto. Prima l’attore e poi il profeta. Di’ al Don Andrea di venire lui, se vuole, a dire a tua sorella che Babbo Natale non esiste”
Siamo solo a metà ottobre, mancano ancora sessantacinque giorni a Natale ma negli scaffali dei supermercati spuntano già i primi pandori e a casa mia gli eterni interrogativi. Quando è giusto dire a un bambino che babbo natale non esiste? È meglio che a farlo sia il genitore imbroglione o l’amico sgamato fuori da scuola? Lo scorso anno ho scelto più o meno in questo periodo di svelare al mio primogenito, allora in prima media, la verità: non c’è nessun vecchietto pancione vestito di rosso che scende dal camino di casa la notte di Natale, nessuna renna a bere il latte che lasciamo nella ciotola sul terrazzo, le letterine scritte da quando è nato sono tutte nel mio cassetto del comodino e non sono mai arrivate al polo nord. La reazione, considerate le spiccate inclinazioni drammatiche del ragazzo, è stata emotivamente paragonabile a quella avuta alla notizia della morte di Pedro, l’amato criceto, per opera del felino predatore.
Mi sono trovata seduta in cucina a consolare un ragazzino tradito e amareggiato, che mi chiedeva conto di undici anni di menzogne e al quale ho dovuto spiegare che anche io sarei stata ben contenta di prendermi il merito di tutti quei regali, spesso cercati per mari e per monti pur di vederlo sorridente la mattina di Natale. Lo stesso ragazzino che ora invoca la verità per la sorella, affinché non patisca i suoi stessi tormenti (o forse proprio perché li patisca, chissà). Comunque sia a me dispiace farlo, anche se so che è necessario, perché mi sembra di togliere loro quella magia, quell’incanto che è difficile da trovare altrove. In quel drammatico pomeriggio, quando ho spazzato via la sua fiducia e mi sono sentita dire “ecco, adesso mi restano solo il coniglio pasquale e la Befana” e ho dovuto scopare fuori di casa anche le sue due ultime certezze, ho capito che in qualcosa di magico o alternativo bisogna per forza credere. Lui ha deciso per gli alieni, io ho scelto gli gnomi. Non sarà un granché, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

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Grandi esperienze

Sono ormai tre anni che i miei figli maggiori partecipano, durante l’estate, al campeggio organizzato dalla Parrocchia del paese in cui viviamo. Oggi ci siamo ritrovati come consuetudine a mangiare tutti insieme, responsabili, animatori, ragazze campeggiatrici (era la festa del turno femminile perché fino alla prima media maschi e femmine fanno vacanze separate, per poi riunirsi inaspettatamente proprio quando è in atto la tempesta ormonale) e i loro genitori. E’ stata l’occasione di vedere il dvd con fotografie e filmati delle nostre fanciulle e delle esperienze che hanno potuto fare in quel periodo. Si, perché quegli undici giorni sono innanzitutto una grande esperienza, a volte la prima, che i nostri figli si trovano a fare lontano da casa, famiglia e soprattutto da mamma e papà. Accompagnati da adulti responsabili, preparati, ma soprattuto carichi di entusiasmo e di una certa dose di incoscienza li guidano un giorno dopo l’altro alla scoperta delle bellezze e delle fatiche della vita comunitaria in alta montagna. Affrontano sorridenti entusiasmi, liti, capricci e nostalgie con passo lento ma deciso, proprio come nelle lunghe camminate per arrivare ogni volta a un rifugio più alto, a un panorama diverso e sempre più bello, a un cielo stellato che sopra i duemila sembra più vicino e luminoso. Un coraggioso gruppo di mamme li accompagna in questa avventura, cucinando per loro tre volte al giorno con la fantasia, la perizia e la professionalità dei grandi chef. Io, che sbaglio le dosi della pasta per cinque, mi inchino davanti a queste donne che cuociono pizzoccheri e infornano crostate per quaranta persone. Ragazzi e ragazze sperimentano l’autonomia di scegliersi i vestiti adatti ogni mattina, senza che la mamma gli raccomandi di mettere la maglia e chiudere la giacca, di lavarsi i denti ogni sera e di addormentarsi in una tenda di amiche senza il bacio della buona notte ma con tante risate. Sperimentano la nostalgia e l’attesa, ma anche l’abbraccio, il conforto e la condivisione. Giocano, camminano, scoprono, litigano, piangono e ridono, sotto lo sguardo di animatori poco più grandi di loro che hanno già fatto queste esperienze e si mettono a disposizione per farle vivere ad altri. Io, che sono sempre stata una bambina paurosa, non ho avuto la fortuna che hanno oggi i miei figli e i nostri ragazzi. Sono grata a chi permette loro di vivere queste esperienze, perché è un po’ come se, con loro e qualche anno di ritardo, le vivessi anche io.

