Una profumata felicità

Una mattina di sole, in una piccola piazza quadrata con un campanile al centro. Le case colorate a fare cornice, in un salotto a cielo aperto con sedie e tavolini sparsi tra gli alberi.
Una mamma, un ragazzino e due bambine. Seduti a fare colazione con le giacche appese alle sedie.
Il sole scalda facce sorridenti, ché a quest’ora si dovrebbe essere a scuola o al lavoro.
E invece loro sono lì, in quell’altrove festoso, con le brioches appena sfornate e un cappuccino buonissimo. Sono lì con le briciole sul naso, con gli occhi strizzati per il sole, a dire di parole che finiscono in esse, a ridere di ricordi e progettare l’oggi o al massimo il domani. Sono lì in quell’attimo, un avvolgente presente. Sono lì a farsi scaldare il viso e anche un po’ il cuore.
La felicità può essere così banalmente semplice che se non stai bene attento non ti accorgi nemmeno che c’è.
È come un olio essenziale: ne basta una goccia per profumare di nuovo la vita.

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Lost in Barcellona

“Io non resto qui dentro un minuto di più, chiaro? E se cade giù tutto?”

“Piccola ascolta, non cadrà nulla, siamo al sicuro. È una basilica, mica una grotta. Dai, vieni a vedere che bella”

“Scherzi? Mai. C’è pure una gru. Torniamo quando è finita, che è meglio”
“El rei de la màgia! El rei de la màgia!! Mamma, grazie. Sei la migliore. Oggi voglio bene perfino alle mie sorelle, va. Ancora non ci credo: El rei de la màgia!!”
“Guarda che belli mamma, i disegni di Picasso da piccolo!”

“Ehm.. No tesoro. Hai sentito l’audio guida? Li ha fatti da adulto, è un periodo della sua pittura”

“Ah, capisco. Quanto hai pagato per entrare?”

“Non fare la spiritosa. Piuttosto guarda qui: ha dipinto sua madre, visto che bravo? La sua mamma!”

“Anche io all’asilo ti ho dipinta, non ti ricordi?”

“Certo che ricordo. Mi hai disegnata in un bar pieno di bottiglie e hai raccontato alla maestra che passavo il mio tempo lì. Proprio io che sono astemia”

Barcellona è una città meravigliosa con una moltitudine di luoghi da visitare. Il nostro tour prosegue leggermente al di fuori delle rotte classiche.
La piccola che si rifiuta di entrare nella basilica, il grande che oltre allo stadio ambiva solo a fare acquisti in un famoso negozio di illusionismo, la mezzana trasformata per l’occasione in critico d’arte.
E la mamma con la cartina in mano che cerca orientamento, metro e strade.
Insomma, qui ci si diverte come matti.

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In trasferta

“Io voglio vedere lo stadio. Sarà mitico”

“Neanche per idea. Andiamo allo zoo. Ci sono gli scimpanzé, così quello stolto di mio fratello trova compagnia”

“Niente zoo. Lo sai che gli animali soffrono. Si va al mare!”

L’aereo è atterrato da pochi minuti e non si sono ancora slacciati le cinture di sicurezza, ma già litigano. Il volo è andato bene, come si suol dire. Il grande ha finto indifferenza e coraggio ma ha studiato compulsivamente il pieghevole sulla sicurezza aerea imparando come usare una maschera di ossigeno. La mezzana ha cercato di farsi comprare qualunque cosa del conveniente catalogo “bistro & boutique”, la piccola ha stretto amicizia con Ignacìo, aitante steward che grazie a lei ha arricchito notevolmente il suo bagaglio linguistico.
La penisola iberica ha accolto in una bella mattina di sole una mamma con le occhiaie, che mesi fa in un momento di euforia ha pensato bene di prenotare un volo all’alba per avere più tempo.
I tre sono dunque sbarcati in forma smagliante, mentre io mi sarei fatta qualche altra ora di volo pur di riposare un po’.
La piccola ha sorriso a tutti ripetendo “hola” con l’entusiasmo del turista già integrato, il grande ha vaneggiato di tour allo stadio per toccare l’erba che accoglie i piedi della fortissima squadra. La mezzana, incurante della stagione, si è portata un paio di infradito perché dove c’è il mare c’è la spiaggia.
Per i prossimi cinque giorni saremo qui in trasferta, ospiti di una città con una cultura millenaria, un’eccentrica basilica ancora da terminare, mercati, mostre e musei. Oltre ovviamente allo stadio, l’acquario e lo zoo.

