Caro Babbo Natale

“Glielo devi dire”
“Adesso? Di già? Ma è presto, io pensavo di aspettare ancora un po’”
“Scherzi? Hai già aspettato abbastanza. Più vai avanti a mentire e più ne soffrirà”
“Mentire… Che parola grossa e inappropriata, diciamo che abbellisco la realtà”
“Si invece, si chiama mentire. È una menzogna, una bugia, un altissimo tradimento”
“E poi? Delitto di lesa maestà? Pena di morte? Cerca di non essere così tragico per favore”
“Tragico? Mentire a un bambino E’ una tragedia, come fai a non capirlo? Solo io so cosa ho provato quando ti sei finalmente decisa a dirmi la verità, mi è caduto il mondo addosso e per qualche giorno non mi sono più fidato di te. Se ci ripenso mi viene ancora da piangere”
“Se ci penso io invece ti consiglio di lasciare il basket e iscriverti all’Accademia d’arte drammatica, chissà mai che prendi un Oscar”
“Ricordati quello che ha detto don Andrea a lezione, la verità vi renderà liberi”
“Ecco, siamo a posto. Prima l’attore e poi il profeta. Di’ al Don Andrea di venire lui, se vuole, a dire a tua sorella che Babbo Natale non esiste”
Siamo solo a metà ottobre, mancano ancora sessantacinque giorni a Natale ma negli scaffali dei supermercati spuntano già i primi pandori e a casa mia gli eterni interrogativi. Quando è giusto dire a un bambino che babbo natale non esiste? È meglio che a farlo sia il genitore imbroglione o l’amico sgamato fuori da scuola? Lo scorso anno ho scelto più o meno in questo periodo di svelare al mio primogenito, allora in prima media, la verità: non c’è nessun vecchietto pancione vestito di rosso che scende dal camino di casa la notte di Natale, nessuna renna a bere il latte che lasciamo nella ciotola sul terrazzo, le letterine scritte da quando è nato sono tutte nel mio cassetto del comodino e non sono mai arrivate al polo nord. La reazione, considerate le spiccate inclinazioni drammatiche del ragazzo, è stata emotivamente paragonabile a quella avuta alla notizia della morte di Pedro, l’amato criceto, per opera del felino predatore.
Mi sono trovata seduta in cucina a consolare un ragazzino tradito e amareggiato, che mi chiedeva conto di undici anni di menzogne e al quale ho dovuto spiegare che anche io sarei stata ben contenta di prendermi il merito di tutti quei regali, spesso cercati per mari e per monti pur di vederlo sorridente la mattina di Natale. Lo stesso ragazzino che ora invoca la verità per la sorella, affinché non patisca i suoi stessi tormenti (o forse proprio perché li patisca, chissà). Comunque sia a me dispiace farlo, anche se so che è necessario, perché mi sembra di togliere loro quella magia, quell’incanto che è difficile da trovare altrove. In quel drammatico pomeriggio, quando ho spazzato via la sua fiducia e mi sono sentita dire “ecco, adesso mi restano solo il coniglio pasquale e la Befana” e ho dovuto scopare fuori di casa anche le sue due ultime certezze, ho capito che in qualcosa di magico o alternativo bisogna per forza credere. Lui ha deciso per gli alieni, io ho scelto gli gnomi. Non sarà un granché, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
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