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I sogni son desideri

Ho la presunzione -magari errata- di essere un genitore abbastanza tollerante, che cerca di lasciare i figli liberi di fare esperienze e poco importa se cadendo si sbucciano le ginocchia o si sporcano i vestiti, se per giocare ribaltano le loro stanze perché oggi sei un astronauta, domani un esploratore e la prossima settimana una principessa intrappolata nella torre. Non mi arrabbio più così facilmente -gli anni passati con tre bambini piccini mi hanno insegnato la meditazione e la pace interiore che neanche il più saggio dei maestri zen o Shifu di Kung Fu Panda. Ma c’è una frase, un insieme di parole allineate in fila che mi fa andare letteralmente il sangue alla testa e perdere il lume della ragione. “Insomma, ce l’hanno tutti (o lo fanno tutti, le versioni sono molteplici) TRANNE ME” che è diventato lo slogan ufficiale del preadolescente di casa. Una volta è il cellulare, un’altra la vacanza, la Xbox kinect, le scarpe da basket del giocatore americano miliardario che costano come una rata del mutuo e che il ragazzo metterà giusto per un mese, prima di cambiare numero e avere bisogno di un nuovo paio. Anche io ho avuto la sua età, e l’ho avuta nella terrificante epoca dei paninari, dove se non calzavi le Timberland e non mettevi il Moncler eri considerato un paria. Io non avevo né le une né l’altro, quindi si può facilmente immaginare il mio dramma adolescenziale. Ma non erano il giubbotto o le scarpe il mio cruccio, il desiderio inappagato: io volevo un paio di Levi’s, che ho chiesto, implorato e preteso dai miei genitori. Mia madre, che oggi considero donna illuminata ma a quei tempi avrei venduto per una tracolla Naj Oleari, stufa dei miei lamenti e contraria per principio alle firme, una mattina è andata al mercato e alla bancarella della merceria ha acquistato i loghi- chiaramente tarocchi-più famosi (El Charro, Moncler e l’immancabile Levi’s) e me li ha cuciti tutti sullo stesso paio di jeans. Neanche a dirlo, ho pianto tutte le mie lacrime sentendomi la tredicenne più incompresa del reame. Il Natale successivo i famosi pantaloni sono poi arrivati, e ricordo la sorpresa e la felicità. Li conservo ancora in un cassetto dell’armadio, anche se ormai entrano solo a metà di me. Quello che vorrei far sperimentare ai miei figli è quell’attesa che nutre il desiderio, il no che delimita ma rinforza, la fatica di scegliere rinunciando a qualcosa. La sorpresa e lo stupore di ricevere l’oggetto tanto desiderato ma anche la rassegnazione del non averlo perché no, non tutti i desideri si possono realizzare. Ma che desiderare è bello, necessario, vitale e ci spinge sempre un po’ più in là di dove siamo.

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Yu-Gi-eh??

