E tu quanto hai preso?

“Dieci!!!”

“Nove!!”

“Otto!”

“Sette”

“Sei?”

No, non siamo a capodanno con la bottiglia di spumante in mano e neanche al conto alla rovescia per il lancio dello shuttle. Siamo a casa mia, la sera delle pagelle. Una bambina sul divano, l’altra stravaccata sul pavimento, il suo posto preferito. Il fratello grande seduto al contrario su una sedia, ché la ribellione passa anche dai gesti.

“Hai preso davvero sei?? Ah ahahah tu che fai tanto il signor sotuttoio!”

“Zitta tu, un sei alle medie è un otto delle elementari, lo sanno tutti”

“E allora perché non danno otto?”

“Zitta anche tu, piccola. Che sei tanto perfettina a scuola ma dieci in condotta mica l’hai preso”

“Guarda che tu hai preso otto in comportamento!”

“Si, ma l’otto alle medie significa..”

“Dieci alle elementari, abbiamo capito, grazie. Ora, per favore, leggiamo i giudizi? Sono molto più interessanti dei voti”

“Eh? Leggi tu mamma, se vuoi. Noi andiamo a confrontare le pagelle intanto”

“Nooo! Come ve lo devo dire che i voti non sono così importanti? Sono solo dei numeri, in fondo. E le persone non possono mica star dentro a un numero. A me interessa che voi impariate le cose, non il voto che prendete. Senti qui, nel giudizio “..rivela responsabilità di fronte..”

“Va bene va bene mamma, leggi pure tranquilla che noi andiamo di là. Tanto abbiamo capito tutto”

“Ah davvero?”

“Certo, che i voti non sono così importanti e che noi non siamo i voti che prendiamo”

“Oh, bravo, così mi piaci”

“Già. E ho imparato pure che il cinque del liceo è il sette delle medie. Quindi, tranquilla”

Eh sì. C’è proprio da star tranquille.

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Musica, maestro

“Mamma”

“Pietà”

“Cambia”

I tre minorenni seduti sul sedile posteriore assomigliano sempre più di più a Qui, Quo Qua, nipoti di Paperino. Una parola a testa per formulare una frase. Che è una via di mezzo tra implorazione e lamento, richiesta e capriccio, lagna e preghiera.

La macchina è da sempre il nostro auditorium preferito, la discoteca multisala di famiglia. Banditi cellulari, iPod e varie diavolerie tecnologiche, la regola dice che si ascolta tutti quello che esce dalle casse dell’auroradio. Facile a dirsi, complicato a farsi. Perché i gusti musicali variano da primo a seconda, da seconda a terza e anni luce da quelli della mamma autista. Che però esercita in modo arbitrario e dittatoriale il potere che le è stato conferito.

“Mamma, questa canzone è orribile, ti prego basta”

“Voi non capite nulla di musica. Questi sono gli Eagles, silenzio e ascoltate così vi fate una cultura musicale”

“Metti Rihanna?”

“Piccola, non puoi essere così tamarra alla tua età. Dovresti ascoltare lo zecchino d’oro”

“E allora mettilo! Tutto ma non questo”

“Non ce l’ho, e anche l’avessi non lo metterei. Tuo fratello mi ha fatto diventare pazza ascoltando per un anno la canzone del gatto nero”

“È vero! Me ne ero dimenticato!! Sorelle, tutti insieme: volevo un gatto nero, nero, nero, mi hai dato un gatto bianco e con te non gioco piuuuuu”

“Per carità, basta. Avete vinto. Cerco Rihanna”

