Di corsa verso la felicità

“Buona notte amore”
“Notte mamma”
“È stata una giornata felice questa?”
“Mmm.. La giornata non so, ma io sì che sono felice mamma”
“Oh, che cosa bella da sentire”
“Sai perché sono felice mamma? Oggi ho mangiato le lasagne e nessuna verdura, poi tu mi hai inseguito nel giardino della nonna ma ogni volta che stavi per prendermi io riuscivo a sfuggirti, poi però ti ho lasciata vincere e mi sono fatta prendere e tu mi hai fatto il solletico e mi rideva pure la pancia; mia sorella mi ha fatto usare la sua Barbie col vestito turchese da principessa che non mi fa toccare mai, ho fatto il bagno nella vasca invece che la doccia e quando mi hai asciugato i capelli ci siamo coccolate come due innamorati pazzi”
“Ma tu, piccola, cosa ne sai degli innamorati pazzi?”
“Ho visto la prima, la seconda e pure la terza stagione di Violetta, no?”
“Ah già, dimenticavo. Comunque sono contenta che tu sia felice tesoro. Adesso dormi però, che domani è lunedì”
“Mamma, ma io ho paura”
“Di cosa, cucciola?”
“Ho paura che la felicità vada via. Così, come è venuta, e io rimanga vuota”
“Caspita, hai ragione, è una paura grande. Allora dobbiamo fare qualcosa per tenercela stretta questa felicità”
“Ma se lei scappa comunque?”
“Se scappa le correremo dietro veloci, così la riprenderemo”
“Tu sei veloce mamma, vero? Fai anche zumba!”
“Ci provo, amore. E se non riusciamo a riprenderla ne troveremo un’altra. Ce n’è sempre, un’altra.”
“Promesso?”
“Promesso”

Mi sa che mi sono impegnata in qualcosa di grosso. Meglio che cominci ad allenarmi.

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Lui

Ieri mattina, complice la necessità di acquistare un regalo di compleanno per una compagna di classe di mio figlio “niente di compromettente, mamma, mi raccomando” “mi fai un esempio di dono compromettente?””vestiti, pigiami, collane e bracciali, libri””ah, grazie, ora è tutto più chiaro” ho deciso di santificare una festa sottovalutata e incompresa, il Black Friday. Al venerdì nero, per chi non lo sapesse, i negozi di ogni genere propongono prodotti scontatissimi che non sono i soliti fondi di magazzino propinati durante i saldi, in un periodo prenatalizio dove i prezzi misteriosamente di solito si impennano. Mi sono avventurata quindi nel gigantesco ipermercato, che di solito non frequento troppo perchè tutta quella scelta e offerta mi confonde e mi intristisce. Mentre vagavo tra un negozio e l’altro, incantata dallo scintillio di una gioielleria -che poi a me i gioielli neanche piacciono, ma tutta quella luce acceca e fa sognare- ho visto lui. Con uno sguardo blu, il sorriso irresistibile di chi conosce il suo potere incantatore, una mano appoggiata distrattamente sui radi capelli biondi e l’altra abbandonata lungo il fianco. Lui, perfetto nella sua tutina azzurra di ciniglia e semi sdraiato sul porta enfant come fosse un trono. Lui, un neonato. Ora, non so bene cosa accada alle altre donne (e men che meno agli uomini, anche se non sono certa che si accorgano della presenza di un lattante a meno che non sia sangue del loro sangue e viva sotto lo stesso tetto per un po’) ma so cosa succede a me all’istante: mi intenerisco, la voce si alza di un’ottava, sorrido e mi struggo nel ricordo della meraviglia di un minuscolo esserino che ti contempla estatico come i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. Mi crogiolo nel pensiero di quel corpicino morbido, del profumo di borotalco, la setosità della pelle. Un istinto atavico e primordiale mi fa sospirare davanti al miracolo della vita e avvertire pericolose punte di nostalgia. Finché. Finché la celestiale creatura non comincia a piangere. Già definirlo pianto è riduttivo e fuorviante, perché non ha niente in comune con quello che gli adulti associano all’azione del piangere. Per prima cosa non ci sono lacrime, ed è un suono profondo che viene da lontano, comincia sommesso e pian piano si innalza fino a toccare note che non si capisce come possano uscire da un essere tanto piccolo.
È come se una radiolina da viaggio amplificasse da sola la voce di Vasco Rossi in concerto a San Siro. In più, la particolarità del lamento è di essere carico di disperazione e tragedia e a volte non è così semplice capirne le ragioni e intervenire di conseguenza. Ha fame? Sete? Sonno? Paura? È furibondo perché non è più al sicuro nella pancia della sua mamma, non sente più il battito del suo cuore tutto intorno? Ha male? Le domande potrebbero andare avanti all’infinito e, quando il bambino è il tuo, si cercano tutte le risposte. Quando, come in questo caso, non lo è, sei libera di allontanarti velocemente dalla piccola fonte di rumore, infilarti in un bar a bere il caffè e ripulirti in un istante di quel rigurgito di nostalgia, mentre un’altra mamma si starà pulendo un rigurgito di latte dal cappotto nuovo.

