Giovane dentro

Sono numerosi gli indicatori dello scorrere inesorabile del tempo.

Ti avvicini ai cinquanta e ti emozioni per il detersivo della lavatrice in offerta al cinquanta per cento -flacone grande, eh-, sei elettrizzata dalla nuova friggitrice ad aria a doppio cestello, salvi ricette a basso contenuto di colesterolo, ché é meglio prevenire.

Il farmacista abituale, simpatico come una cartella di equitalia a fine mese, mentre paghi il Brufen ti propone l’imperdibile controllo gratuito delle vene varicose, che sa signora mia a una certa età non si sa mai (e solo il mio spiccato senso civico e le telecamere fuori dalla farmacia mi impediscono di tracciare col chiodo sulla fiancata della sua auto una vena varicosa).

Poi arriva un lunedì, faticoso come spesso accade, a recapitarti una simpatica missiva.

Cara Barbara, da oggi puoi accedere gratuitamente al programma di prevenzione e screening del colon retto. Presenta questo coupon (in farmacia, ça va sans dire) per la ricerca di sangue occulto nelle feci!

A breve aprirò un crowdfunding per il mio primo deambulatore.

Siate generosi, donate.

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Caro Dante,

Caro Dante,

Scusa se mi permetto di disturbarti, ma ho avuto un’idea, qualora ci fosse bisogno di inserire nuovi gironi infernali.

Senti qua.

Prendi una madre e la figlia più piccola, di venerdì mattina dopo una settimana lunga e impegnativa.

Fai intraprendere loro un viaggio a Rozzangeles, patria del Sommo Ortopedico.

Falle andare in macchina, ché la tangenziale ovest ha sempre il suo perché, soprattutto quando passa di fronte all’ikea.

Fa che la figlia piccola faccia ascoltare le sue canzoni preferite per tutto il viaggio.

A cominciare da

“Ostriche e champagne, viene giù una valanga

Striscio lo ski pass, settimana bianca

Faccio il pieno al SUV, scende il mio conto in banca

Quando salgo su, settimana bianca”

Per proseguire con

“Spingere e far ballar la fresca

Vuoi vincere e dominar la festa

La mia medicina è aprire un’altra bollicina

Fino alla mattina non ci scende la gaina”

E finire così

“I p’me tu p’te
I p’me tu p’te
I p’me tu pe’te
Tu m’intrappl abbraccianm
Pur o riavl er n’angl
Comm m può ama si nun t’am
Comm può vula senz’al, no”

Questo potrebbe diventare il girone di coloro che si sono macchiati della deplorevole colpa di voler essere genitori.

Potresti metterli al posto dei golosi che, diciamocelo, in fondo non facevano nulla di così grave.

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Assassinio sul Cadorna express

Due ore prima dell’arresto.

In treno.

Giovanissima fanciulla dalle unghie impeccabili, ciglia a ventaglio, mentre telefona in viva voce seduta di fianco a me.

“Cioè, amo, capisci? Al Carrefour con le scarpe col plateau, tra l’altro palesemente una cinesata, alle nove del mattino?

E poi dai, un po’ di dignità, qualche ritocco fattelo magari che casca tutto.

No vabbè, anche io vado col vestitino di paillettes al supermercato la mattina presto, ma solo quando faccio after dalla serata prima.

E comunque, amo; essere sexy non significa essere volgare. Cioè, ci sono occasioni e occasioni: anche io me lo metto magari un pantalone e o un fuseaux, ma poi faccio l’upgrade per la serata.

Cioè, io c’ho vent’anni e non giudico nessuno, sai come sono fatta io per me massima libertà per tutti, sono super aperta, ma quella c’aveva cinquant’anni, a casa col grembiule deve stare, amo”

Due ore dopo il delitto

“Ed eccomi qui, signor giudice”

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Cenerentola alla maturità

Sono partiti allo scoccare della mezzanotte, da un parcheggio desolato alla periferia di Milano.

Come una cenerentola al contrario, la zucca s’é trasformata in un Flixbus e i topini negli amici di sempre.

Dieci lunghe ore di viaggio, un po’ meno che un volo per le Mauritius è un po’ di più di quello per Zanzibar, con le ginocchia anchilosate e la faccia accartocciata sono sbarcati nella città eterna.