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Evoluzioni

In principio furono i Gormiti, piccoli blocchi di plastica variopinta a forma di mostri, alti come un puffo e mezzo, al prezzo stimato di un euro al centimetro. Giungevano gioiosi dall’isola di Gorm all’edicola di fronte alla scuola, divisi per popoli e comandati dal Sommo Luminescente, perennemente in lotta con il malvagio Obscurio. Sulla confezione si poteva leggere, appena sotto il prezzo, lo spirito pedagogico elevatissimo dei piccoli mostri: “..il tutto viene inserito in una cornice mitica fortemente intrigante, con momenti epici, drammatici e di riflessione”. Sarà, ma l’unico momento epico per me era evitare di passare dall’edicola, il dramma la spesa sostenuta mentre riflettevo su come uscirne.
Col tempo, e più precisamente nel passaggio dall’asilo alle scuole elementari, venne il momento dei Pokemon.
Per i fortunati che ne fossero all’oscuro, la storia comincia con Ash, un ragazzino di dieci anni divenuto finalmente abbastanza grande da ricevere il suo primo Pokemon. Peccato che quella mattina non si svegli in tempo e si becchi l’ultimo rimasto, il giallo, lento e rotondo Pikachu. Tra un lancio di una sfera, un’evoluzione e una battaglia si sviluppano le storie di alcuni ragazzini e una quantità disumana di Pokemon. Ho dimenticato tutto -forse perché non ci ho mai capito niente- tranne il prezzo folle delle bustine di carte e tre parole: Girafarig, Ho-oh, Alomomola, gli unici tre mostri dal nome palindromo.
Tra la fine della quinta e l’inizio della prima media ecco spuntare lui, il celebre Yu-Gi-Oh!, prodotto giapponese che nasce come manga, diventa anime e ci sfinisce con una serie illimitata di carte. Si gioca da due in su, si duella, si evoca e si manda al cimitero. Si conta molto per stabilire i punteggi, e probabilmente mio figlio ha imparato più matematica con questo gioco che in sette anni di scuola. Per questo motivo potrei forse giustificare il prezzo indegno di carte, dek e affini, non fosse che si svolgono dei veri e propri raduni ai quali il ragazzo ha dovuto più volte essere accompagnato.
In quest’ultimo periodo l’interesse – e la spesa- sembrano fortunatamente scemare.
Perché lui, il preadolescente, è diventato prestigiatore.
Ore di video tutorial su internet, mazzi di carte ovunque, ma soprattutto un tormento incessante: “mamma, posso farti un trucco? Su, prendi una carta” che si ripete dalle venti alle trenta volte al dì. Che poi, lui è anche bravino, e in piccole dosi pure piacevole.  Peccato sia al tempo stesso assai permaloso e poco incline alle critiche. Se qualcuno malauguratamente indovina il trucco dietro la magia, apriti cielo.
E se continua così, proprio come il grande Houdini sarà costretto a liberarsi dalle catene, nell’armadio dove le sue sorelle lo avranno rinchiuso imbavagliato e bendato.

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Le cose che abbiamo in comune

Insieme non fanno nemmeno l’età per guidare il motorino. Sono alte uguali, entrambe con la coda di cavallo, la giacchetta colorata e le scarpe da ginnastica. Si guardano e scoppiano a ridere, come se ci fosse qualcosa di molto buffo che solo loro possono vedere. Risate come mucchi di monete che cadono, con dei sorrisi bianchi e rosa su denti ancora in disordine.
Sono amiche dal primo giorno di asilo, quindi da buona parte delle loro giovani vite. Sono nella stessa classe a scuola e vanno insieme a catechismo e all’oratorio feriale. A giovedì alterni si fermano a casa di una o dell’altra per giocare alle Barbie, a nascondino o palla prigioniera. Sono amiche del cuore.
Qualche giorno fa, sedute sul sedile dietro in macchina, con le loro valigette di catechismo strette al petto.

“Noi abbiamo tante cose in comune, vero?”

“La stessa età”

“La stessa classe”

“La stessa maestra”

“Lo stesso scuolabus”

“La stessa sorella. Che non è proprio la stessa, ma tutte e due ne abbiamo una di dieci anni”

“Si, ma tu hai anche un fratello”

“Già. È molto dura”

“Capisco”

“Grazie”

“Anche per me non è facile. Sono in banco vicino a due maschi”

“Una tragedia”

“Già”

È inutile. L’incomunicabilità tra i sessi comincia a sette anni.

