Lei é molesta, sovreccitata e garrula. Lui sospira, inforca gli occhiali e scuote mesto la testa piena di ricci. Lei osserva il panorama estatica, lui ha lo sguardo sereno di chi ha appena ricevuto una cartella di equitalia. Lei cerca il posto più assolato della spiaggia dove stendere l’asciugamano, lui trova una sedia all’ombra. Lei si spalma di crema solare come una fetta di pane con la nutella, lui scarica app di cammini sul cellulare. Lei si appisola felice al sole, lui scompare per impervi sentieri. Lei ammira il turchese del mare, lui il grigio della macchina mentre si avvia al parcheggio. Lei conta le bracciate, lui i passi. Lei legge seduta a riva, lui la chiama per dirle che c’è un parcheggio più conveniente a poche ore di cammino. Lei é ingenuamente convinta che starà tutto il giorno in spiaggia, lui ha trovato da visitare un monastero sul monte. Siamo arrivati all’isola di Brać
La salita al monte Podbrdo é impegnativa, soprattutto con trentasette gradi all’ombra. Gli ultimi venti minuti si percorrono su un sentiero pietroso, prima di giungere di fronte a una grande statua bianca: quella della madonna di Medjugorje. Alcuni lo percorrono a piedi nudi, altri con le scarpe da trekking -come il viterbese- altri ancora- come la pedagogista-restano seduti nel baretto con wifi a inizio sentiero. Dopo una simile fatica ci aspettava però un fresco premio, il bagno in un lago fiabesco, sotto una cascata. In costume e infradito quindi, ci siamo trovati davanti alle cascate sbagliate, dove non era consigliabile nemmeno rinfrescarsi i piedi. Allegre comitive di turisti polacchi scendevano in massa dai pullman, per recarsi al ristorante collocato sulle rive del laghetto. Per proseguire dunque col pellegrinaggio spirituale,peraltro facilitato dal clima torrido, abbiamo visitato il monastero dei dervisci, la Blagaj Tekija. I dervisci sono i discepoli di alcune confraternite islamiche che rinnegano il mondo materiale alla ricerca dell’ascesi e della salvazione. Per arrivare al monastero, appunto, file di bancarelle e gadget che neanche a disneyland. Domani saluteremo la Bosnia per proseguire in Croazia.
C’è tanta gente, fra le stradine strette. Ci sono ristoranti e piccoli negozi, alcuni con broccati preziosi e altri con Gucci e Chanel tarocchi. L’acciottolato su cui si cammina é scivoloso, soprattutto per le pedagogiste in sandaletti rossi. L’introvabile lampada pezzo unico fatta a mano che non troverete in nessuna altra parte del mondo -e che la pedagogista ha insisto ad acquistare a Sarajevo- qui é in una bancarella su due, a metà prezzo. Il viterbese non ne é stato felice. Il cuore di questa città, anch’essa tormentata da guerre, é un ponte. Per ottenere il migliore scatto del suddetto ponte, la guida consiglia di salire sul minareto più alto della città. Attraverso una lunga e insidiosa scala a chiocciola, che se per caso incroci qualcuno che scende invochi tutte le divinità passate e presenti, si arriva a un instabile terrazzino a strapiombo sul fiume. La pedagogista teneva molto a questa foto, da pubblicare spacciandola per propria. Nelle immagini, come é andata. Mostar, siamo arrivati.
É una donna col velo che dà da mangiare ai piccioni vicino alla fontana di Sebilj. É una signora che torna per la prima volta in quella che era la sua casa, dalla quale é scappata dopo la guerra per trasferirsi in Canada; oggi porta i due figli a conoscere la sua patria e ce lo racconta con una emozione che contagia. É una pista da bob che ha ospitato le Olimpiadi del 1984, poi diventata postazione dell’esercito serbobosniaco, ora percorribile a piedi e dipinta coi murales. É una funicolare che é diventata un simbolo, che ha impiegato vent’anni per tornare a portare turisti e cittadini sul monte più alto. É un museo dei bambini, coi bambini e per gli adulti, che colleziona i ricordi di chi ha vissuto durante l’infanzia il trauma della guerra. Orsi di peluche, carte di caramelle, altalene. Da tempi lontani a guerre recenti, a ricordare che se la guerra colpisce alcuni, la pace riguarda tutti. É i tanti fori sui muri delle case, a memoria di un tempo in cui per le strade si correva per fuggire agli spari. Non ci sono parole facili per descrivere una città complessa, o forse non sono capace di trovarle. É lo stare nella complessità della storia e nella consapevolezza della contraddizione. Via dopo via, passo dopo passo, é Sarajevo.
