
Sulle rive assolate dell’isola del Giglio, piccolo paradiso al largo della Toscana, volano gabbiani, si nasconde il passero solitario di leopardiana memoria e osserva pacifico il geco, attaccato a un muro.
In spiaggia si nasconde una ben più temibile predatrice, appollaiata su una sdraio sotto un ombrellone.
Ascolta bocconi di conversazioni, osserva interazioni, s’appassiona ai conflitti. Sembra stia nuotando serena facendo il morto, e invece tende l’orecchio alla nonna che spiega alla bambina riottosa che deve condividere i suoi giochi, mentre la piccola cerca di seppellire il rivale di secchiello con il ghiaietto.
Mentre passeggia sul bagnasciuga, si attarda nei pressi di un gruppo di preadolescenti che parlano la lingua della loro età, anche se con un accento diverso.
Mentre sorseggia il caffè al bar della spiaggia capta – suo malgrado, sempre suo malgrado – una furibonda litigata madre-figlia per il mancato acquisto del blush illuminante/rimpolpante/per un look fresco e radioso che hanno tutte le sue amiche tranne lei.
Insomma, la pedagogista impicciona è la predatrice degli altrui affari familiari.
Ma l’antagonista naturale della pedagogista impicciona è il direttore viterbese, con la sua implacabile “Amo’, ma che stai a fa’? Annamo a pijà er gelato!”.