Domande difficili

“Buona notte, tesoro”
“‘notte, mamma”
“Mamma?”
“Che c’è? Ci siamo appena salutati, in camera tua non manca niente, il gatto è sul piumone insieme a te… cosa vuoi?”
“Cosa vuol dire MILF?”
“Ehm..ecco..non ho capito la domanda”
“E’ semplice: voglio sapere cosa significa la parola milf. E’ inglese? Volevo chiederlo alla prof ma stava spiegando e non aveva tempo..”
“No no per carità non chiedere niente a scuola. Allora, in realtà è un acronimo..”
“So cos’è un acronimo, mamma, mi fai una testa così con la grammatica da quando sono nato. Voglio sapere solo cosa significa!”
“Allora, vediamo, diciamo che è un termine che vuole indicare una donna adulta, con dei figli, ancora carina”
“La nonna è una milf?”
“Oddio no, che non ti venga in mente di dirle una cosa del genere! Comunque è riferito a donne un po’ più giovani della nonna”
“Allora tu sei una milf, mamma?”
“Ma si può sapere dove hai sentito questa parola??”
“A scuola mamma, dove, sennò?”
“Da domani ti tengo a casa, facciamo homeschooling piuttosto”
“Mamma, perché te la prendi tanto?”
“Non me la prendo affatto, è che si è fatto tardi e domani ci alziamo presto. Quindi buonanotte e sogni d’oro.”
“Mamma?”
“Cosaaaa??”
“Per me sei carina come una milf”
Non credevo che lo avrei mai detto, ma era tutto più semplice quando per addormentarlo bastava un ciuccio e una strapazzata di coccole.

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Livello zero

Lo aspettavano da settimane, con l’entusiasmo euforico dei bambini in attesa di babbo natale. Hanno sistemato la famiglia altrove e sono riuscite a partecipare all’agognato master di Zumba, scritto, diretto e interpretato dal loro impareggiabile insegnante cubano. Loro sono le amiche di zumba, che si sono presentate al palazzetto una imbottita di tachipirina per una tenace e inopportuna influenza, l’altra con più oki che sangue nelle vene per contrastare l’infame dolore alla spalla tipico del trasporto borse della spesa su per le scale. All’ingresso hanno firmato un simpatico modulo con la dichiarazione di “scarico responsabilità” nell’eventualità peraltro non remota che stramazzassero al suolo durante i centoventi minuti intensivi di danza. Hanno altresì dichiarato di non essere sotto l’effetto di sostanze psicotrope e alcool (vero), di non avere assunto medicinali (falso) e di essere nelle idonee condizioni fisiche per affrontare la maratona danzante (assolutamente falso). Stonavano appena nel folto gruppo di donne presenti, tutte rigorosamente con la canotta verde fluo creata per l’occasione che le due stordite si erano dimenticate di ordinare per tempo. Il termine Master solitamente sta a indicare un livello avanzato e specialistico di una qualsiasi conoscenza, ma per le due danzanti amiche e’ stato come passare dalla scuola materna all’università senza passare da medie e liceo. Sono sopravvissute e alla fine e’ questo che conta, si sono un po’ vergognate ma comunque si sono divertite moltissimo, perché fare esperienze matte è cosa buona e giusta nonché saggia.
Di questa sudatissima esperienza si portano via la fatica, la compagnia, il dolore ai polpacci e le risate. Perché, come dice sempre Rolando al termine delle sue lezioni, “sorridete sempre che la vita è bella”

