La mezzana é partita stamattina per il campeggio dell’oratorio, destinazione Valgrisenche.
Per la prima volta in versione animatrice, responsabile dunque di creature innocenti. Nello zaino, insieme a borracce e ramponi, un completo da vichinga.
All’inizio é stato poco più che un sussurro, un sommesso mormorio in cucina, dopo pranzo. Col rumore della lavastoviglie che partiva e del gatto che miagolava per la pappa, credevo di avere sentito male.
La seconda volta il tono di voce era più alto, l’espressione più decisa, il verbo ancora al condizionale, un timido vorrei.
S’é capito quindi che il pensiero era diventato idea.
E per passare da idea a progetto ci sta in mezzo il non ho ancora il passaporto, non parlo la lingua, caspita é lontano, é un tempo lungo, cosa si mangia lì?
A ogni risposta un mattone in più, e alla fine il progetto é rimasto in piedi, saldo.
Da qualche giorno il primogenito é sbarcato in Ecuador.
In un paesino sulle Ande, sotto un vulcano, con poco spagnolo ma tanta voglia di imparare.
Accolto da braccia amiche, ha respirato una diversa altitudine, assaggiato cibi nuovi e buonissimi, conosciuto le persone con cui trascorrerà un mese della sua estate.
Tutti gli sorridono, soprattutto i tanti bambini del centro con cui passerà le giornate. Loro gli insegneranno la lingua, lui si metterà a disposizione con ciò che sa fare e imparerà il resto.
É proprio vero che i figli devono poter andare così lontano, dove non riusciamo a vederli. Pure a diecimila chilometri di distanza.
Meno male che ci sono le videochiamate su whatsapp.
Cara piccola, che piccola non sei più. Che ogni mattina indossi la maglietta azzurra con la scritta dietro, leghi i capelli in una lunga coda e inforchi un paio di buffi occhiali rossi di un tuo amico. Che arrivi zoppicando -ma senza più stampelle- all’oratorio dove ti godi la parte migliore del karma: non più animata ma animatrice. Proprio tu, che a casa semini oggetti, cibo e scarpe, nel salone della parrocchia apparecchi e sparecchi per duecento. Che accompagni pazientemente i bambini in chiesa per la preghiera, alla fontanella per bere, all’ingresso dove li aspetta la mamma. Tu che sei quella grande, condizione che a casa capita raramente. Tu che sei il mio fuoco d’artificio, pronto ad esplodere anche senza accendino alcuno: a volte per la rabbia, altre per l’entusiasmo. Tu che ci abbracci solo quando ne hai voglia, un po’ come gatto Matisse. Che hai un talento olimpionico nel prendere l’altro per sfinimento, soprattutto se l’altra sono io. Che sai fare i salti mortali sopravvivendo, sei felice con una carbonara col guanciale e ami le unghie sobrie, lunghe e con gli Swarovski. Che a volte ti vorresti diversa da come sei, e io ti regalerei i miei occhi per vederti splendida. Tu che, come solo i grandi amori sanno fare, mi spingi a essere ogni giorno migliore. Quindici anni. Buon compleanno, mia Bianca. Che piccola per il mondo non sei più, ma per me ancora sì. La tua mamma
“Ciao mamma tutto benissimo, arrivati a Cesenatico in orario e già fatto allenamento pre gara. Ti volevo solo dire che ti voglio tanto bene”
“Piccola? Che sta succedendo? Perché mi dici che mi vuoi bene così, a tradimento?”
“Ma niente di grave mami stai serena, andiamo al pronto soccorso ma non sono da sola quindi poi ti faranno sapere. Baci baci”
“Cosa???”
La piccola sabato é partita baldanzosa con la sua seconda famiglia, la squadra di ginnastica acrobatica, per la ridente Cesenatico, mecca delle gare estive.
Sulla testa lo chignon d’ordinanza fermato col mastice, in borsa un body da gara non suo ma grazie al cielo prestato e tanta voglia di divertirsi e mangiare piadine.
Dopo un maldestro atterraggio da un “semplice mortale”, come lo ha definito uno dei suoi maestri, il suo ginocchio s’é arreso malamente all’impatto.
Accompagnata dall’allenatore preferito e dalla mamma di un altro atleta ma amica mia che Dio la benedica, é stata ospite del pronto soccorso di Cesenatico prima e del reparto di ortopedia di Cesena poi.
Non ha potuto gareggiare ma s’é comunque portata a casa una medaglia.
Stamattina si é presentata quasi puntuale al primo giorno di oratorio.
Dice che le stampelle la aiuteranno nella gestione dei bambini più indisciplinati.
Le famiglie sono luoghi abitati da grandi complessità.
Ci convivono moltitudini, ogni individuo é un mondo a sé il più delle volte compatibile come Marte e Venere.