Io, loro e la Lonely Planet.
Hola!

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Vuoi essere mia amica?

“Ti piace il nome Serena, mamma?”

“Si piccola, molto. La mia amica del cuore alle scuole elementari si chiamava proprio così”

“Amica del cuore? E perché noi non l’abbiamo mai vista?

“Beh, sono passati tanti anni e abita in un altro paese”

“Insomma, ti ha scaricata”

“Sei sempre gentile tu, vero? La preadolescenza ti ha regalato anche questa squisita delicatezza. Comunque no, non mi ha scaricata, anche se..”

“Anche se??”

“Anche se ho dovuto combattere per tutto il tempo con la sua perfida cugina, che aveva la nostra età e voleva essere la sua amica del cuore. Lei passava con Serena molto più tempo e io ero gelosa”

“Che storia triste mother. Sei sola e senza amici”

“Ha parlato l’anima della compagnia. Di amici ne ho eccome, sono molto fortunata”

“Ah, gli amici di Facebook?”

“No tesoro, gli amici veri sono quelli delle passeggiate, le telefonate e i cappuccini. Dello shopping coi saldi, le chiacchiere davanti alla pizza e gli abbracci quando sei triste”

“Ricapitolando: scaricata da Serena, tutti quelli su Facebook che non sono amici. Ah, che vita difficile, mother. Mi dispiace”

“Mamma non ascoltarlo che è un puzzone. Facciamo così: la piccola e io saremo le tue amiche del cuore e staremo sempre insieme! Andiamo a fare shopping, domani?”

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Buoni consigli

Tutti seduti nella sala d’aspetto, le sedie di plastica blu ordinate contro le pareti dipinte di fresco.

“Su, stai buono che non succede niente. Il dottore ti visita senza farti male, lo sai”

“Ma che carino, quanto ha?”

“A maggio fa i due anni”

“Ma davvero! Sembra più grande! Il mio ne ha tre e sono quasi alti uguali”

“Il suo com’è?”

“Monello. Molto monello. Mi fa disperare. Però sono contenta che mi dorme tutta notte”

“Anche il mio”

“Beate voi! Non potete capire, la mia la notte ha sempre fame, non riesco a darle il ritmo giusto. La mattina son distrutta. La dottoressa ha detto che le femmine fanno così”

“Ha provato con la camomilla? Io l’ho data al mio all’inizio, appena è arrivato a casa, e ha funzionato. Basta non esagerare”

“Dice? Proverò. Però che meraviglia, guarda che occhi magnetici”

“Grazie, anche la sua è bellissima. Col mangiare come va?”

“Ma, insomma. È molto selettiva, vuole sempre le stesse cose. E dire che ho provato a farle assaggiare di tutto”

“Ah, ma son tutti così! Stia tranquilla che non muoiono di fame. Come diceva sempre mia nonna, quando hanno appetito arrivano!”

Altro che la sala d’aspetto del pediatra. È in quella del veterinario che si apprendono trucchi, segreti e misteri della genitorialità.

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Piccole donne (crescono)

Il venerdì pomeriggio, ogni tre settimane, è mio il turno andata e ritorno del gruppo catechismo della quinta elementare. Tre bambine, a volte quattro, cinque con la piccola che non c’entra ma accompagna. Punto di ritrovo un supermercato ormai chiuso, equidistante dalle abitazioni di tutte.
Una dopo l’altra le giovani fanciulle arrivano, la cartelletta in una mano, l’altra alzata al cielo come saluto per la mamma, che le osserva da lontano. Sono troppo grandi per essere accompagnate e troppo piccole per essere lasciate sole.
È il periodo dei saluti a distanza, degli sguardi che seguono, del rientro a casa con le braccia conserte e il pensiero che si, magari la prossima volta può arrivare fin qui da sola.
È il tempo delle contraddizioni, di un corpo quasi grande ma un pensiero ancora bambino, che ti fa ascoltare la musica da adolescenti e guardare i cartoni animati quando nessuno ti vede. Loro sono allegre e sorridenti, lontane ancora per poco da malumori e montagne russe.
Qualcuna è già alta come la sua mamma, altre no ma si incomincia a indovinare le donne che saranno, come uno schizzo a matita prima del colore di un quadro. Gli elastici colorati nei capelli, orecchini luminosi ai lobi.
I capelli lunghi, le parole in codice, i gesti aggraziati. Le piccole imperfezioni della pelle, primo segnale di una infanzia che sta per terminare. Le parole, tante, continue, diverse.