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E’ festa

Anche quest’anno, inesorabile come l’alternarsi delle stagioni e inevitabile come la rotazione terrestre, si è svolta la festa della scuola del nostro paese. A nulla sono servite macumbe e danze della pioggia celebrate per l’occasione da gruppi di studenti, genitori e immagino pure qualche insegnante. L’evento ha avuto luogo comunque, alle ore otto e trenta di un sabato mattina, con quella umidità che trasforma i capelli nel pelo del gatto Silvestro appena uscito dalla lavatrice. In un momento di slancio materno, debolezza e probabilmente scarsa capacità di intendere e di volere avevo incautamente scritto sulla chat del gruppo whatsapp dei genitori seconda C l’innocente frase “io ci sono” (che poi bisognerebbe sottolineare la pericolosità sociale delle chat dei gruppi di genitori, un luogo virtuale dove nessuno vorrebbe stare ma manca il coraggio per abbandonare), esempio vivente di come queste tre parole digitate in fila siano più vincolanti di “si, lo voglio” detto davanti a un altare. Il tema portante di quest’anno era “pane, riciclo ed energia”, che magari non sarà appassionante per bambini e ragazzi ma sicuramente importante e giusto da trattare. Nella teoria. Nella pratica invece, si è tradotto in una entusiasmante gita alla discaric…Piattaforma Ecologica (che ha tutto un altro suono, il significato purtroppo è lo stesso) e il coinvolgimento in una adrenalinica staffetta nella raccolta differenziata. Ho visto ragazzini con sguardi più interessati in Chiesa la domenica durante la lettura degli avvisi. Per lo svolgimento del gioco la sottoscritta (e altri sventurati/e come me) ha trasportato nella sua macchina per due giorni un sacco della spazzatura, che ha appestato l’abitacolo come non era riuscito nemmeno al primogenito dopo averci vomitato tre panini con la salamella e due porzioni di patatine al ritorno di una sagra. E lo dice una che sarebbe anche favorevole alle iniziative di aggregazione e educazione al di fuori delle quattro mura di una scuola -magari in una diversa fascia oraria- ed è incline per principio a tutte le buone prassi alternative per coinvolgere bambini e ragazzi. Alla fine di questa mattinata mi porto a casa, oltre al cattivo odore, una consapevolezza nuova: che le palettine da caffè vanno nel secco, la caffettiera nel vetro e che la mia confusione nella raccolta differenziata è decisamente preoccupante.

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Run like the wind

Mi stupisco sempre di come, in età adulta, ci si avvicini e appassioni a attività che nella nostra vita precedente abbiamo ignorato o tenuto fermamente lontano. Per una come me, ad esempio, che oggi ama la camminata e la corsa e ogni giovedì si sfinisce di Zumba, possiamo dire che di premesse non ce n’erano nemmeno l’ombra. Io, che ho trascorso le ore peggiori della mia carriera scolastica in palestra, terrorizzata dal salto della cavallina, in preda alle vertigini su quello strumento di tortura che è il quadro svedese, dal quale una volta al liceo mi rifiutai di scendere perché non volevo guardare giù, che giocavo a pallavolo sentendomi Mimì Ayuhara dentro e Hallo Spank fuori, che inventavo malesseri, malanni, lutti e sciagure pur di saltare l’ora di ginnastica. Sono sempre io che oggi non vedo l’ora di allacciarmi le scarpe da runner e uscire di casa, in compagnia del mio Ipod e della mia fatica. Che la corsa sia terapeutica non è una novità, fatta in compagnia diventa una seduta di gruppo e da soli una impagabile e rara occasione per aprire le finestre della mente e fare entrare un po’ di luce e di aria fresca. Camminando mi sento sempre al posto giusto, riesco finalmente a conoscere il paese dove vivo, le case nascoste, le persone -a volte bizzarre- che lo abitano. Mi piace vedere le signore affacciate alle finestre, curiosare nelle vite degli altri, ammirare un bel giardino con il cane fuori. Quando corro mi sembra di lasciare dietro di me i problemi, e se vado abbastanza veloce qualche volta restano indietro, o magari mi viene qualche buona idea per superarli. Se alla guida della macchina mi sento veloce, efficiente e alta, camminando ridimensiono le misure e le distanze e apprezzo di più il percorso. Sempre con la musica nelle orecchie e una playlist scombinatissima, che parte da Gianni Morandi per arrivare agli AC/DC, dalla Pausini ai Nirvana, passando dalla irrinunciabile nonché tamarra Zumbafitness, perché ogni emozione ha la sua colonna sonora. La mia personalissima ricerca empirica ha quindi evidenziato che quando corro, con i capelli sparati e senza trucco, con il sole o il freddo, da sola o in compagnia, sono notevolmente più felice e meno aggressiva, più serena e paziente, abbasso il valore della mia ribelle glicemia e -particolare niente affatto trascurabile- la taglia dei pantaloni (ma questo solo quando al ritorno non mi fermo a far colazione al bar).

