Potere della condivisione

Sei madre da più di vent’anni.

Hai in casa tre adolescenti, lavori con bambini e ragazzi, nella tua carriera hai ascoltato storie di ogni genere e pensi che nulla, ormai, potrà stupirti.

E invece.

Un giorno, mentre svolgi la quotidiana funzione di taxi per la figlia mezzana, la rivelazione.

Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding!

“Ma caspita, cosa sono tutti questi messaggi? Togli la suoneria, é fastidioso”

“Non posso, é il nostro gruppo della cacca”

“Scusa?”

“Il gruppo della cacca, no? Guarda qui: ogni volta che qualcuno di noi la fa manda una emoji sul gruppo, così sappiamo che l’ha fatta. Vedi? Il mio amico Y l’ha fatta tre volte, ieri. Povero, un gran mal di pancia”

Ding! Ding! Ding!Ding! Ding!

“Ma cosa mangiate, topi morti? Dai, non ci voglio credere”

“Si chiama condivisione, mamma”

Il mio si chiama sconforto, ma tant’é.

Ding!

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Ho sempre pensato che il ventidue dicembre fosse un giorno crudele, il giorno che la mia vita ha preso una piega così difficile, così diversa.
Con quel modo di autocentrarsi tipico dei bambini e imperante negli adolescenti, mettevo al centro me, il mio dolore, la mia perdita.
Gli aggettivi possessivi determinano l’appartenenza, e io mi ero presa l’esclusività di quella perdita, di quella sofferenza.
Oggi forse so, papà, che a quel “mio” avrei dovuto sostituire “tuo”. A te, non a me, quel ventidue dicembre di tanti –troppi- anni fa è stato tolto qualcosa.
Lo so perché avevi proprio l’età che ho io ora, mentre scrivo, in una mattina spazzata dal favonio e insolitamente calda di dicembre, con il gatto sdraiato a fianco (ti sarebbe piaciuto un sacco, questo buffo gatto Matisse)
So che c’erano chilometri di montagna ancora da percorrere, un numero infinito di libri da leggere, partite di pallacanestro da vedere con il primogenito.
So che avresti rivisto me nel viso della mezzana, mio clone, che ti saresti sciolto come neve al sole davanti alle intemperanze della piccola.
So che questi ventotto anni sono stati tolti a te, prima che a me, e scusa se ci ho messo tanto a comprenderlo.
Dal mio ricordo, dai miei pensieri e dal mio cuore non sei mai andato via, papà.
E ti confesso un segreto: in quei libri che si trovano in giro per il mondo nelle chiese, nei musei, nei parchi, dove lasciare il proprio nome dopo la visita, scrivo sempre il tuo.
Sei stato in tanti posti, insieme a me.
Io, anche se mi troveresti un po’ invecchiata, sono sempre quella bimba sorridente sulle tue spalle.

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And the winner is…

Una stimata pedagogista, che chiameremo BB per tutelare la privacy, quest’anno é andata un po’ lunga con il cambio gomme da estive a invernali.

Quest’oggi però, ligia e determinata, s’é presentata all’appuntamento dal gommista, puntualissima, e dopo avere lasciato l’auto si é fatta un giro a piedi al centro commerciale accanto.

Dopo cinque minuti una chiamata dal signor gommista informava la stimata pedagogista che avrebbe fatto molto volentieri il cambio gomme, se solo lei le avesse portate.

In preda a un leggero sconforto, la nostra é quindi tornata a casa di corsa, caricando in auto il treno di gomme.

Ritornata dal signor gommista, ha ripreso a ballonzolare al vicino centro commerciale, tra vetrine addobbate e un caffè.

Dopo dieci minuti un’altra chiamata del gommista, che avrebbe fatto volentieri il cambio gomme, ma quelle che lei aveva portato andavano larghe.

La stimata professionista, che di auto, pneumatici e spie ne capisce giusto un filo di meno che di fisica quantistica, si é lanciata in un pedagogico pippone sull’impossibilità di tale evento, mica che i cerchi dimagriscono in estate, eh.

Il gommista, per nulla turbato da tanta professionalità, le ha riconsegnato le chiavi dell’auto salutandola caramente.

La stimata pedagogista é dunque tornata a casa, dove ad attenderla ha trovato le gomme giuste -e non quelle del fidanzato- e il prestigioso trofeo “Stordita 2023”, gentilmente offerto dalla Pirelli.

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Hi, guys!

Ding!

“Mamma, mi hanno rubato il cellulare, scrivimi su questo numero!”

Certo, perché c’ho tatuato Gioconda sulla fronte, io. Ah, mica mi fregano con ‘ste truffe da quattro soldi.

Ding!