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Tre è il numero perfetto

Io ho tre bambini, poco equamente divisi in due femmine e un maschio, che oltre a essere i miei figli sono anche -e soprattutto -fra di loro fratelli. Ho già avuto modo di raccontare come per me, figlia unica, l’esperienza della fratellanza sia difficile da decifrare e comprendere quanto la Stele di Rosetta. Io, cresciuta sola in un mondo di adulti, unica destinataria di coccole, attenzioni e colpe -perché quando ci sei solo tu il disordine non può averlo fatto nessun altro, il barattolo della Nutella svuotato e rimesso nell’armadietto della cucina è una tua inesorabile responsabilità e non puoi sperare di far passare sotto silenzio un tre in latino perché tua madre ricorda perfettamente che aspettavi l’esito della verifica e sarà la prima domanda al momento del rientro a casa. In assenza di altri figli diventi il destinatario unico di amore e aspettative, e le seconde talvolta possono soffocare il primo. Ma a casa nostra il problema non si pone, perché le responsabilità sono equamente distribuite “io non riordino, ha giocato lui””con la barbie fashion style e il salone di bellezza??””si, perché? dici sempre che non ci sono giochi da femmina o da maschio”; i colpevoli sono sempre chiari “chi ha mangiato la torta per il compleanno della zia?””ah, non guardare me, torno ora da pallacanestro, è stata sicuramente la piccola, sai quant’è golosa””la piccola è a scuola e tu hai la bocca piena di briciole”; la situazione scolastica completamente fuori controllo “hai studiato inglese?””io non dovevo studiare inglese, mamma, era mia sorella mentre è mio fratello che domani ha l’interrogazione. Io devo solo colorare, poi vado a giocare” salvo scoprire la sera che c’erano anche otto pagine di scienze da studiare abilmente occultate alla madre confusa. Il fattore numero risulta quindi assai favorevole per confondere le tracce e mimetizzarsi quando serve, mentre mostra le sue debolezze e criticità quando si tratta di ricevere tempo, attenzione e coccole. Dividere per tre un amore non è mai facile, soprattutto quando si è piccoli e la mamma è il tuo orizzonte affettivo più prossimo e desiderato. A casa nostra le voci spesso si accavallano, viene sentito prima chi urla di più o chi la combina più grossa, si misurano con precisione scientifica i momenti dedicati a uno o all’altra, si rivendica il tempo mancato e lo sguardo distratto. Non ho esperienza di poligamia, ma me la immagino simile: una fatica epica.
In ultima analisi devo ammettere che loro sono tre perché io ero una, e nelle mie intenzioni c’è di regalare ai miei figli un pezzo di famiglia che li accompagni tutta la vita, qualcuno che con loro porti il peso non sempre leggero dei ricordi, che condivida le radici, che conosca l’origine del tuo brutto carattere e sappia vedere quello che di bello tieni nascosto.
Per ora l’obiettivo è quanto meno lontano, quindi attendo che il maschio scopra fra qualche anno le gioie di avere delle giovani sorelle con tante amiche per casa -e viceversa immagino, avere un fratello più grande è sempre stato il mio sogno- o almeno riconoscano l’indubbio vantaggio di poter fare a turno per il Natale quando la mamma sarà una vecchietta rompiscatole e un po’ matta.

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Mezzogiorno di fuoco

Mezzogiorno, fuori dall’ambulatorio del veterinario, donna di corsa con un gatto nella sportina che emette suoni uditi prima solo nell’Esorcista, versione integrale. La donna parla col gatto, cercando di blandirlo con promesse di pappa e croccantini, il felino che coglie la menzogna nella voce di lei e passa le unghie sulle pareti della sua prigione come il gesso sulla lavagna o la forchetta sul piatto. Un signore elegante, dall’angolo, li osserva sorridendo. Lei incrocia lo sguardo di lui mentre si avvicina. “Posso dirle una cosa? In un’altra epoca una donna coi suoi capelli rossi che parla con un gatto nero l’avrebbero arsa viva su un rogo, lo sa?” afferma andandosene poi beffardo, lasciando gatto e donna senza parole.
Di nuovo dubbi e domande si affollano nella mia mente, di nuovo sarei grata se qualcuno provasse con me a fare luce:

1. il signore aspirante storico era forse parente prossimo dello psicopatico al supermercato?
2. Era Satana in persona?
3. Ho scritto forse in fronte o appiccicato sulla schiena “matti, venite a me?”