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E’ rosso

Un sole splendente, la ricerca di un parcheggio, l’ora di riprendere figli, nipoti e vicini di casa da scuola per andare a mangiare. Le strade intorno all’edificio chiuse, con una iniziativa contestata ma tutto sommato positiva per i bambini che, almeno per quei dieci minuti, non devono camminare con il timore di essere travolti dal veloce automobilista di turno. Ho parcheggiato in una strada nei pressi della scuola, non lontana da un semaforo. Recuperate le bambine mi sono avviata alla macchina con le due fanciulle allegre e saltellanti che mi raccontavano come era andata la mattinata. Altri genitori e figli percorrevano la nostra stessa strada, mano nella mano. Arrivati sulla strada principale si è sentito un rumore assordante, che se non fossimo nel centro di un piccolo paese ricorderebbe il rombo dei circuiti di formula uno. Davanti a noi è sfrecciata a folle velocità una vecchia Peugeot, bassa e probabilmente taroccata, di quelle con le cinture Sparco da rallysta mancato, in gara con il semaforo per non prendere il rosso. Cosa che puntualmente è avvenuta e il novello Ayrton è stato costretto suo malgrado a fermarsi, con un gran stridore di freni. E a trovarsi letteralmente circondato da un gruppetto di madri inviperite che, con la dolcezza e la ragionevolezza tipica della leonessa a cui è stato strappato il cucciolo, gli hanno rinfrescato la memoria sul codice della strada e quello penale. Lui, il pilota, il coraggioso, non è riuscito nemmeno a trovare la forza necessaria a girare la manovella del finestrino ed è rimasto chiuso e zitto nel suo scatolino con le ruote, facendo probabilmente il conto alla rovescia per il verde. Ora, senza voler mettere in dubbio l’utilità degli autovelox, l’efficacia dei dossi, il buon lavoro dei vigili urbani: ecco, secondo me questo signore ci penserà due volte in futuro prima di schiacciare il pedale dell’acceleratore come se non ci fosse un domani.
Perché lo ha rischiato ieri, di non avere un domani.

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Nba

Si sa, al cuor non si comanda. E le passioni non si contengono, aggiungerei. La passione in questione si chiama pallacanestro, e ieri sera ha portato un ragazzino tifoso in un Forum gremito ad ammirare l’eccellenza e il mito americano, per l’occasione in trasferta nel nostro paese. Erano esattamente cinque mesi, dal giorno di apertura della prevendita dei biglietti, che l’aspirante cestista aspettava questo momento, con la trepidazione di solito riservata ai grandi eventi della vita. Si è riempito gli occhi di canestri impossibili e azioni stupefacenti, ha ammirato i giocatori del suo album di figurine in tutta la loro strabiliante altezza, si è privato dei suoi sudati risparmi – lui, che in famiglia e’ amorevolmente detto “il taccagno”- per acquistare maglietta e pallone della squadra d’oltre oceano. Ha lottato con le unghie e con i denti per aggiudicarsi gli autografi di questi altissimi signori. Ma soprattutto ha alimentato un sogno, il suo, in quel clima di tifo e di festa. Se quello che racconta un film in questo periodo molto discusso -inside out- fosse vero, direi che ieri sera mio figlio ha creato e archiviato un ricordo base che lo accompagnerà per tutta la vita. Il ricordo di una serata magica con di fianco il suo papà e davanti il futuro che vorrebbe. Il ricordo dell’attesa e l’emozione del primo canestro da tre. La condivisione di una passione che li accomuna e li avvicina, proprio adesso che il diventare grandi inevitabilmente un po’ li allontana. Uno spazio e un tempo tutto al maschile, per riequilibrare l’ingombrante presenza femminile che aspettava a casa mangiando la pizza sul divano.
E anche se questa mattina sbadiglierà durante l’ora di francese o si addormenterà sulla verifica di matematica, ne sarà comunque valsa la pena.