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Ordine sparso

Ho dei seri problemi con l’ordine. Forse non è un caso che questa parola indichi sia la giusta disposizione degli oggetti che una azione obbligata. A me non piacciono né una né l’altra. O meglio. Apprezzo e ammiro i cassetti, gli armadi, le case, gli uffici e i negozi dove ogni cosa sembra trovare armoniosamente la giusta collocazione. Mi rilasso in un ambiente ordinato, che segue gli spazi e rispetta le regole del feng shui. E se qualcuno venisse sua sponte a farlo a casa mia, magari gratis, ne sarei ben lieta. Io ho deciso invece di credere nell’assunto “una casa disordinata è una casa felice”, frase inventata di sana pianta per giustificare le mie mancanze casalinghe. Dovendo decidere tra pulire i vetri o fare una passeggiata, passare l’aspirapolvere o mangiare il gelato con i bambini, stirare o andare in bici sul lago scelgo la seconda opzione. Sempre. Ho un’altissima tolleranza al caos domestico ed è praticamente impossibile che mi accorga del disordine altrui. Mi fa tenerezza chi, accogliendomi in casa, si scusa per il disordine. Se così fosse, io non dovrei fare più entrare nessuno nella mia, di casa.
Proprio io, che quando trovo in giro i vestiti dei bambini sono troppo pigra per valutarne la rimettibilità, per cui li lancio nel cesto dei panni da lavare. Quando il cesto è giunto al limite e anche sedendomi sopra non riesco a chiuderlo passo tutto nella lavasciuga, quando il bucato è pronto mi viene male all’idea di piegarlo e lo metto nella cesta dello stiro, dove è assai probabile che rimarrà per un tempo considerevole.
Il risultato è quello di svuotare gli armadi e mettere il prendisole alla piccola il mese di gennaio perché l’alternativa è andare a scuola in pigiama.
Un paio di anni fa proprio la piccola, a casa della nonna, ha fatto una scoperta strabiliante.

“Nonna, cosa fai?”

“Come cosa faccio? Stiro, come fa la tua mamma”

“Oh no nonna, la mamma non l’ho mai vista fare quella cosa lì”

“Ma dai, è impossibile!”

E invece, nulla è impossibile.

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In volo

“Mamma guarda, un aereo!!”

“Uh? Si amore, va bene”

“Mammaaa!! Stacca gli occhi da quel cellulare e guarda il cielo per favore. Ho detto che c’è un aereo!”

“Si, ho capito. Un aereo. Ne abbiamo già visti altri, no?”

“Ah, ma allora ha ragione mio fratello a dire che non ci capisci. Un aereo, non ti ricordi più?”

Un aereo. Si, adesso mi ricordo, grazie a questa gentile sollecitazione.
È un gioco che facevamo quando erano piccoli, mentre spingevo stanca e svogliata un passeggino, persa nelle ambivalenze tipiche della maternità: esserci e scappare via, amare e rifiutare, abbracciare e allontanare.
Passava un aereo, alzavamo il naso all’insù tutti e ci chiedevamo dove stesse andando.

“A Timbuktù, Honolulu, Shanghai, Capo Nord”

“E poi a Nairobi, Roma, Rio de Janeiro, Mosca”

“Addis Abeba, Stoccolma, Bora Bora”

“Magari torna da Malibù e sono tutti abbronzati e contenti”

“O tristi perché è finita la vacanza”

“Ma felici perché c’è qualcuno ad aspettarli”

“O perché c’è qualcuno di nuovo con loro”

“Magari quell’aereo ha fatto il giro del mondo. E adesso al pilota gira la testa”

“Magari c’è una mamma che torna dal suo bambino, un innamorato dalla sua amata, una regina dal suo re”

“Pensa mamma, noi immaginiamo loro lassù, senza che lo sappiano. Quando sull’aereo ci siamo noi ci sarà qualcuno che alza il naso, senza sapere che stiamo guardando giù”

“È sempre lo stesso mondo, ma visto da due parti diverse. Incredibile, vero?”

Eh già, piccola mia. Incredibile davvero.
Io ti ascolto e la voglia di scappare vola via lontano.

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Aloha

“Mamma, ti ricordi che domani a scuola c’è la festa di carnevale e che io mi devo travestire, vero?”