“Senti che bella canzone questa!”

“Ha vinto Sanremo. Giovani proposte. L’ha scritta un tizio che abita qui”

“Si, e andava a scuola con mio zio”

“E noi ora l’ascoltiamo. Tutto torna”

“Già. È come un cerchio. Nella vita tutto torna”

La filosofia è femmina, pure se va in quinta elementare.

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In silenzio

La prima è stata la sorella di mezzo, che senza dire niente a nessuno si è accomodata in poltrona, gambe in su e testa in giù, perché ognuno lo fa come meglio crede, ha silenziato la voce sfogliando rapita un libro a fumetti che racconta la storia di due sorelline.
Poi è stata la volta della piccola, arrivata in sala in pigiama con il grosso volume delle storie della fattoria in bilico sulla testa, come una modella che si eserciti per una sfilata. Si è seduta al tavolo e ha sfogliato, una per una, le centosessantadue pagine del poderoso testo, leggendone anche una ogni tanto. E le voci in silenzio erano già diventate due. È così, come un virus o un contagio anche il primogenito ha estratto dalla sua libreria, ben nascosto dietro la collezione di Paperinik e un numero imprecisato di album di figurine della pallacanestro, il primo libro di una trilogia, regalo della cresima. Persino il gatto ha saggiamente scelto di astenersi dal miagolare. La mamma nel frattempo preparava la cena con meno rumore possibile, per non spezzare l’incantesimo che sembrava avere avvolto la stanza.

Per la prima volta ho intravisto, contemporaneamente, un germoglio spuntare, dopo tante parole che credevo perdute nel vento. Fa niente se dopo mezz’ora il grande fischiettava, la piccola si è indispettita e la sorella le ha dato man forte, e sono volate le solite mazzate. Per quei trenta minuti di un silenzio così solido che quasi lo potevi toccare, sono stata felice e contenta.
Fino alla prossima occasione.

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Diamo i numeri

Il grande e la mezzana in cucina, a dividersi il tavolo.
La piccola in sala, al suo fianco la carrozzina con Alice, la bambola del cuore che accudisce come la più amorevole delle mamme pur dichiarandosi sorella. Essere madre, ha sentenziato, fa diventare vecchi anzitempo. Quaderni, libri, evidenziatori e matite in ordine sparso. Tre zaini sul pavimento, due diari aperti sul giorno sbagliato, una gomma rossa e blu sotto la sedia. E’ l’ora x, quella dei compiti.

“No, mamma, non è così! Le brocche di Enzo Penso dicono che si fa così!”

“Le brocche di chi?”

“Enzo Penso, chi sennò? Per fare venticinque più nove bisogna fare più dieci meno uno, chiaro?”

“Secondo me sei tu che sei sbroccata, sorella”

“Zitto tu e metti via il cellulare, ti ho visto che stai giocando. Devi studiare scienze, domani c’è la verifica”

“Keep calm mother, tutto sotto controllo. Sono preparatissimo. Gli idrocarburi sono orgasm…”

“ORGANISMI! Leggi bene! E tu, invece? A che punto sei con storia?”

“Devo andare in bagno”

“Non è possibile. Sarebbe la terza volta. La storia ti provoca immancabilmente misteriosi mal di pancia”

“Ma glielo hai detto alla mamma che hai preso sei meno meno meno nell’interrogazione?”

“Fatti gli affari tuoi! Cosa ti interessa! Spione!”

“Mamma, Enzo Penso dice che per fare meno undici bisogna contare meno dieci meno uno”

“Dì a Enzo Penso di farli lui, i conti. E tu, invece? Che voto sarebbe un sei con tutti quei meno?”

“Boh. Forse alla maestra dispiaceva darmi cinque, sa che ci rimango male”

“Forse se studiassi non ci rimarrebbe male nessuno, no? Allora, seduta. Gli Etruschi..”

“Mamma guarda! I lipidi sono grassi. Come la piccola!”

“Mammaaaaa! Digli di smetterla o gli tiro gli acquarelli”

“Mother, io farei una pausa”

“Immagino che tu sia affaticato. Stai studiando da quasi otto minuti, non sia mai che arrivi a dieci senza una boccata d’aria”

“Oh, bene. Vedo che mi capisci mother”

“Zitto, seduto e studia! E piantala con ‘sto mother!”

Il momento dei compiti dovrebbe essere inserito di diritto nella lista dei crimini contro l’umanità. E forse anche Enzo Penso.

