Belle sorprese

E’ entrata di corsa, insieme alla fretta che troppo spesso la accompagna. Si è mossa rapida e sicura tra gli scaffali come fosse a casa sua, e considerato il tempo che ci passa il supermercato è in effetti un po’ casa sua. Come al solito aveva dimenticato una sola cosa, come al solito si era ripromessa solennemente di non prendere altro, come al solito già dopo la corsia della verdura aveva infranto i suoi propositi e tentava vanamente di tenere in equilibrio come un maldestro giocoliere delle pesche nettarine (“al grande piacciono tanto”), una confezione in offerta da cinque litri di detersivo per lavatrice (“che quando si torna dalle vacanze devo fare un trilione di bucati”) una confezione famiglia di mozzarelle (“perché d’estate cos’altro si può mangiare?”) e un paio di litri di latte (“e chi le sente le bambine se non lo trovano a colazione!”). Le prime a cadere sono state le pesche, seguite a ruota dal detersivo che ne ha fatto marmellata. Mentre cercava di rimediare al disastro mantenendo in equilibrio il resto della spesa senza perdere completamente la dignità si è avvicinato un giovane uomo, con la divisa del supermercato. Arrivava dal reparto del pesce, dal quale l’aveva osservata nei suoi incerti equilibrismi. Portava con sé due sacchetti trasparenti, e senza dire nulla l’ha aiutata a mettere tutto in ordine. Poi è andato al banco della frutta e ha sostituito la poltiglia arancione con un nuovo sacchetto di pesche. Lei ha ringraziato, imbarazzata. Lui è tornato al suo lavoro. Lei ha raggiunto la cassa ma, all’ultimo momento è tornata indietro, al banco del pesce. E lo ha ringraziato ancora, perché la gentilezza è merce rara e i gesti belli vanno riconosciuti. Lui ha sorriso dicendo “cosa avrei dovuto fare? era in difficoltà e l’ho aiutata” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Lei è uscita dal supermercato un po’ più contenta e un po’ meno di corsa, pensando a quanto un gesto piccolo possa farti sentire bene.
E una volta a casa si accorta di non aver preso la pappa del gatto, unico motivo per cui era entrata in quel supermercato.

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Fantasy

L’angolo più malridotto e buio del cortile diventa il set ideale per il remake de “la bambola assassina” scritto, diretto e interpretato dai bambini del vicinato;

un cartoncino, il depliant pubblicitario della Trony, colla e forbici: eccole trasformate in ragazzine con degli smartphone di ultima generazione;

alcune vecchie Barbie appartenute alla mamma mettono in scena amori, amicizie, drammi e sciagure che gli sceneggiatori di Beautiful potrebbero scriverci una serie;

una coperta logora avvolta intorno al letto a castello lo trasforma in una fortezza inespugnabile, dove la piccola principessa regna beata tra i suoi sudditi di peluches.

La fantasia è un dono, che mi incanta nei bambini e ammiro e invidio negli adulti capaci di conservarla anche quando i film si vanno a vedere al cinema, i cellulari si acquistano alla Trony, Beautiful si guarda in televisione e i letti bisogna rifarli la mattina.

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Coltivazioni pericolose

Alla cassa, in coda.

“Mamma, sai che il nonno mi ha detto che in giardino ha trovato una pianta che si chiama ca…”

“Carota?”

“Cavolfiora come dice la zia Nuccia quando viene su dalla Sicilia e non parla la nostra lingua?”

“No amore, la zia è anziana e parla dialetto e…”

“Canapa! Ecco cosa ha il nonno in giardino! CANAPA!”

“Shhhhhhh che dici? Non è possibile che il nonno coltivi droga”

“Droga? Chi si droga? Il nonno???”

“No per carità, abbassa la voce che ci guardano tutti e adesso la cassiera come minimo chiama i servizi sociali e ascoltate tutti bene: non c’è nessuna droga nel giardino del nonno, chiaro??”

“Va bene mamma, non ti agitare così però se no la cassiera pensa che sei tu che ti droghi”

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Condivisione

Conosco tante donne. Poi, vuoi per lavoro o per vita privata conosco tante madri. Con alcune lavoro, con altre chiacchiero fuori da scuola o al campo di pallavolo, altre ancora sono amiche.

