Siamo ancora qua

Il primogenito si divide tra università, lavoro, amici e palestra.

Lo fa con la mia macchina, da che é patentato, e se la matematica non é un’opinione se c’è una sola autovettura, qualcuno resterà a piedi.

Facile indovinare chi.

“Ho visto in un parcheggio la nostra stessa auto, ma pulita. Sembra quasi un altro colore” e si é così recato all’autolavaggio. Deve essere un gene tipico maschile, visto che in casa sciacqua a stento una tazza, sotto coercizione.

La mezzana esce.

La mattina, per andare a scuola.

Il pomeriggio, per la palestra e lo studio al bar della piazza, che ha preso il posto della biblioteca. Si sa, ci si concentra meglio con un buon caffè.

La sera, spesso in pigiama, dietro casa con gli amici.

Sullo stato di famiglia risulta ancora, forse perché non si perde un pranzo o una cena.

La piccola studia.

Magari studio é una parola grossa, diciamo che sembra avere scoperto l’esigenza di prepararsi prima di un compito o una interrogazione.

Sarà che tengo l’asticella delle aspettative bassina, ma ciò é motivo di gaudio e tripudio.

Il fidanzato zompetta tra una presentazione e un’intervista, una cena e una prima, un evento e un panel.

Siamo nella settimana dell’anno in cui si svolge Glocal, e ogni tanto la cosa migliore é fingersi morti come l’Opossum della Virginia, per sfuggire al turbinio degli eventi.

Gatto Matisse vomita sullo zerbino, in segno di protesta per l’acquisto di una pappa economica, al suo nobile palato evidentemente non gradita.

Io preparo pane, focacce, torte, muffin cercando pace nella panificazione.

Per ora ho trovato solo carboidrati, ma tant’é.

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18 bis


Deve esserci uno sbaglio, un errore, un fraintendimento.

Perché non é possibile sia già arrivato il momento.

La piccoletta coi ricci pazzi e la mia faccia rubata, che giocava con la sveglia della nonna e la faceva suonare in piena notte, girava la manopola della caldaia facendoci congelare in inverno, scalava librerie come un piccolo Messner.

Che ho dovuto portare con urgenza dall’otorino perché non rispondeva mai, a nessuno, e abbiamo pagato per farci dire che semplicemente ci ignorava.

Che ha una cicatrice sul mento e una sulla fronte a ricordarci che sì, ti chiamavo piccolo diavolo della Tasmania per una ragione.

Che dalla scuola materna é arrivata alla quinta liceo e mi chiedo quando sia successo.

Che oggi é una giovane donna piena di doni.

Una disciplina ferrea per alimentazione e attività fisica che, portata negli studi, avrebbe già regalato almeno una laurea; la pazienza verso la sorella minore, a parte quando ruba i tuoi vestiti e rischia la vita; i “soci”, il variopinto gruppo di amici che ti accompagna e che é diventato parte della famiglia; il desiderio di autonomia che scalcia e si fa sentire; i piani per il futuro, tutto da costruire.

Oggi, amore mio, cambia tutto e non cambia niente.

Sei libera di firmare le giustificazioni, e sei responsabile di quella firma.

Perché questi diciotto anni -eh già, proprio diciotto- fra i tanti regali portano i due più significativi: libertà è responsabilità.

Il significato di libertà lo conosci bene, la parola responsabilità invece viene dal latino respòndere, e significa impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.

Insomma, non si può più far finta di non sentire.

E allora tanti auguri Sveva, amore mio.

Che bello il panorama, visto dai tuoi diciotto anni.

La tua mamma

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Primo dell’anno

La piccola ha superato brillantemente il debito di settembre, e giusto ieri sera s’é ricordata che avrebbe dovuto svolgere i compiti per altre sette materie. Non é parsa particolarmente turbata.

La mezzana festeggia il suo primo ultimo giorno di scuola, stante che é in quinta liceo armata di una discreta dose di ottimismo.

Piange l’estate finita e la vita gaudente di uscite, spritz in piazzetta e serate danzanti che hanno caratterizzato questi ultimi novanta giorni.

Per il futuro ha grandi piani, anche se non é ancora chiarissimo se siano piani di realtà.

Il primogenito é in sessione d’esame, e averlo accanto é piacevole come stare a tavola col Grinch il giorno di Natale.

Il fidanzato é nomade e vagabondo, ma a quello siamo abituati.