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Misure di vita

Ci sono giornate di lavoro piene di ore così faticose che sembrano non finire mai. Ore necessarie, allegate anche al lavoro più amato ma che ti avvolgono come un mantello pesante che avresti solo voglia di scrollarti di dosso. Ieri ho pensato a più riprese di cambiare direzione, ho ripetuto come un mantra “ma chi me lo ha fatto fare” e ho fantasticato di altri scenari possibili come stare a casa a preparare pasti sani e genuini che non fossero i consueti bastoncini e pasta al pesto, avere i vestiti lavati e stirati quando ne abbiamo bisogno, non recuperare il grembiule nero dalla cesta perché nel fine settimana mi sono dimenticata completamente della sua esistenza, sedermi paziente accanto a un figlio ribelle che non ha voglia di fare i compiti. Poi ho pensato che non è proprio il genere di vita della mia misura, sarebbe come cercare di entrare in un vestito che va stretto -cosa che purtroppo capita- e non mi si addice. Non perché valga meno la scelta, a volte obbligata altre intrapresa, di non lavorare fuori per lavorare dentro, ma perché so che dopo i primi entusiasmi mi stuferei di fare la pasta in casa, mollerei i panni da stirare per andare a fare una passeggiata, il mio shopping compulsivo prenderebbe una deriva preoccupante e la mia pazienza nei compiti si esaurirebbe alla terza pagina di corsivo maiuscolo.
Quindi mi tengo il mio amato lavoro e la cesta dei panni sporchi che fatica a chiudersi, i bastoncini e le corse contro il tempo, perché, nonostante tutto, è il vestito che mi sta meglio.

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Odio il lunedì

Dopo una notte frammentata e funestata da molteplici risvegli per brutti sogni, bicchieri d’acqua mancanti e improvvise quanto sospette dichiarazioni d’amore (“mamma,ti voglio tanto bene” “eh?mmm.. grazie ma torna a letto” “posso dormire nel lettone?” “No” “uffa”) il risveglio è arrivato puntuale e inesorabile e se possibile ancor più faticoso del solito perché contemplava anche la preparazione del pranzo per il primogenito, che dà il via oggi a una stagione di relativa autonomia. Sbrigate tutte le consuete e piacevoli attività mattutine abbiamo spalancato la porta di casa su una giornata fortunatamente piena di sole e una orrida testa di topino morto sul terrazzo, dono del nostro generoso quanto fondamentalista felino. Siamo saliti su una macchina completamente appannata dalla quale non si vedeva nulla e ho quindi acceso il riscaldamento al massimo nel tentativo di ripristinare la visibilità. Dopo circa dieci minuti nei quali la macchina si è trasformata in una serra e al posto della giacca avrei voluto avere un pareo mi sono accorta che il vetro era appannato fuori, non dentro, e sarebbe dunque bastato azionare il tergicristallo. Ma tant’è. Ormai sudata e già stanca sono ripartita per andare al lavoro, accorgendomi a metà strada di avere dimenticato computer, agenda e documenti. Con una inversione a u che neanche nelle migliori puntate di Supercar sono tornata indietro, ho scansato il topo, preso le mie cose e riacceso la macchina.
Ed è solo lunedì mattina.