Dieci minuti più tardi le due sorelle e io eravamo in macchina. Destinazione Moreno, dove tutto costa meno, patria indiscussa dell’acquisto di tutto il necessario per Natale, carnevale e feste comandate. Che poi io, il carnevale, non lo sopporto proprio. Da sempre. O meglio, da un momento ben preciso della mia infanzia. Quando ero piccola, per festeggiarlo partecipavo con i miei compagni di classe alla sfilata dei carri della mia città, ogni anno con un tema diverso. Un anno, sarò stata in terza o quarta elementare, il tema prescelto è stato il circo e io, come tutte le mie amiche, ho desiderato mascherarmi da trapezista. Mi sono presentata invece al ritrovo vestita da clown, in un costume che aveva confezionato la mia solerte mamma con le sue stesse mani. Un costume enorme, con grossi pois variopinti cuciti sopra. Tocco finale una grossa parrucca riccia e rossa, in tinta col pallino rotondo di plastica appoggiato sul naso  attaccato con due elastici dietro le orecchie. Insomma, un trauma, che mi porto addosso da allora e che penso di avere trasmesso ai figli più grandi. La piccola è rimasta immune alla mia nefasta influenza, e ogni anno pretende a gran voce travestimento, coriandoli e stelle filanti. Una volta arrivate da Moreno, ci siamo accorte con sgomento che non era rimasto praticamente nulla, a eccezione del costume da pulcino taglia sei mesi, la sexy suora e l’odalisca conturbante. A complicare la situazione, la piccola si è ricordata che il travestimento avrebbe dovuto rappresentare un paese, come raccomandato dalla maestra. Dopo lunghe meditazioni e contrattazioni, siamo uscite dal negozio con un sacchetto bianco e rosso contenente un gonnellino di paglia, una collana di fiori, un’orchidea di stoffa da mettere nei capelli, ondeggiando come le ballerine di hula che si attaccano sopra il cruscotto della macchina.
Ed è subito Hawaii.

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Pensieri e parole

“Ti vedo pensieroso, tutto bene?”

“Sono pensieroso perché sto pensando, mamma”

“Capisco. E posso chiederti qualcosa dei tuoi pensieri?”

“Non capiresti”

“Uh. Forse hai ragione. Fatevi buona compagnia tu e i tuoi pensieri, che io vado a prendere le tue sorelle”

“Ma non ti ho detto i miei pensieri! Vedi, non mi ascolti”

“Che madre senza cuore che ti è capitata in sorte, eh? Forza, dai, racconta”

“No, se lo devi fare per forza lascia stare”

“Tesoro ascolta, ho terminato la pazienza di oggi più o meno tre ore fa, quindi non esagerare. Parla ora o taci per sempre”

“Uff.. La mamma di Antonio è sempre pronta a ascoltare e.. No no va bene, non guardarmi così che poi non dormo la notte. Parlo”

“Ascolto”

“Tu lo sapevi che le capre svengono, che l’elettricità statica fa muovere gli oggetti, che un uomo può stare sul soffitto attaccato col nastro adesivo??”

“In effetti alcune di queste informazioni mi giungono nuove..”

“Te l’avevo detto!”

“Cosa, mi avevi detto?”

“Oh, che fatica. Te l’avevo detto è il titolo della trasmissione, mamma! Insegna un sacco di cose interessanti, e io sto pensando a cosa inventarmi per andarci. Dev’essere qualcosa di unico che non ha mai fatto nessuno!”

“Ho un’idea. Senti qui. Qualcosa che non si è mai visto né sentito. Potresti essere il primo preadolescente al mondo rispettoso, obbediente e conciliante. Geniale, eh?”

“Tu non mi capisci, te l’avevo detto”