E se é vero che ogni famiglia infelice é infelice a modo suo, caro Tolstoj, non potevi sapere che drammi si sarebbero poi consumati con il caricatore del cellulare. Un dramma vero, che mette a rischio anche il più felice dei nuclei, che incrina i sorrisi tirati della famiglia del Mulino Bianco.
Pur possedendone uno -o più- a testa, pur avendone lasciati alcuni nei punti strategici della casa, ogni giorno riecheggia per i corridoi l’accusatorio grido “chi ha preso il mio caricatore?”
Ci si litiga di meno l’ultima fetta di torta, il trancio di pizza rimasto, le monetine nel mio portafoglio per la merenda di scuola.
Il fidanzato, l’uomo più generoso che conosco, che donerebbe un rene senza esitazione alcuna, é capace di chiamare il Ris di Parma per la rilevazione delle impronte digitali.
Fatica evitabile, tra l’altro, perché quando sparisce qualsiasi cosa é sempre la mezzana.
Nel mentre, acquistiamo nuovi caricatori, con una obsolescenza programmata di un paio di giorni.
Il primogenito organizza un’estate lontana, legge Sartre e si allena indefesso in palestra.
Trova il tempo di studiare, considerati i risultati, anche se non saprei dire quando.
La mezzana é a Trento, al festival dell’economia. É in gita scolastica, ascolta parlare premi Nobel e manda foto di spritz pomeridiani in piazzetta.
A giudicare come fa la cresta sulla spesa, l’economia sarà il suo futuro.
Il fidanzato é partito per l’ennesimo cammino, in compagnia degli amici storici, lo zaino nuovo e il suo personalissimo richiamo della foresta, l’esplorazione.
Io finisco di parlare di educazione e diritti a Torino e corro a portare la piccola al saggio annuale di ginnastica acrobatica, cantando con lei canzoni tamarre in macchina.
A volte bisogna stare in tanti posti diversi, per poter dire di essere in quello giusto.
che mi stai accanto fedele da quelle prime due linee sbiadite su un test di gravidanza.
Che eri lì durante le visite, ai controlli, in sala parto e appena tornati a casa con quel fagottino urlante. La prima, la seconda e la terza volta. Ne avrei fatto anche a meno, in fondo ero abbastanza esperta ma tu no, irremovibile al mio fianco.
Nei primi incerti anni, quando la febbre era troppo alta, il pianto inconsolabile, il malessere inspiegabile. Quando uno dei figli cadeva e tornava piangente e sanguinante, ogni volta che li ho persi di vista e ho pensato di non ritrovarli più, mentre erano solo nascosti sotto una sdraio in spiaggia, nell’altra corsia del supermercato, dentro della cameretta.
Quando passava un’ambulanza, e io correvo ad accertarmi che fossero tutti e tre nei dintorni. Le sere in cui rientravano tardi, coi cellulari spenti.
Tutte le volte che apro il registro elettronico e temo di trovare una insufficienza, o sono a bordo campo durante una gara o una partita, oppure a fianco del primogenito nelle guide prima della patente.
Quando partono per un viaggio da soli, quando trovo le sigarette sotto il letto, quando osservo per capire in che direzione sta andando la loro vita.
In tutto questo non sono mai sola.
Tu, cara ansia, sei sempre con me.
Dopo quasi vent’anni, forse sarebbe il caso di frequentarsi un po’ di meno. Di prendersi una pausa di riflessone. Ti chiamo io, quando me la sento.
Intanto, anche a te che sempre mi hai accompagnata, buona festa della mamma
Arriva il giorno in cui, dopo anni di cura, abnegazione, sacrificio, impegno, entusiasmo per le nuove scoperte, preoccupazioni per dolori e difficoltà, pazienti attese, abbracci di consolazione, pacche vigorose sulle spalle di incoraggiamento, esortazioni, ricatti, minacce, persuasione, commozione, autorevolezza, autorità, sonno mancato, tornei di minivolley, code dal dentista, pediatra, osteopata, dermatologo, nutrizionista, otorino, ortopedico, oculista e più o meno tutte le branche della medicina, recuperi notturni fuori dalla discoteca, accompagnamenti all’alba per le gite scolastiche, varie ed eventuali, accade.
La persona che hai di fronte e che ora guardi alzando lo sguardo, anziché accucciarsi per vedere il mondo dalla sua altezza, diventa adulta.
La asimmetria del rapporto genitore figlio si mitiga, sfuma, si confonde nel riconoscimento del passaggio di grado e di consegne.
Davanti non hai più l’abbozzo di un ragazzino o una ragazzina, ma le linee decise di un uomo o una donna.
O almeno così raccontano, qui hanno appena arbitrato una gara di rutti.