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Keep calm, mother

Ho finalmente capito perché il periodo delle gestazione, quei nove lunghi mesi di gravidanza, portano il nome di attesa.
È un monito, un velato suggerimento, un malcelato imperativo, una inesorabile verità.
È il tentativo vano di farti immaginare il tuo futuro prossimo che sarà segnato, appunto, da un’attesa costante.
Attesa che nasca, in primis. Attesa che dorma, parli, cammini. Attesa seduta su un pavimento freddo ad aspettare che si decida a fare la cacca nel vasino. Attesa nello studio del pediatra, dal dentista, dermatologo, oculista e specialisti vari. Attesa nella notte, che non passa mai, nella sala d’aspetto (!) di un pronto soccorso pediatrico. Attesa dell’acqua che bolle per buttare la pasta, di una telefonata per farsi venire a prendere, ai colloqui generali con i professori delle medie. Attesa alla fermata dello scuolabus la mattina, fuori dai cancelli di un oratorio a mezzogiorno, a bordo campo una domenica pomeriggio.
Attesa su un marciapiede per il rientro di una gita scolastica quando il pullman è bloccato nel traffico, per una festa di compleanno più lunga del previsto e a casa in apprensione le prime volte che esce da solo.
Per me, donna di urgenze e emergenze, imparare ad attendere è stata una delle rivelazioni più potenti della maternità. Più che un’insegnamento graduale è stato un master di alto livello di pratiche zen, ma la competenza di attesa acquisita negli anni è stata poi trasversale in ogni esperienza della mia vita. Nel lavoro quanto nella vita privata, oggi più di ieri, mi faccio una ragione quando per avere quello che desidero o di cui ho bisogno mi tocca aspettare.
Attesa è imparare a riordinare i bisogni nella propria lista interiore, accantonare fame, sete, sonno o pipì perché c’è un bambino da ascoltare, un bicchiere da riempire, una ferita da medicare.
L’attesa è dentro quanto fuori, è nella capacità di non sbuffare alle parole “ancora un attimo”, che saranno di attesa per te, di gioco per loro.
Aspettare è anche e soprattutto una forma profonda di amore. È il tempo che si fa dono, smette di essere tuo e diventa spazio di vita per un altro. Per aspettare ci vuol pazienza, tolleranza, allenamento.
Non sempre si riesce, a volte si grida, di rado si scappa, più spesso si trattiene l’istinto omicida.
Davanti a un preadolescente serafico, con tutta la vita davanti, che mentre rischi di perdere lo scuolabus, il lavoro e la pazienza scandisce lento ” keep calm, mother”.

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Tra sogno e realtà

(seconda e ultima parte)
“Mamma, quello di ieri notte è stato proprio un sogno orribile, il più brutto di tutti”

“Si piccola, l’avevo intuito visto che dalle due e mezza ho dormito con te, relegata in un angolo, mentre occupavi il resto del letto stesa come una stella marina”

“Restiamo concentrate mamma, ti stavo raccontando il mio sogno. Praticamente, dopo che tu eri morta, stavo giocando tranquillamente nella mia camera con tutte le mie amiche, poi a un certo punto ho detto la parola “sexy” ed è venuta la polizia, mi hanno arrestato e sono stata in prigione senza incontrare la mia famiglia per quattro anni. L’unica cosa positiva è che non vedevo mio fratello, per il resto un dramma e una tragedia”

“Capisco lo spavento allora, stare lontano per tanto tempo..”

“Che dici mamma? Sono stata io a spiegarle che la parola “sexy” non bisogna dirla. Non è una parola per bambine. Sta a significare una donna bellissima che si veste con vestiti provocanti, minigonne cortissime e scollature fino all’ombelico e con gli stivali altissimi.”

“Insomma, il contrario della mamma”

“A parte il fatto che non è proprio così, e la sensualità non si misura con la lunghezza delle minigonne, cosa vorresti dire scusa? Che la mamma non è affascinante?”

“Ehm…dunque…vediamo… tu non ti vesti in quel modo lì grazie al cielo, se no sai la vergogna quando mi prendi a scuola. Diciamo che non è questione di sensualità, tu sei più, ecco! Mammosa!”

“Si, ha ragione la piccola! Tu sei carina, morbida, coccolosa. In una parola, mammosa! “

Praticamente la descrizione di Kowalski, il pinguino di Madagascar.
Intanto, speriamo che l’Accademia della Crusca non li abbia sentiti.

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