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In treno

La grande borsa maculata è appoggiata un po’ storta sul sedile a fianco, accanto a un sacchetto di carta con sopra il nome di una pasticceria. Ne fuoriesce un profumo dolce e zuccheroso, di quelli che ti fa venire fame pure se ti sei appena alzato da tavola. È seduta dalla parte del finestrino, anche se fuori è buio e si intravedono solo delle luci lontane. Capelli corti con un taglio preciso, che stanno bene appena fatti dalla parrucchiera ma franano inesorabili quando provi a replicarne la piega in casa. Occhiali dalla montatura rossa che quando non legge tiene sulla testa come un cerchietto colorato. Ha indosso abiti in tinta, in varie sfumature di verde, con una sciarpa arancione appoggiata morbidamente sul collo. L’insieme è piacevole e in qualche modo rilassante. Ai lobi sono appesi degli orecchini a forma di gatto, che sembrano pronti a saltare nelle pagine che sta leggendo. Un libro in edizione economica, dal titolo in rilievo che si staglia su una copertina dove dominano rosso e nero. Sullo sfondo, un frustino. La signora legge, e ride. Ma ride così tanto che ondeggiano pure i gatti che ha sulle orecchie. Ride di cuore, con le lacrime agli occhi, una risata contagiosa. Che appunto contagia anche me, col risultato di fare alzare lo sguardo alla signora che ho di fronte su questo treno regionale delle diciotto e trentacinque.
Si asciuga i lati degli occhi col dorso della mano, picchiettando appena. Controlla che non le sia colato il mascara, e mi sorride.

“L’ha letto anche lei?”

“Ehm.. A dir la verità no, ma mi sto incuriosendo. Una lettura che fa tanto ridere merita sicuramente”

“Guardi, le confesso un segreto. Io in vita mia ho letto di tutto, roba seria, impegnata. Filosofia, romanzi storici, saggi. Classici. E va bene, sul serio. Poi per i cinquant’anni un’amica mi ha regalato un libro simile a questo. E io ho pensato: è impazzita.”

“E invece?”

“E invece ha fatto proprio bene. Ho cominciato a leggere di passioni clandestine, amori proibiti, fruste, catene e armamentari vari. Di uomini bellissimi, ricchissimi, dotatissimi. L’ho trovato talmente assurdo che mi ha fatto ridere. È una via di mezzo tra comicità e fantascienza. E di questi tempi, di qualcosa bisognerà pur ridere”

Intanto piega l’angolo in alto a sinistra della pagina per non perdere il segno, infila il libro nella borsa maculata e scorre rapida la cerniera della giacca. Con un gran sorriso mi saluta, è arrivata la sua fermata.
Io rimango lì seduta, indecisa se per farmi quattro risate sia meglio scaricare sul Kindle la trilogia di cinquanta sfumature o l’ultimo libro della Littizzetto.

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Dubbi di fede

“Mamma, cos’è una escort?”

Gesù, Giuseppe, Maria. Perché dico io, perché devo sempre essere nei paraggi quando arrivano queste domande, quando i figli vengono colti da tali quesiti esistenziali? Di quali misfatti e crimini contro l’umanità mi sono macchiata nelle vite precedenti per essere chiamata a rispondere a certi interrogativi? Io, che preferirei spiegare il mistero della Trinità, la teoria della relatività o il funzionamento di un altoforno. E invece. Mi faccio coraggio e la prendo larga, sperando in una via di fuga.

“Piccola, dove hai sentito questa parola?”

“Al telegiornale dai nonni, dove sennò. Ho chiesto e mi hanno detto di domandare a te”

“Eh certo, che gentili. Va bene. Dunque. Ehm.. Si, ci sono. Dicesi escort una signorina, di solito molto bella, che fa compagnia agli uomini in occasioni importanti, cene, feste, eccetera.”

“Ma è un lavoro, come l’educatrice, la maestra o l’infermiere?”

“Aiuto. No, non direi, cioè si, è pagata per quello che fa e quindi in un certo senso..”

“La pagano per andare alle feste? Wow! Allora da grande voglio fare..”

“No!! Per carità! Non è un lavoro da fare. Fidati di me.”

“Oh. Va bene mamma, ma calmati che così mi fai paura. Comunque non deve essere così tremendo, al telegiornale dicevano che anche il Papa ha la escort”

“Cosaaaa??”

“Ah, che sorella scema che mi ritrovo, santo cielo. In televisione hanno detto che il Papa ha la SCORTA, non la escort, torda che non sei altro!”

E volano mazzate, al solito. Mai come questa volta sono felice che la discussione termini con una rissa. Giuro che, dovesse ricapitare, risponderò che la escort è il modello di punta della Ford.

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