Lui

Ieri mattina, complice la necessità di acquistare un regalo di compleanno per una compagna di classe di mio figlio “niente di compromettente, mamma, mi raccomando” “mi fai un esempio di dono compromettente?””vestiti, pigiami, collane e bracciali, libri””ah, grazie, ora è tutto più chiaro” ho deciso di santificare una festa sottovalutata e incompresa, il Black Friday. Al venerdì nero, per chi non lo sapesse, i negozi di ogni genere propongono prodotti scontatissimi che non sono i soliti fondi di magazzino propinati durante i saldi, in un periodo prenatalizio dove i prezzi misteriosamente di solito si impennano. Mi sono avventurata quindi nel gigantesco ipermercato, che di solito non frequento troppo perchè tutta quella scelta e offerta mi confonde e mi intristisce. Mentre vagavo tra un negozio e l’altro, incantata dallo scintillio di una gioielleria -che poi a me i gioielli neanche piacciono, ma tutta quella luce acceca e fa sognare- ho visto lui. Con uno sguardo blu, il sorriso irresistibile di chi conosce il suo potere incantatore, una mano appoggiata distrattamente sui radi capelli biondi e l’altra abbandonata lungo il fianco. Lui, perfetto nella sua tutina azzurra di ciniglia e semi sdraiato sul porta enfant come fosse un trono. Lui, un neonato. Ora, non so bene cosa accada alle altre donne (e men che meno agli uomini, anche se non sono certa che si accorgano della presenza di un lattante a meno che non sia sangue del loro sangue e viva sotto lo stesso tetto per un po’) ma so cosa succede a me all’istante: mi intenerisco, la voce si alza di un’ottava, sorrido e mi struggo nel ricordo della meraviglia di un minuscolo esserino che ti contempla estatico come i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. Mi crogiolo nel pensiero di quel corpicino morbido, del profumo di borotalco, la setosità della pelle. Un istinto atavico e primordiale mi fa sospirare davanti al miracolo della vita e avvertire pericolose punte di nostalgia. Finché. Finché la celestiale creatura non comincia a piangere. Già definirlo pianto è riduttivo e fuorviante, perché non ha niente in comune con quello che gli adulti associano all’azione del piangere. Per prima cosa non ci sono lacrime, ed è un suono profondo che viene da lontano, comincia sommesso e pian piano si innalza fino a toccare note che non si capisce come possano uscire da un essere tanto piccolo.
È come se una radiolina da viaggio amplificasse da sola la voce di Vasco Rossi in concerto a San Siro. In più, la particolarità del lamento è di essere carico di disperazione e tragedia e a volte non è così semplice capirne le ragioni e intervenire di conseguenza. Ha fame? Sete? Sonno? Paura? È furibondo perché non è più al sicuro nella pancia della sua mamma, non sente più il battito del suo cuore tutto intorno? Ha male? Le domande potrebbero andare avanti all’infinito e, quando il bambino è il tuo, si cercano tutte le risposte. Quando, come in questo caso, non lo è, sei libera di allontanarti velocemente dalla piccola fonte di rumore, infilarti in un bar a bere il caffè e ripulirti in un istante di quel rigurgito di nostalgia, mentre un’altra mamma si starà pulendo un rigurgito di latte dal cappotto nuovo.

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...