Vacanza é uscire dalle consuetudini, dal quotidiano tran tran, dalle magagne che ci portiamo dietro. Dormire in un posto nuovo regala la possibilità di non smadonnare contro il don del paese che scampana allegri motivetti ogni mattina alle sette. Finché non alloggi in una piccola città e alle cinque e venti del mattino parte “ashhadu an lā ilāha illā allāh ashhadu anna muḥammadan rasūl ḥayya ialà as-salāh hayya ‛alà al-falā! allāhu akbar lā ilāha illā allāh” dalla moschea con minareto fronte hotel, ai decibel di Travis Scott al circo Massimo. Lasciato -in vita- il muezzin, il viaggio é proseguito attraverso le strade secondarie, per arrivare al cospetto delle piramidi. No, non abbiamo bevuto troppa Rakija. Ci siamo recati ad ammirare una zona in cui si racconta si celino, sotto tre colline, altrettante costruzioni piramidali. La comunità scientifica ha bollato questo ritrovamento come bufala; un nutrito numero di persone ritiene invece che si percepiscano forti vibrazioni energiche. Noi, una volta capito quanto fosse tortuosa la strada per arrivarci e non avvertendo vibrazione alcuna, abbiamo desistito. Sarajevo, stiamo arrivando.
Dei delicati e misteriosi equilibri che governano una coppia, poco dall’esterno si riesce ad intuire. Fra due persone che stanno per intraprendere un viaggio, ce n’é sempre una che immagina, organizza, studia, prenota, confronta i percorsi, cerca la moneta locale, il traffico dati internet, gli eventi che potrebbero incontrare nel percorso, il meteo, i documenti necessari, gli usi e costumi locali. Qualcuno che prepara file Excel con le informazioni su ogni tappa, dal chilometraggio al prezzo al litro della benzina. Lo chiameremo il Viterbese. E poi c’è l’altra, che conosce a malapena il giorno della partenza ma non benissimo quello del ritorno. Che chiede se portare vestiti pesanti o il costume da bagno, mette in valigia la crema solare e l’oki task, qualche libro da leggere e il caricatore del cellulare. La chiameremo la Pedagogista. Durante il viaggio, mentre il Viterbese guida, la Pedagogista leggerà ad alta voce le guide -sempre più di una- che lui ha portato, troverà luoghi ameni da visitare che escono per chilometri e chilometri (solitamente di sterrato, in lande desolate) dal percorso che lui ha studiato nel dettaglio. Al ristorante lei assaggerà ogni cosa tipica per quanto improbabile, mentre lui scorrerà il menù alla ricerca di qualcosa di noto. Malgrado queste apparentemente inconciliabili differenze, o forse proprio grazie a loro, i due saranno molto felici di trascorrere questo tempo insieme.
In Croazia hanno inventato la cravatta e dato il nome alla penna.
In Croazia é scomparsa giorni fa l’intera squadra di pallamano del Burundi. Non li trovano più.
In Croazia, se parcheggi la sera in città e dici annamo va, tanto domani mattina arriviamo presto, prendi tredici euro e novantacinque di multa.
In Croazia hanno trovato il tartufo più grande del mondo.
In Croazia -ma anche in Bielorussia, Varazze o Reykjavik- se sei con un direttore viterbese fai un anello di dieci chilometri. Ti dirà che é tutta in piano. Tu non crederci.
In Croazia nasce la razza dalmata, celebre per la carica dei cento uno; a Varese nasce Gatto Matisse.
In Croazia, Ivan Vučetić ha inventato l’identificazione delle impronte digitali. Lo ringraziamo per le ventidue stagioni stagioni di Law and Order.