E meno male che oggi sono di buon umore, va.

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Capita

Capita a volte, forse troppo poche ma chissà, di aprire gli occhi su un giorno nuovo sentendosi così.
Felice come quando l’alba ti aspetta metà rosa e metà arancione, che se sei in macchina devi fermarti per guardarla meglio; felice come quando fai una corsa lunga e veloce e bevi avidamente acqua fresca dalla fontanella in cima alla pista ciclabile; felice come quando scopri che i tuoi jeans adorati si chiudono senza dover tirare indietro la pancia e trattenere il fiato; felice come quando mangi un cioccolatino rosso rotondo, che si scioglie sulla lingua e anche un po’ nel cuore; felice come dopo una giornata faticosissima, quando finalmente scivoli dentro un letto caldo e con le lenzuola pulite; felice come quando al bar ti fanno un cappuccino con una schiuma buonissima e come quando arriva un messaggio inaspettato; felice come quando ti svegli la notte ma ti accorgi che hai ancora tante ore di sonno; felice come in una domenica con il sole e il pranzo pronto; felice come quando qualcuno ti dice “siediti, che ci penso io”, o come quando il maglione verde che osservavi desiderosa dalla vetrina è al cinquanta per cento di sconto.

Felice così, senza un motivo o forse sì.

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25 novembre

Oggi, nella giornata contro la violenza sulle donne, ho trascorso la mattina con un gruppo di persone. Sei donne che hanno vissuto la violenza, chi per anni e chi per una volta, chi davanti ai figli e chi da sola, tutte accomunate dal coraggio di avere detto basta. Con loro anche un uomo, che ha sbagliato e riparato, ed è rimasto seduto a raccontare la sua esperienza.
La violenza narrata dal punto di vista della donna quando la subisce, quando da figlia ne è spettatrice, quando decide che può dire basta.
Di questa mattina mi porto soprattutto questo, che il tempo del basta può essere uno solo: subito.

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Di amore e capelli rossi

Fuori un freddo buio e pungente, dentro un lettone di femmine, in pigiama, strette sotto un piumone a vedere sul computer della mamma un cartone animato con protagonista un bracchetto, che ha segnato l’infanzia della più grande desiderosa ora di contagiare le figlie con lo stesso entusiasmo.
Durante la visione risate, massaggi, grattini. E domande.
“Mamma, che bello Charlie Brown”
“Bello?”
“Si, bello per come ama la ragazzina dai capelli rossi”
“Beh, è un amore un po’ tormentato, non credi?”
“Ma ti immagini? Uno ti vede e.. zac! Fulminato! Da subito ti ama e pensa a te e fa di tutto per stare insieme”
“Ma lui è imbranato: perché non glielo dice subito che è innamorato?”
“Oh piccola, non è così semplice, forse ha paura di non essere ricambiato”
“Impossibile. Come si fa a non amare chi ti ama così tanto?”
“Guarda che succede. Tutte quelle puntate di Violetta non ti hanno insegnato niente?”
“Io non prenderei quella serie tv come esempio e guida nelle relazioni amorose, tesoro”
“E allora racconta tu, mamma. Sei mai stata la ragazzina dai capelli rossi per qualcuno?”

Già mamma, racconta tu. Io non lo so se sia mai stata la ragazzina dai capelli rossi per qualcuno, quella da ammirare da lontano sospirando, pensare la sera prima di dormire e la mattina quando ti svegli, che ti fa andare a scuola felice perché è lì che la vedrai. Quella per cui prendi un gran respiro prima di parlare e poi non parli, che ti fa sembrare il mondo un posto un po’ più colorato e caldo. Ecco, io non lo so. Diciamo che lo spero. E da ieri sera non faccio che domandarmelo.