“Mamma, ho bisogno! Non ho più il cellulare, me lo ha prestato una compagna!”

Certo, come no. E io sono Chiara Ferragni, ciao guys! A me non la so fa, sono una scaltra e navigata pedagogista. Adesso li blocco.

Ding!

Foto, primo piano della piccola, affranta, nella sua classe.

Mannaggia, allora é vero.

Prende il via dunque una indagine degna di un episodio di Criminal mind, localizzando prima il cellulare scomparso e seguendolo nei vari spostamenti nella città. A volte essere una madre stalker ha i suoi vantaggi.

Decine di chiamate alle quali nessuno risponde, fino alla missione finale di recupero del telefono, direttamente a casa della signora “stavo giusto per riconsegnarlo”.

L’amore della madre per un figlio smuove le montagne.

Il terrore di dover comprare un cellulare nuovo di più.

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Bucureşti




Ci sono un italiano, un albanese, un rumeno e un libanese.

No, non é l’incipit di una barzelletta di berlusconiana memoria, ma l’inizio del racconto del fine settimana del primogenito.

Che é volato, insieme alla nutrita compagine di cui sopra, alla volta di Bucarest, ridente capitale della Romania.

Sotto un cielo carico di nubi grigie i quattro moschettieri hanno affrontato dure prove e imprevisti pericoli.

I nostri eroi, svegli da orari improbabili causa volo iper economico all’alba, sono stati vigili ventiquattro ore per godere di un epocale evento di musica dal vivo, poco distante dalla capitale.

Tutto bene, non fosse per il ritardo col quale sono giunti sul posto: leggenda narra che l’indirizzo stampato sul loro biglietto fosse sbagliato, e i quattro si siano fatti portare da uber nel posto sbagliato.

Per ritemprarsi dalle fatiche della giornata e nottata -che Ercole muto- si sono quindi concessi una giornata di relax alle famose terme, tra saune, massaggi, fanghi e cocktail a bordo piscina, per finire con il piatto tipico rumeno: risotto all’astice.

Giusto il tempo di un breve giro della città “ma sai che nel parlamento c’è un canestro? Ah, ottima la grappa rumena” e la breve vacanza nell’est Europa é giunta al termine.

Ecco i nefasti risultati dell’averlo fatto viaggiare fin da piccino.

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Siamo ancora qua

Il primogenito si divide tra università, lavoro, amici e palestra.

Lo fa con la mia macchina, da che é patentato, e se la matematica non é un’opinione se c’è una sola autovettura, qualcuno resterà a piedi.

Facile indovinare chi.

“Ho visto in un parcheggio la nostra stessa auto, ma pulita. Sembra quasi un altro colore” e si é così recato all’autolavaggio. Deve essere un gene tipico maschile, visto che in casa sciacqua a stento una tazza, sotto coercizione.

La mezzana esce.

La mattina, per andare a scuola.

Il pomeriggio, per la palestra e lo studio al bar della piazza, che ha preso il posto della biblioteca. Si sa, ci si concentra meglio con un buon caffè.

La sera, spesso in pigiama, dietro casa con gli amici.

Sullo stato di famiglia risulta ancora, forse perché non si perde un pranzo o una cena.

La piccola studia.

Magari studio é una parola grossa, diciamo che sembra avere scoperto l’esigenza di prepararsi prima di un compito o una interrogazione.

Sarà che tengo l’asticella delle aspettative bassina, ma ciò é motivo di gaudio e tripudio.

Il fidanzato zompetta tra una presentazione e un’intervista, una cena e una prima, un evento e un panel.

Siamo nella settimana dell’anno in cui si svolge Glocal, e ogni tanto la cosa migliore é fingersi morti come l’Opossum della Virginia, per sfuggire al turbinio degli eventi.

Gatto Matisse vomita sullo zerbino, in segno di protesta per l’acquisto di una pappa economica, al suo nobile palato evidentemente non gradita.

Io preparo pane, focacce, torte, muffin cercando pace nella panificazione.

Per ora ho trovato solo carboidrati, ma tant’é.

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18 bis


Deve esserci uno sbaglio, un errore, un fraintendimento.

Perché non é possibile sia già arrivato il momento.

La piccoletta coi ricci pazzi e la mia faccia rubata, che giocava con la sveglia della nonna e la faceva suonare in piena notte, girava la manopola della caldaia facendoci congelare in inverno, scalava librerie come un piccolo Messner.

Che ho dovuto portare con urgenza dall’otorino perché non rispondeva mai, a nessuno, e abbiamo pagato per farci dire che semplicemente ci ignorava.

Che ha una cicatrice sul mento e una sulla fronte a ricordarci che sì, ti chiamavo piccolo diavolo della Tasmania per una ragione.