Abbiamo trascorso la notte di Lubiana in palestra. Non a correre su un tapis roulant, ma in una camera sopra la sala pesi, nell’unico hotel del mondo che, anziché mettere a disposizione dei clienti la palestra, ha fatto il contrario. D’altronde, per due sportivi come noi non si poteva sperare meglio. Il viaggio é stato più breve rispetto a ieri, fortunatamente, visto che lo stimato viterbese -noto dittatore di ascolto musica in macchina- ha imposto la versione integrale di Atom Heart Mother. Brano meraviglioso con il quale puoi andare da Varese-Milano e ritorno, far lievitare la pizza o leggere Anna Karenina. La prima tappa della visita a Zagabria é stata a un rinomato museo. Un museo in cui si celebra il più potente è sacro dei sentimenti: l’amore. Quando finisce, però. Una collezione di oggetti che rappresentano la fine di una relazione: post it, una bicicletta, un vibratore con le fattezze dell’ex fidanzato, la crosta sulla ferita di un amico. Ognuno con la propria storia. C’è il Nokia 3310 di una donna ucraina, che ha lanciato all’ex stalker perché non la chiamasse più. Un tostapane dal Colorado, che una donna ha portato via al compagno dopo la rottura “così non tosterai più nulla, che manco sai prepararti un toast” Un numero, il tre, di un uomo italiano che ha scoperto la moglie con un altro. Ma anche una porta coi messaggi scritti da un gruppo di amici per un coetaneo scomparso, la registrazione della voce di un padre per la figlia, una lettera antica. C’è persino un preparato per pizza-americano-con una dedica straziante: sono diventata intollerante al glutine e ai latticini. Mi mancherai per sempre, t’ho amata tanto.
La leggenda narra che Giasone e gli Argonauti, di ritorno dalla loro impresa del furto del Vello d’oro, stavano attraversando il Danubio, poi il fiume Sava e, infine, il fiume Ljubljanca. In una palude nei pressi del fiume, proprio lì dove poi sorgerà la città di Lubiana, si imbatterono in un enorme Drago. Giasone affrontò la spaventosa creatura e la sconfisse, uccidendola. Medea stessa, per aiutarlo, aveva preparato una pozione per addormentare il drago. Come é tragicamente finita fra i due lo sappiamo tutti. Lui la lascia e lei, per togliergli la discendenza, uccide i figli. Oggi, forse, Giasone avrebbe dato una festa a tema drago con tutti gli argonauti e alla fine avrebbe preso il microfono e detto a Medea che le donava la libertà, e andasse pure a Mykonos con il suo avvocato.
Inauguriamo così l’allegra rubrica vacanziera di miti e leggende, da Lubiana, Slovenia.
“Gentile cliente linee aeree Albatros, il suo volo é in ritardo di oltre un’ora. Lei però, invece di godersi gli ultimi scampoli di Islanda si presenti a fare il check in alla solita ora, poi faccia comodamente la muffa in aeroporto. Cordialità”
Di lì in poi un susseguirsi di gioie.
Il ritardo é diventato di due ore, poi tre, poi quasi quattro.
“Gentile cliente, dispiace più a noi che a lei. Per questo le offriamo un buono per mangiare qualcosa nei ristoranti dell’aeroporto. Seicentoquattro corone islandesi”
Che nella nostra valuta fanno circa quattro monete. Da un euro. Che in Islanda neanche il menù ti mostrano, per quella cifra.
Ma arriviamo al tanto agognato imbarco e decollo. É fatta, si torna, in ritardo, a notte fonda, pazienza.
Come vicini di posti troviamo i parenti più prossimi degli Addams. Due uomini sui trenta, gemelli, cappello Panama e unghia del mignolo lunga. Tono di voce, audio di Vasco a San Siro. Con loro la madre dei gemelli, uscita da una puntata de “il mio grosso grasso matrimonio Gipsy”, la moglie di uno dei gemelli, i due piccoli bambini di uno dei gemelli. Che hanno pianto da Reykjavik a Londra, come minimo.
Il padre dei bambini ha sfiorato la rissa con la hostess, lo steward e gli altri duecentoquarantacinque occupanti del volo.
Ma é fatta, si comincia la discesa su Milano. Anche le cose brutte hanno fine.
“Signori e signore, e il comandante che vi parla. Ci resta poco carburante e su Malpensa infuria la bufera. Vi faremo sapere”
E dopo pochi minuti, ché evidentemente il carburante era meno del previsto- l’ultimo annuncio “Carissimi e carissime, speriamo vi piacciano i gianduiotti. Si atterra a Torino. Ma niente panico, troverete pronti dei bus per riportarvi a Malpensa. Spero tornerete ancora con linee aeree Albatros”
Si fanno così le cinque del mattino, i nostri eroi sbarcano e si dirigono a passo lesto verso il primo piano, indicato come ritrovo.
Dove, per l’appunto, si ritrovano soli e senza pullman, che si scoprirà poi sarebbe arrivato solo ore più tardi.
È così, come gli avvoltoi che volano intorno al cadavere, ecco giungere allegri tassisti, pronti a riportarci tutti a casa.
Dove siamo arrivati giusto in tempo per cominciare a lavorare, freschi come rose.