“Ciao, duelliamo?”
“Sicuro”
“Attacco con 2100 e non puoi attivarlo”
“Questo è ieratico, ti manda al cimitero”
“Pesco e evoco”
“Puoi staccare materiale Xyz poi scegliere come bersaglio il mostro e prendere il controllo ma non puoi attaccare nel turno in cui attivi questo effetto”
“Certo, è Drago Galattico occhi Tachionici”
“Dissotterra il mostro che può essere evocato”
“Hai il dek araldico?”
“Vale quaranticinque euro”
“Io ho C39 Raggio Utopia Vittoria, ne vale ventisette”
“Oh, le campane, vado a casa a mangiare. Continuiamo dopo?”
“Chiaro”
Questo è il fantastico mondo delle carte di Yu-Gi Oh! per chi ancora non lo conoscesse. Il dialogo sopra è la fedele trascrizione di una mezz’ora di gioco sul mio terrazzo, che da questa estate si è trasformato nella sede dei campionati nazionali delle suddette carte. Nonostante un diploma, una laurea e una decente cultura generale non sono ancora riuscita a comprendere non dico il meccanismo del gioco, ma nemmeno il significato delle carte. So solo che (mi) costano una fortuna e che aspetto fiduciosa un nuovo interresse del figliolo, in modo da mettere il famoso dek araldico in vendita su eBay e comprarmi qualcosa su Zalando.

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Buone scuole e bravi maestri

Nella scuola elementare -io non riesco a chiamarla primaria, è più forte di me- che ha frequentato mio figlio maggiore e che ora frequentano le bambine ci sono, come nella maggior parte degli istituti, alcuni punti di forza e altri di debolezza. Io tendenzialmente sono poco incline alla critica gratuita, quella per intenderci fatta ai cancelli mentre si aspetta l’uscita dei bambini e che si fonda sui gettonatissimi temi “la maestra dà troppi compiti” e il suo alter ego “la maestra non ne dà abbastanza” senza dimenticare i genitori che sentenziano sulla didattica e i metodi di insegnamento, anche se nella vita sono avvocati, vigili urbani o cuoche. Per me, sintetizzando e semplificando al massimo, è importante che i bambini vadano a scuola sereni, imparino a leggere, scrivere, contare e ragionare e ad avere fiducia nelle proprie capacità, siano rispettosi degli adulti e gentili con i compagni, facciano esperienze buone per la loro crescita e siano accompagnati in questo percorso da adulti positivi, competenti e possibilmente sani di mente. Poiché tutte queste cose fanno anche un po’ parte del mio lavoro, probabilmente per gli insegnanti io
sono a tutti gli effetti nella categoria “genitori da evitare”, forse a ragione. Ma ieri una maestra ha fatto un bel gesto e io avevo voglia di raccontarlo. Da qualche anno nel nostro istituto i bambini di terza, quarta e quinta partecipano a un progetto di educazione all’affettività, che si declina in modi diversi e con temi adeguati per fascia d’età. E’ un progetto che conosco e apprezzo, anche e soprattutto perché è condotto da maestre brave e preparate, che per un’ora la settimana affrontano con bambini di una classe che non è la propria argomenti come amore, fiducia, rispetto e protezione dai pericoli. Una maestra, in particolare, è la mia preferita e ieri mattina si apprestava a interrogare per la prima volta in geografia i suoi alunni di terza che, si sa, è la temutissima annata in cui si comincia a studiare e, come dice la mia secondogenita, “a fare sul serio”. I bambini erano un po’ agitati per la novità, come è facile immaginare. L’attenta insegnante allora ha fatto chiamare due bambine di quinta elementare, una delle quali era mia figlia. Una volta arrivate, ha gentilmente chiesto alle due fanciulle di spiegare a tutti come si erano sentite loro, che da quella esperienza erano passate da non molto tempo. Le bambine, un po’ emozionate ma orgogliose, hanno spiegato a venti paia di occhi attenti e bocche chiuse che si, ci si vergogna, il cuore batte più veloce e sembra di dimenticare tutto quello che hai letto e ripetuto il giorno prima in cameretta con la mamma. Ma poi passa ed è bello, perché quando sai le cose la maestra ti sorride, il papà è contento e soprattutto per quel giorno non devi studiare più. L’esperienza dei bambini per i bambini. Una voce più vicina e per questo più facile da ascoltare. Una classe più serena, due bambine con una dose di fiducia in più. E brava davvero alla maestra.