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Persone belle

Il pomeriggio del sabato e’ di norma dedicato ai compiti e allo studio, così da girare pagina su una domenica di riposo assoluto o piacevoli attività.
Il sabato appena trascorso e’ stato un po’ diverso e ha visto il figlio grande e la più piccola affidati alla nonna e la mezzana uscire con la mamma. Che poi, piccola parentesi, ogni volta che devo lasciare i bambini mi sento come il contadino del famoso indovinello che deve trasportare lupo, pecora e cavolo dall’altra parte del fiume senza che nessuno mangi l’altro: bisogna prestare la massima attenzione a chi lasci incustodito e ci sono delle combinazioni (grande più piccola, per esempio) che portano solo guai. Comunque. La missione di ieri era andare a trovare una compagna di classe, da qualche giorno in ospedale, che ora sta meglio ma ha fatto prendere un bello spavento ai suoi genitori. Le due sono state molto felici di ritrovarsi perché, si sa, stare in ospedale è difficile per tutti, figuriamoci per un bambino. Non ci eravamo ancora tolte la giacca che qualcuno ha bussato timidamente alla porta e dopo un attimo hanno fatto capolino dei nasi rossi e un arcobaleno di colori. Gli occhi delle bambine di sono riempiti di stupore e meraviglia, grandi sorrisi sugli apparecchi ai denti. Loro erano cinque, quattro ragazze e un ragazzo, non più in là dei trent’anni. Buffi, colorati e dai nomi improbabili, hanno passato la mezz’ora seguente tra battute, scherzi e giochi. Hanno fatto ridere le bimbe e sorridere le mamme. Era-fortunatamente- da un po’ che non mi capitava di stare in ospedale con un bambino, ma me la ricordo molto bene la sensazione di smarrimento, la preoccupazione, la stanchezza infinita delle notti insonni e le giornate eterne. Conosco la paura di un bambino ricoverato, le medicine, gli esami e la normalità che è rimasta a casa con i suoi fratelli. Ma quei ragazzi, coi nasi rossi e le calze colorate, fanno molto di più che riempire qualche minuto di una giornata: per quella mezz’ora fanno dimenticare al bambino -e non solo- che quella stanza non è la sua stanza, il letto non è il suo e che no, non può scendere in giardino a giocare. Per quella mezz’ora sorridi e pensi che sono proprio matti, e nulla più. E mi è sembrato un regalo grande, quel tempo che immagino loro si tolgano per renderlo migliore ad altri.

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Materne mancanze

Si sono trovate da sole, in casa, per un’intera ora, dopo aver consegnato fratello e sorella alle rispettive attività pomeridiane. Si sono guardate complici, consapevoli della rarità dell’evento, che si verifica con la stessa frequenza della eclissi solare totale nel nostro emisfero. Ognuna di loro ha pregustato il tempo prezioso e immaginato come trascorrerlo. Nello specifico lei si è immaginata stravaccata sul divano con un tè al bergamotto e il bel libro che sta leggendo, a godersi il ticchettio della pioggia sulle finestre. La piccola però era di tutt’altra idea.
“Mamma, giochiamo alle bambole?”
Gelo. Sconforto cosmico. Come nei cartoni animati, da una parte l’angioletto che esorta a usare al meglio il poco tempo esclusivo con la figlia minore, dall’altra il diavoletto che incita a prendersi un po’ del meritato riposo. Tra i due litiganti, si sa, è il terzo a godere. Il terzo in questione è il senso di colpa, che se ne sta acquattato nelle retrovie per comparire sempre nel momento peggiore. Per un’ ora quindi la sala si è trasformata nello studio di dottoressa peluche, tutti i pupazzi di casa in fila sul divano, lo stetoscopio di plastica al collo della piccola, mentre la sventurata madre alternava il ruolo della signora maria (segretaria della dottoressa) a quello della proprietaria del dinosauro raffreddato.
Io sono sempre più convinta che mi manchi il gene materno del gioco, perché mi abbatto quando mi coinvolgono nelle avvincenti avventure amorose delle Barbie, vorrei nascondermi davanti a cicciobelli da imboccare e mi prende lo sconforto con le carte di Yu-Gi-Oh!. E, forse ancora più grave, detesto i giardinetti, gli scivoli e le altalene e tremo a sentire il coro di voci unite in un solo grido:“guardami, mamma!!” In compenso sono cintura nera di Super Mario e ho cinque stelle con Just dance. Chissà se basterà.

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