Roma li ha accolti con cappuccini e maritozzi alla panna, qualche goccia di pioggia e l’euforia molesta delle grandi avventure.

In attesa dell’evento per cui vi si erano recati, i quattro hanno percorso strade e stradine, visitato il Colosseo e qualche chiesa non meglio precisata, mangiato carbonara, amatriciana e l’all you can eat della cucina locale.

Dopo l’aperitivo di precetto, sono arrivati al cospetto della divinità della musica techno, religione dei quattro giovani adepti.

Hanno ballato tutta la notte, insieme a moltissimi altri accoliti, e quando s’é fatta l’ora di andare si sono resi conto che era già l’alba e di lì a poco un’altra carrozza trasformata in bus li avrebbe ricondotti a casa.

La mezzana e gli amici soci si sono fatti venti ore di flixbus per restarne a Roma altrettante.

Lei é appena affaticata, già pronta per altre mirabolanti avventure.

Sempre che riesca ad uscire dalla torre dove l’ho rinchiusa fino alla maturità.

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Vade retro

Quando una giornata comincia sotto la pioggia battente.


C’è da portare la piccola a scuola –e andare a riprenderla- per le prossime quattro settimane da stampellata. La faccenda richiede una sveglia ancora prima del solito per il disbrigo di tutte le formalità –iniezione mattutina, vestizione, trasferimento al piano della cucina-e una scorta di pazienza che avrebbe trasformato Budda in un ultras di curva nord, stante la dolcezza e l’amabilità della creatura.
Il viaggio di questa mattina è stato allietato dall’ascolto- con cori annessi- di Maledetta primavera, canzone entrata nella top ten dei tormentoni musicali della figlia, dopo averla ascoltata nell’ultimo film di Aldo Giovanni e Giacomo.
Nel mentre, gatto Matisse deve essere portato dalla veterinaria per un piccolo intervento chirurgico, l‘estrazione di due denti. Il suddetto felino è a digiuno dalla mezzanotte di ieri, si aggira per casa come un leone in gabbia, graffia alla porta dietro la quale mi sono nascosta per non dare spiegazioni, miagola come se stesse passando il gesso sulla lavagna, lancia sguardi carichi di odio e ricorda vagamente Satana.
Forse più che il veterinario urge un esorcista, chissà mai che per due pazienti non mi faccia un prezzo di favore.

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La vida es un carnaval

La mezzana é a Strasburgo, per la gita di quinta liceo.

Di lei non si hanno notizie da giorni, se si escludono i messaggi di addebito della carta di credito prepagata che ha portato a farle compagnia.

L’ultimo, in ordine di apparizione, é una spesa di diciassette euro e cinquanta da H&M, nella ridente cittadina di Mulhouse.

Pare siano pantaloncini scintillanti, indispensabile dress code per l’ingresso al parlamento europeo.

Il primogenito, mentre io lavoro, fa il badante della sorella piccola, allettata.

Seguendo scrupolosamente le indicazioni di portarle il ghiaccio più volte al giorno, é riuscito a scongelare piselli, braciole e filoni di pane. “Non trovavo il ghiaccio”, le sue ultime parole.

Al messaggio “in frigo ci sono i ravioli, per pranzo” ha risposto col pollicione alzato e li ha cucinati solo per lui, ché non era specificato di nutrire anche la sorella.

La piccola é confinata al terzo piano, con le stampelle, il cellulare e un fido felino che non abbandona mai la sua gamba malata.

Mi chiama centordici volte al giorno e faccio le scale per andare da lei altrettante volte.

La prossima a rifare le ginocchia potrei essere io.

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Comunque tutto bene

Sette mesi fa, in una assolata e calda giornata, una Piccola ginnasta é -come direbbe il suo maestro di ginnastica- atterrata male da un “semplice mortale”.

La madre della Piccola ginnasta, stimata pedagogista, pensò che tutte quelle scene fossero esagerate, conoscendo il grande talento del dramma della figlia.

Dopo un lungo girovagare tra ortopedici, fisioterapisti, osteopati, astrologi e circensi, la malfidente pedagogista e la drammatica figlia approdarono nello sperduto hinterland milanese, al cospetto del Gran Visir di tutti gli ortopedici.