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Domande difficili

“Buona notte, tesoro”
“‘notte, mamma”
“Mamma?”
“Che c’è? Ci siamo appena salutati, in camera tua non manca niente, il gatto è sul piumone insieme a te… cosa vuoi?”
“Cosa vuol dire MILF?”
“Ehm..ecco..non ho capito la domanda”
“E’ semplice: voglio sapere cosa significa la parola milf. E’ inglese? Volevo chiederlo alla prof ma stava spiegando e non aveva tempo..”
“No no per carità non chiedere niente a scuola. Allora, in realtà è un acronimo..”
“So cos’è un acronimo, mamma, mi fai una testa così con la grammatica da quando sono nato. Voglio sapere solo cosa significa!”
“Allora, vediamo, diciamo che è un termine che vuole indicare una donna adulta, con dei figli, ancora carina”
“La nonna è una milf?”
“Oddio no, che non ti venga in mente di dirle una cosa del genere! Comunque è riferito a donne un po’ più giovani della nonna”
“Allora tu sei una milf, mamma?”
“Ma si può sapere dove hai sentito questa parola??”
“A scuola mamma, dove, sennò?”
“Da domani ti tengo a casa, facciamo homeschooling piuttosto”
“Mamma, perché te la prendi tanto?”
“Non me la prendo affatto, è che si è fatto tardi e domani ci alziamo presto. Quindi buonanotte e sogni d’oro.”
“Mamma?”
“Cosaaaa??”
“Per me sei carina come una milf”
Non credevo che lo avrei mai detto, ma era tutto più semplice quando per addormentarlo bastava un ciuccio e una strapazzata di coccole.

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Livello zero

Lo aspettavano da settimane, con l’entusiasmo euforico dei bambini in attesa di babbo natale. Hanno sistemato la famiglia altrove e sono riuscite a partecipare all’agognato master di Zumba, scritto, diretto e interpretato dal loro impareggiabile insegnante cubano. Loro sono le amiche di zumba, che si sono presentate al palazzetto una imbottita di tachipirina per una tenace e inopportuna influenza, l’altra con più oki che sangue nelle vene per contrastare l’infame dolore alla spalla tipico del trasporto borse della spesa su per le scale. All’ingresso hanno firmato un simpatico modulo con la dichiarazione di “scarico responsabilità” nell’eventualità peraltro non remota che stramazzassero al suolo durante i centoventi minuti intensivi di danza. Hanno altresì dichiarato di non essere sotto l’effetto di sostanze psicotrope e alcool (vero), di non avere assunto medicinali (falso) e di essere nelle idonee condizioni fisiche per affrontare la maratona danzante (assolutamente falso). Stonavano appena nel folto gruppo di donne presenti, tutte rigorosamente con la canotta verde fluo creata per l’occasione che le due stordite si erano dimenticate di ordinare per tempo. Il termine Master solitamente sta a indicare un livello avanzato e specialistico di una qualsiasi conoscenza, ma per le due danzanti amiche e’ stato come passare dalla scuola materna all’università senza passare da medie e liceo. Sono sopravvissute e alla fine e’ questo che conta, si sono un po’ vergognate ma comunque si sono divertite moltissimo, perché fare esperienze matte è cosa buona e giusta nonché saggia.
Di questa sudatissima esperienza si portano via la fatica, la compagnia, il dolore ai polpacci e le risate. Perché, come dice sempre Rolando al termine delle sue lezioni, “sorridete sempre che la vita è bella”