Gatto matisse é reduce da una rissa con un gatto rivale, lui ha un orecchio malmesso ma si dice in giro che l’avversario sia messo molto peggio.

Io ho rispolverato la felpona da battaglia, lucidato il mollettone per i capelli pazzi e rimboccato le occhiaie, mio outfit per gli accompagnamenti in stazione ante lucem.

Oggi é il primo gennaio, a casa nostra.

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Affinità

Lei é molesta, sovreccitata e garrula.
Lui sospira, inforca gli occhiali e scuote mesto la testa piena di ricci.
Lei osserva il panorama estatica, lui ha lo sguardo sereno di chi ha appena ricevuto una cartella di equitalia.
Lei cerca il posto più assolato della spiaggia dove stendere l’asciugamano, lui trova una sedia all’ombra.
Lei si spalma di crema solare come una fetta di pane con la nutella, lui scarica app di cammini sul cellulare.
Lei si appisola felice al sole, lui scompare per impervi sentieri.
Lei ammira il turchese del mare, lui il grigio della macchina mentre si avvia al parcheggio.
Lei conta le bracciate, lui i passi.
Lei legge seduta a riva, lui la chiama per dirle che c’è un parcheggio più conveniente a poche ore di cammino.
Lei é ingenuamente convinta che starà tutto il giorno in spiaggia, lui ha trovato da visitare un monastero sul monte.
Siamo arrivati all’isola di Brać

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Pellegrini

La salita al monte Podbrdo é impegnativa, soprattutto con trentasette gradi all’ombra.
Gli ultimi venti minuti si percorrono su un sentiero pietroso, prima di giungere di fronte a una grande statua bianca: quella della madonna di Medjugorje.
Alcuni lo percorrono a piedi nudi, altri con le scarpe da trekking -come il viterbese- altri ancora- come la pedagogista-restano seduti nel baretto con wifi a inizio sentiero.
Dopo una simile fatica ci aspettava però un fresco premio, il bagno in un lago fiabesco, sotto una cascata.
In costume e infradito quindi, ci siamo trovati davanti alle cascate sbagliate, dove non era consigliabile nemmeno rinfrescarsi i piedi. Allegre comitive di turisti polacchi scendevano in massa dai pullman, per recarsi al ristorante collocato sulle rive del laghetto.
Per proseguire dunque col pellegrinaggio spirituale,peraltro facilitato dal clima torrido, abbiamo visitato il monastero dei dervisci, la Blagaj Tekija.
I dervisci sono i discepoli di alcune confraternite islamiche che rinnegano il mondo materiale alla ricerca dell’ascesi e della salvazione. Per arrivare al monastero, appunto, file di bancarelle e gadget che neanche a disneyland.
Domani saluteremo la Bosnia per proseguire in Croazia.

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Mostar

C’è tanta gente, fra le stradine strette.
Ci sono ristoranti e piccoli negozi, alcuni con broccati preziosi e altri con Gucci e Chanel tarocchi.
L’acciottolato su cui si cammina é scivoloso, soprattutto per le pedagogiste in sandaletti rossi.
L’introvabile lampada pezzo unico fatta a mano che non troverete in nessuna altra parte del mondo -e che la pedagogista ha insisto ad acquistare a Sarajevo- qui é in una bancarella su due, a metà prezzo.
Il viterbese non ne é stato felice.
Il cuore di questa città, anch’essa tormentata da guerre, é un ponte.
Per ottenere il migliore scatto del suddetto ponte, la guida consiglia di salire sul minareto più alto della città.
Attraverso una lunga e insidiosa scala a chiocciola, che se per caso incroci qualcuno che scende invochi tutte le divinità passate e presenti, si arriva a un instabile terrazzino a strapiombo sul fiume.
La pedagogista teneva molto a questa foto, da pubblicare spacciandola per propria.
Nelle immagini, come é andata.
Mostar, siamo arrivati.