La divinità delle articolazioni sentenziò che, senza ombra di dubbio, fossero legittime le lagne della Piccola.

È così, da ieri, il nebbioso hinterland milanese ha accolto la pedagogista coi sensi di colpa per non avere creduto alla figlia Piccola, e la suddetta figlia Piccola che vanta oggi un ginocchio nuovo di zecca, una molestia euforia post anestesia e un abuso dei comandi elettronici del letto.

Mi sa che ci manderanno a casa presto.

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Quattrocchi

“Allora, questi assolutamente no. Non sono in palette”

“Non sono in cosa?”

“E poi col viso tondo e corto ci vuole qualcosa che sfini, che estenda lo sguardo”

“Viso tondo e corto a chi?”

“Nero no, hai il sottotono giallastro”

“Giallastro?”

“La luce parla chiaro: coi tuoi capelli ci serve una nuance dorata, dei toni pastello, se vuoi proprio osare un tortora ma te lo sconsiglio”

“Tortora?”

“Ragazze avete ragione, brave. Che poi, quando ho visto entrare vostra mamma ho pensato subito a Bloom, la fatina delle winx”

Arrendersi all’inevitabile avanzare dell’età non é facile.

Accettare di avere bisogno degli occhiali per riconoscere chi ti saluta per strada nemmeno.

Ma trovarsi in mezzo ai deliri della gentilissima signorina del negozio, la piccola e la mezzana armocromiste no, non me lo meritavo.

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Potere della condivisione

Sei madre da più di vent’anni.

Hai in casa tre adolescenti, lavori con bambini e ragazzi, nella tua carriera hai ascoltato storie di ogni genere e pensi che nulla, ormai, potrà stupirti.

E invece.

Un giorno, mentre svolgi la quotidiana funzione di taxi per la figlia mezzana, la rivelazione.

Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding!

“Ma caspita, cosa sono tutti questi messaggi? Togli la suoneria, é fastidioso”

“Non posso, é il nostro gruppo della cacca”

“Scusa?”

“Il gruppo della cacca, no? Guarda qui: ogni volta che qualcuno di noi la fa manda una emoji sul gruppo, così sappiamo che l’ha fatta. Vedi? Il mio amico Y l’ha fatta tre volte, ieri. Povero, un gran mal di pancia”

Ding! Ding! Ding!Ding! Ding!

“Ma cosa mangiate, topi morti? Dai, non ci voglio credere”

“Si chiama condivisione, mamma”

Il mio si chiama sconforto, ma tant’é.

Ding!

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28

Ho sempre pensato che il ventidue dicembre fosse un giorno crudele, il giorno che la mia vita ha preso una piega così difficile, così diversa.
Con quel modo di autocentrarsi tipico dei bambini e imperante negli adolescenti, mettevo al centro me, il mio dolore, la mia perdita.
Gli aggettivi possessivi determinano l’appartenenza, e io mi ero presa l’esclusività di quella perdita, di quella sofferenza.
Oggi forse so, papà, che a quel “mio” avrei dovuto sostituire “tuo”. A te, non a me, quel ventidue dicembre di tanti –troppi- anni fa è stato tolto qualcosa.
Lo so perché avevi proprio l’età che ho io ora, mentre scrivo, in una mattina spazzata dal favonio e insolitamente calda di dicembre, con il gatto sdraiato a fianco (ti sarebbe piaciuto un sacco, questo buffo gatto Matisse)
So che c’erano chilometri di montagna ancora da percorrere, un numero infinito di libri da leggere, partite di pallacanestro da vedere con il primogenito.
So che avresti rivisto me nel viso della mezzana, mio clone, che ti saresti sciolto come neve al sole davanti alle intemperanze della piccola.
So che questi ventotto anni sono stati tolti a te, prima che a me, e scusa se ci ho messo tanto a comprenderlo.
Dal mio ricordo, dai miei pensieri e dal mio cuore non sei mai andato via, papà.
E ti confesso un segreto: in quei libri che si trovano in giro per il mondo nelle chiese, nei musei, nei parchi, dove lasciare il proprio nome dopo la visita, scrivo sempre il tuo.
Sei stato in tanti posti, insieme a me.
Io, anche se mi troveresti un po’ invecchiata, sono sempre quella bimba sorridente sulle tue spalle.

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