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E’ festa

Anche quest’anno, inesorabile come l’alternarsi delle stagioni e inevitabile come la rotazione terrestre, si è svolta la festa della scuola del nostro paese. A nulla sono servite macumbe e danze della pioggia celebrate per l’occasione da gruppi di studenti, genitori e immagino pure qualche insegnante. L’evento ha avuto luogo comunque, alle ore otto e trenta di un sabato mattina, con quella umidità che trasforma i capelli nel pelo del gatto Silvestro appena uscito dalla lavatrice. In un momento di slancio materno, debolezza e probabilmente scarsa capacità di intendere e di volere avevo incautamente scritto sulla chat del gruppo whatsapp dei genitori seconda C l’innocente frase “io ci sono” (che poi bisognerebbe sottolineare la pericolosità sociale delle chat dei gruppi di genitori, un luogo virtuale dove nessuno vorrebbe stare ma manca il coraggio per abbandonare), esempio vivente di come queste tre parole digitate in fila siano più vincolanti di “si, lo voglio” detto davanti a un altare. Il tema portante di quest’anno era “pane, riciclo ed energia”, che magari non sarà appassionante per bambini e ragazzi ma sicuramente importante e giusto da trattare. Nella teoria. Nella pratica invece, si è tradotto in una entusiasmante gita alla discaric…Piattaforma Ecologica (che ha tutto un altro suono, il significato purtroppo è lo stesso) e il coinvolgimento in una adrenalinica staffetta nella raccolta differenziata. Ho visto ragazzini con sguardi più interessati in Chiesa la domenica durante la lettura degli avvisi. Per lo svolgimento del gioco la sottoscritta (e altri sventurati/e come me) ha trasportato nella sua macchina per due giorni un sacco della spazzatura, che ha appestato l’abitacolo come non era riuscito nemmeno al primogenito dopo averci vomitato tre panini con la salamella e due porzioni di patatine al ritorno di una sagra. E lo dice una che sarebbe anche favorevole alle iniziative di aggregazione e educazione al di fuori delle quattro mura di una scuola -magari in una diversa fascia oraria- ed è incline per principio a tutte le buone prassi alternative per coinvolgere bambini e ragazzi. Alla fine di questa mattinata mi porto a casa, oltre al cattivo odore, una consapevolezza nuova: che le palettine da caffè vanno nel secco, la caffettiera nel vetro e che la mia confusione nella raccolta differenziata è decisamente preoccupante.

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Run like the wind

Mi stupisco sempre di come, in età adulta, ci si avvicini e appassioni a attività che nella nostra vita precedente abbiamo ignorato o tenuto fermamente lontano. Per una come me, ad esempio, che oggi ama la camminata e la corsa e ogni giovedì si sfinisce di Zumba, possiamo dire che di premesse non ce n’erano nemmeno l’ombra. Io, che ho trascorso le ore peggiori della mia carriera scolastica in palestra, terrorizzata dal salto della cavallina, in preda alle vertigini su quello strumento di tortura che è il quadro svedese, dal quale una volta al liceo mi rifiutai di scendere perché non volevo guardare giù, che giocavo a pallavolo sentendomi Mimì Ayuhara dentro e Hallo Spank fuori, che inventavo malesseri, malanni, lutti e sciagure pur di saltare l’ora di ginnastica. Sono sempre io che oggi non vedo l’ora di allacciarmi le scarpe da runner e uscire di casa, in compagnia del mio Ipod e della mia fatica. Che la corsa sia terapeutica non è una novità, fatta in compagnia diventa una seduta di gruppo e da soli una impagabile e rara occasione per aprire le finestre della mente e fare entrare un po’ di luce e di aria fresca. Camminando mi sento sempre al posto giusto, riesco finalmente a conoscere il paese dove vivo, le case nascoste, le persone -a volte bizzarre- che lo abitano. Mi piace vedere le signore affacciate alle finestre, curiosare nelle vite degli altri, ammirare un bel giardino con il cane fuori. Quando corro mi sembra di lasciare dietro di me i problemi, e se vado abbastanza veloce qualche volta restano indietro, o magari mi viene qualche buona idea per superarli. Se alla guida della macchina mi sento veloce, efficiente e alta, camminando ridimensiono le misure e le distanze e apprezzo di più il percorso. Sempre con la musica nelle orecchie e una playlist scombinatissima, che parte da Gianni Morandi per arrivare agli AC/DC, dalla Pausini ai Nirvana, passando dalla irrinunciabile nonché tamarra Zumbafitness, perché ogni emozione ha la sua colonna sonora. La mia personalissima ricerca empirica ha quindi evidenziato che quando corro, con i capelli sparati e senza trucco, con il sole o il freddo, da sola o in compagnia, sono notevolmente più felice e meno aggressiva, più serena e paziente, abbasso il valore della mia ribelle glicemia e -particolare niente affatto trascurabile- la taglia dei pantaloni (ma questo solo quando al ritorno non mi fermo a far colazione al bar).

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