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Sarajevo

É una donna col velo che dà da mangiare ai piccioni vicino alla fontana di Sebilj.
É una signora che torna per la prima volta in quella che era la sua casa, dalla quale é scappata dopo la guerra per trasferirsi in Canada; oggi porta i due figli a conoscere la sua patria e ce lo racconta con una emozione che contagia.
É una pista da bob che ha ospitato le Olimpiadi del 1984, poi diventata postazione dell’esercito serbobosniaco, ora percorribile a piedi e dipinta coi murales.
É una funicolare che é diventata un simbolo, che ha impiegato vent’anni per tornare a portare turisti e cittadini sul monte più alto.
É un museo dei bambini, coi bambini e per gli adulti, che colleziona i ricordi di chi ha vissuto durante l’infanzia il trauma della guerra. Orsi di peluche, carte di caramelle, altalene.
Da tempi lontani a guerre recenti, a ricordare che se la guerra colpisce alcuni, la pace riguarda tutti.
É i tanti fori sui muri delle case, a memoria di un tempo in cui per le strade si correva per fuggire agli spari.
Non ci sono parole facili per descrivere una città complessa, o forse non sono capace di trovarle.
É lo stare nella complessità della storia e nella consapevolezza della contraddizione.
Via dopo via, passo dopo passo, é Sarajevo.

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Altra tappa

Vacanza é uscire dalle consuetudini, dal quotidiano tran tran, dalle magagne che ci portiamo dietro.
Dormire in un posto nuovo regala la possibilità di non smadonnare contro il don del paese che scampana allegri motivetti ogni mattina alle sette.
Finché non alloggi in una piccola città e alle cinque e venti del mattino parte “ashhadu an lā ilāha illā allāh ashhadu anna muḥammadan rasūl ḥayya ialà as-salāh hayya ‛alà al-falā! allāhu akbar lā ilāha illā allāh” dalla moschea con minareto fronte hotel, ai decibel di Travis Scott al circo Massimo.
Lasciato -in vita- il muezzin, il viaggio é proseguito attraverso le strade secondarie, per arrivare al cospetto delle piramidi.
No, non abbiamo bevuto troppa Rakija.
Ci siamo recati ad ammirare una zona in cui si racconta si celino, sotto tre colline, altrettante costruzioni piramidali. La comunità scientifica ha bollato questo ritrovamento come bufala; un nutrito numero di persone ritiene invece che si percepiscano forti vibrazioni energiche.
Noi, una volta capito quanto fosse tortuosa la strada per arrivarci e non avvertendo vibrazione alcuna, abbiamo desistito.
Sarajevo, stiamo arrivando.

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Noi

Dei delicati e misteriosi equilibri che governano una coppia, poco dall’esterno si riesce ad intuire.
Fra due persone che stanno per intraprendere un viaggio, ce n’é sempre una che immagina, organizza, studia, prenota, confronta i percorsi, cerca la moneta locale, il traffico dati internet, gli eventi che potrebbero incontrare nel percorso, il meteo, i documenti necessari, gli usi e costumi locali. Qualcuno che prepara file Excel con le informazioni su ogni tappa, dal chilometraggio al prezzo al litro della benzina.
Lo chiameremo il Viterbese.
E poi c’è l’altra, che conosce a malapena il giorno della partenza ma non benissimo quello del ritorno. Che chiede se portare vestiti pesanti o il costume da bagno, mette in valigia la crema solare e l’oki task, qualche libro da leggere e il caricatore del cellulare.
La chiameremo la Pedagogista.
Durante il viaggio, mentre il Viterbese guida, la Pedagogista leggerà ad alta voce le guide -sempre più di una- che lui ha portato, troverà luoghi ameni da visitare che escono per chilometri e chilometri (solitamente di sterrato, in lande desolate) dal percorso che lui ha studiato nel dettaglio.
Al ristorante lei assaggerà ogni cosa tipica per quanto improbabile, mentre lui scorrerà il menù alla ricerca di qualcosa di noto.
Malgrado queste apparentemente inconciliabili differenze, o forse proprio grazie a loro, i due saranno molto felici di trascorrere questo tempo insieme.

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Croazia

In Croazia hanno inventato la cravatta e dato il nome alla penna.

In Croazia é scomparsa giorni fa l’intera squadra di pallamano del Burundi. Non li trovano più.

In Croazia, se parcheggi la sera in città e dici annamo va, tanto domani mattina arriviamo presto, prendi tredici euro e novantacinque di multa.

In Croazia hanno trovato il tartufo più grande del mondo.

In Croazia -ma anche in Bielorussia, Varazze o Reykjavik- se sei con un direttore viterbese fai un anello di dieci chilometri. Ti dirà che é tutta in piano. Tu non crederci.

In Croazia nasce la razza dalmata, celebre per la carica dei cento uno; a Varese nasce Gatto Matisse.

In Croazia, Ivan Vučetić ha inventato l’identificazione delle impronte digitali. Lo ringraziamo per le ventidue stagioni stagioni di Law and Order.

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