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In fila

Arriva con il sole, con la pioggia e con la neve. Arranca in inverno quando la salita è ghiacciata, ritarda quando il traffico è più caotico del previsto. Ma ogni mattina dal lunedì al venerdì, da settembre a giugno, alle ore sette e trentacinque lo scuolabus giallo fa la sua comparsa all’orizzonte, preceduto dall’urlo del primo bambino della fila che con uno squillante “puuulminoooo!!” avverte i suoi compagni di merende che è ora di dare l’ultimo bacio alla mamma prima di salire a bordo. La fila indiana di under dieci si snoda ordinata lungo il marciapiede, ogni bambino accompagnato dal genitore di turno, sempre gli stessi giorno dopo giorno. Ci si conosce da anni e insieme si condivide l’attesa e l’ombrello quando piove, ci si accorda sui recuperi pomeridiani, si saluta la mamma truccata e pettinata che sai deve scappare al lavoro e quella che sotto la giacca ha ancora il pigiama perché le albe e i risvegli di una casa con bambini possono essere momenti faticosi. Tra i bambini con la cartella sulle spalle qualcuno sbadiglia, un altro ripassa le note della canzone di Giovannino per il saggio di flauto, l’ultima della fila litiga con la sorella per scambiarsi di posto. L’arrivo del pulmino giallo, che con i suoi abitanti sembra uscito direttamente da una puntata dei Simpson, dà il via a una girandola di baci e saluti, di raccomandazioni e sorrisi dietro al vetro già appannato. E la giornata può finalmente cominciare.

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Romanticamente in due

La domenica è un giorno strano, fatto di ore pigre che scivolano come biglie su un piano inclinato verso l’inizio della nuova settimana. Quella appena trascorsa è cominciata con un’epica ma prevista e meritata sconfitta nell’under tredici di pallacanestro, contro la squadra più forte di tutte. Il pomeriggio è stato il contenitore di un’idea che da un po’ prendeva forma e che ieri è diventata reale, ossia trascorrere del tempo buono e esclusivo con un figlio alla volta, facendo qualcosa di bello, divertente e soprattutto in coppia e non in truppa. La prescelta a cominciare è stata la piccola è così, con l’aiuto della nonna che ha tenuto a bada i due maggiori, mamma e figlia si sono trovate finalmente sole sotto un cielo così azzurro che non ha bisogno di filtri per farti bene al cuore e un vento freddissimo che scompigliava i capelli tutt’intorno la testa. Si sono divise una tazza di cioccolata fumante in un tavolino stretto di una pasticceria antica, un cucchiaino alla volta e soffiandoci su per non scottarsi la lingua. Sono uscite di corsa per non arrivare in ritardo e si sono sedute in un teatro buio, vicine vicine e tenendosi la mano come due innamorati da poco che non riescono a smettere di sfiorarsi e sorridere. Hanno visto uno spettacolo bellissimo (Progetto Zattera Teatro Varese, per chi volesse) e hanno riso di storie, burattini e canzoni. Hanno ammirato un giovane ragazzo che viene da un paese lontano ma non troppo, che ha trasformato due stampelle in un paio d’ali e sfida i pregiudizi, la sorte e la forza di gravità con delle spettacolari evoluzioni. Hanno applaudito e sorriso durante e dopo, e sono uscite in un pomeriggio ormai buio con i mignoli intrecciati, nella solenne promessa di rifare presto un’altra fuga romantica.

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Segreti e ragù

È quasi sera, lei è avvolta in un accappatoio di spiderman ereditato dal fratello maggiore, ché quando sei la terzogenita non puoi aspirare a possedere nulla di nuovo, se non forse le mutande. Accendo il phon per asciugarle i capelli e subito lo devo spegnere.

“Mamma, ho un segreto”
“Davvero piccola?”
“Tu sei curiosa?”
“Mmm.. Curiosa? Beh, si tesoro, i segreti incuriosiscono sempre”
“Quindi vuoi che io te lo dica?”
“Tu hai voglia di raccontarmelo?”
“Non rispondere a una domanda con un’altra domanda, per favore, sai che mi innervosisce”
“Caspita, che caratteraccio. Da chi l’hai preso? Da me no di sicuro”
“Mamma, io e te ci somigliamo più di quanto tu non creda”
“La tua bravura nella coniugazione dei verbi talvolta è inquietante, piccina”
“L’avrò presa da te insieme al caratteraccio. A proposito, ma tu hai dei segreti per me? Qualcosa che mi tieni nascosto?”
“Ecco.. vediamo.. Diciamo che cerco di dirti sempre la verità”
“Significa che quando non ci riesci mi dici le bugie?”
“No, significa che magari non ti dico qual è il tuo regalo di compleanno perché voglio sia una sorpresa”
“Ah, va bene. Comunque, lo vuoi sapere si o no il mio segreto? Se no chiamo la nonna e lo racconto a lei”
“No no, ci mancherebbe. Sono pronta e attenta amore, dimmi tutto”
“Allora devi sapere che.. Aspetta! Cosa c’è per cena?”
“Per cena? Cosa c’entra? Comunque c’è il passato di verdura. Coraggio, adesso sono curiosissima: racconta tutto alla mamma”
“Facciamo così: tu mi fai mangiare la pasta al ragù invece che il passato e te lo dico”
“Cosa??? Scherzi? Non se ne parla nemmeno!”
“D’accordo. Telefono alla nonna allora”

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