
Caro Babbo Natale,
Questa volta il caro è pura forma stilistica. Dobbiamo parlare. Credo ci sia stato un deprecabile scambio di missive, in tutto quel caos che devono essere le poste in Lapponia nella settimana di Natale. Se così non fosse, potrei addirittura vederci della malafede da parte tua. Perché non si spiega altrimenti. La congiuntivite bilaterale apparsa per magia la mattina del venticinque sui miei occhi, tanto per cominciare, e che sarebbe bastato anche per finire. Il febbrone da cavallo del primogenito, che ha passato la notte col minestrone surgelato findus sulla testa nel tentativo vano di riportare la temperatura al di sotto di quella di fusione del ferro, in un crescendo di deliri sportivi “era da tre! Il canestro era da tre!”
Il bicchiere di latte lasciato sopra il camino e rovesciato sull’albero, che tu dirai saran state le renne ma noi non ci crediamo mica. E poi, è difficile dirselo e non ci sono parole che possano addolcire la verità, ma bisogna avere coraggio. Questo è l’ultimo Natale che passiamo insieme. Ecco, l’ho detto. Abbiamo passato dei bei momenti. Per tanti anni sei sceso baldanzoso dal camino, anche quando non ce lo avevamo. Hai lasciato decine di pacchi e pacchetti, sgranocchiato pacchi di gocciole e consumato litri di latte. Ma è finita. La piccola, tua ultima fervente sostenitrice, non lo sarà ancora per molto. E qualche dubbio sarebbe dovuto venire anche a te questa volta, Babbo caro. Sul biglietto che ti ha lasciato accanto ai biscotti non si è limitata a chiedere certezza della tua esistenza, ma ha anche preteso la tua firma sugli appositi spazi. Ha persino voluto sapere se per caso sei mancino, come la sua mamma. Insomma, tanto vale guardare in faccia la realtà e salutarci. Ma mi raccomando, restiamo amici. Perché fra molti e molti anni ci sarà ancora bisogno di te.