Che dalla scuola materna é arrivata alla quinta liceo e mi chiedo quando sia successo.

Che oggi é una giovane donna piena di doni.

Una disciplina ferrea per alimentazione e attività fisica che, portata negli studi, avrebbe già regalato almeno una laurea; la pazienza verso la sorella minore, a parte quando ruba i tuoi vestiti e rischia la vita; i “soci”, il variopinto gruppo di amici che ti accompagna e che é diventato parte della famiglia; il desiderio di autonomia che scalcia e si fa sentire; i piani per il futuro, tutto da costruire.

Oggi, amore mio, cambia tutto e non cambia niente.

Sei libera di firmare le giustificazioni, e sei responsabile di quella firma.

Perché questi diciotto anni -eh già, proprio diciotto- fra i tanti regali portano i due più significativi: libertà è responsabilità.

Il significato di libertà lo conosci bene, la parola responsabilità invece viene dal latino respòndere, e significa impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.

Insomma, non si può più far finta di non sentire.

E allora tanti auguri Sveva, amore mio.

Che bello il panorama, visto dai tuoi diciotto anni.

La tua mamma

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Primo dell’anno

La piccola ha superato brillantemente il debito di settembre, e giusto ieri sera s’é ricordata che avrebbe dovuto svolgere i compiti per altre sette materie. Non é parsa particolarmente turbata.

La mezzana festeggia il suo primo ultimo giorno di scuola, stante che é in quinta liceo armata di una discreta dose di ottimismo.

Piange l’estate finita e la vita gaudente di uscite, spritz in piazzetta e serate danzanti che hanno caratterizzato questi ultimi novanta giorni.

Per il futuro ha grandi piani, anche se non é ancora chiarissimo se siano piani di realtà.

Il primogenito é in sessione d’esame, e averlo accanto é piacevole come stare a tavola col Grinch il giorno di Natale.

Il fidanzato é nomade e vagabondo, ma a quello siamo abituati.

Gatto matisse é reduce da una rissa con un gatto rivale, lui ha un orecchio malmesso ma si dice in giro che l’avversario sia messo molto peggio.

Io ho rispolverato la felpona da battaglia, lucidato il mollettone per i capelli pazzi e rimboccato le occhiaie, mio outfit per gli accompagnamenti in stazione ante lucem.

Oggi é il primo gennaio, a casa nostra.

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Affinità

Lei é molesta, sovreccitata e garrula.
Lui sospira, inforca gli occhiali e scuote mesto la testa piena di ricci.
Lei osserva il panorama estatica, lui ha lo sguardo sereno di chi ha appena ricevuto una cartella di equitalia.
Lei cerca il posto più assolato della spiaggia dove stendere l’asciugamano, lui trova una sedia all’ombra.
Lei si spalma di crema solare come una fetta di pane con la nutella, lui scarica app di cammini sul cellulare.
Lei si appisola felice al sole, lui scompare per impervi sentieri.
Lei ammira il turchese del mare, lui il grigio della macchina mentre si avvia al parcheggio.
Lei conta le bracciate, lui i passi.
Lei legge seduta a riva, lui la chiama per dirle che c’è un parcheggio più conveniente a poche ore di cammino.
Lei é ingenuamente convinta che starà tutto il giorno in spiaggia, lui ha trovato da visitare un monastero sul monte.
Siamo arrivati all’isola di Brać

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Pellegrini

La salita al monte Podbrdo é impegnativa, soprattutto con trentasette gradi all’ombra.
Gli ultimi venti minuti si percorrono su un sentiero pietroso, prima di giungere di fronte a una grande statua bianca: quella della madonna di Medjugorje.
Alcuni lo percorrono a piedi nudi, altri con le scarpe da trekking -come il viterbese- altri ancora- come la pedagogista-restano seduti nel baretto con wifi a inizio sentiero.
Dopo una simile fatica ci aspettava però un fresco premio, il bagno in un lago fiabesco, sotto una cascata.
In costume e infradito quindi, ci siamo trovati davanti alle cascate sbagliate, dove non era consigliabile nemmeno rinfrescarsi i piedi. Allegre comitive di turisti polacchi scendevano in massa dai pullman, per recarsi al ristorante collocato sulle rive del laghetto.
Per proseguire dunque col pellegrinaggio spirituale,peraltro facilitato dal clima torrido, abbiamo visitato il monastero dei dervisci, la Blagaj Tekija.
I dervisci sono i discepoli di alcune confraternite islamiche che rinnegano il mondo materiale alla ricerca dell’ascesi e della salvazione. Per arrivare al monastero, appunto, file di bancarelle e gadget che neanche a disneyland.
Domani saluteremo la Bosnia per proseguire in Croazia.

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