Conosco una mamma che, mentre sistemava la cucina dopo cena, non si è accorta che il suo geniale duenne è salito al piano di sopra e ha seppellito la tartaruga sotto un chilo di gamberetti disidratati. La sventurata sta ancora cercando di eliminare l’odore di pesce andato a male dalla stanza, mentre la tartaruga pare non abbia riportato danni.
Conosco una mamma che ha iscritto la figlia al corso di nuoto, ha passato ogni maledetto lunedì da settembre a giugno chiusa in uno spogliatoio dalle temperature tropicali con un tasso di umidità riscontrato solo a Cherrapunji, ridente località al confine con il Bangladesh che ne detiene il record mondiale, sempre con ai piedi delle deliziose sovrascarpe azzurrine. Un bel giorno, ormai liquefatta da tanto calore, è uscita con la bambina dalla suddetta piscina, ha fatto la spesa al vicino Esselunga, è andata a bere il caffè al bar, il tutto con ai piedi le famigerate sovrascarpe. In paese ancora ne parlano.
Conosco una mamma che, una mattina, è rimasta praticamente in mutande alla fermata dello scuolabus perché il suo adorato figliolo, che stava inciampando, si è aggrappato con forza ai pantaloni della tuta materna.
Conosco una mamma che ha ascoltato impotente la figlia, una deliziosa bambina di seconda elementare con i capelli biondi da fatina e un sorriso sdentato, mentre raccontava fuori dai cancelli della scuola, con dovizia di particolari e a voce alta, della litigata furibonda dei genitori la sera prima.
Conosco una mamma che ha organizzato nei dettagli la festa di compleanno della figlia in un noto locale, ha pensato alla torta, agli inviti e ai vestiti. E il giorno della festa si è dimenticata di andarci, restando in pigiama sul divano con la figlia a guardare la tv, finché un’altra mamma non l’ha chiamata per sapere dove fosse.

Una di queste sono io (e mai rivelerò quale), le altre amiche e conoscenti. Perché la maternità ha bisogno di tanta ironia, sorrisi, leggerezza e condivisione, altrimenti diventa un fardello pesante.

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Expo

Come da tempo programmato, martedì l’intera famiglia ha allegramente varcato i cancelli di Expo.

Inizialmente con un po’ di confusione (“mamma, dal parcheggio abbiamo preso la navetta, ora ci controllano le borse e passo nella porta che suona se ho la cintura, ma allora qui si prende l’aereo?” ”no amore qui si cammina” “ah, che pizza”) tuttavia con grande entusiasmo abbiamo cominciato la nostra giornata. Appena entrati ci travolge la notizia che è la giornata in cui si festeggiano frutta e verdura. Ecco, per i tre che sono arrivati qui pensando a fiumi di Coca Cola e colline di Mcdonald è stato un brutto colpo. Ancora di più dopo aver assistito alla sfilata di ortaggi vari in compagnia di Heidi (che poi qualcuno mi dovrà spiegare cosa ha a che fare la pastorella svizzera con anguria e broccoletti); la piccola è ancora traumatizzata dal signore travestito da zucchina che ha ingenuamente cercato di salutarla (praticamente un incubo fatto realtà, l’odiata zucchina che parla).
Ma il momento culmine di questa entusiasmante giornata è stato senza dubbio l’incontro tra il primogenito e uno dei suoi miti indiscussi: lo chef di cucine da incubo Antonino Cannavacciuolo (“mamma, immagina venisse nella nostra cucina quando fai da mangiare? Sai le risate”)
Ma la mamma non dimentica mai il suo lavoro, quindi trascina i tre riottosi al percorso Save the children, dove li accoglie una gentilissima signorina con la maglietta rossa che assegna loro le tre nuove identità; la piccola comincia un capriccio epico perché non ne vuole sapere di essere il piccolo Tarek, e la gentile signorina è costretta a cambiarle identità con la più carina Sarita. Sopravvissuti al percorso e dopo un buon numero di padiglioni visitati i fanciulli-e non solo- cominciano a dare segnali di cedimento (velatamente espressi con feroci litigi fra loro) quindi al tramonto decidiamo di salutare Expo e di rientrare verso casa, stanchi, accaldati ma tutto sommato contenti, anche se un po’ confusi dalle tante contraddizioni di questa esposizione (“mamma, ma siamo sicuri che al mondo ci sia così tanto da mangiare? E allora, perché tanta gente ha fame?”)

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Differenze di genere

Quattro bambine in una cameretta:

“giochiamo alle ragazzine?”

“si! io ho 19 anni e faccio il liceo”

“io 15 e sono un’animatrice dell’oratorio”

“io 17, sono appena tornata da un anno negli stati uniti dove ho studiato e imparato l’inglese”

“io ne ho 16, un fidanzato molto bello e un altro che vorrebbe essere il mio ragazzo. sono rivali come Diego e Leon di Violetta o i cervi che si scornano in Bambi”

Tre bambini in un cortile:

“ecco la palla! pallacanestro o calcio?”

“nintendo!”

Ascoltare i bambini che giocano è sempre illuminante. Talvolta preoccupante. A volte esilarante.

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Memoria

C’è un filo sottile che si srotola nella storia e nella memoria. Un po’ come le briciole che Pollicino lasciava dietro di sé per ritrovare la strada di casa, queste briciole di memoria ti accompagnano indietro nel tempo e ti aiutano a capire meglio il presente, anche quando ti sei smarrito. Tra i ricordi della mia infanzia e adolescenza spiccano due grandi passioni: la pallacanestro e la montagna. Peccato che non fossero le mie, di passioni, ma quelle di mio padre che, come ogni buon papà, ha cercato di trasmettere alla sua unica figlia l’entusiasmo e la gioia che ogni passione porta con sé. Sono stati gli anni delle vacanze in montagna e delle lunghe camminate, dei rifugi e dei ghiacciai. Sono state le domeniche al palazzetto a tifare Varese –mio padre tifava, io osservavo annoiata e stranita tutte quelle persone urlanti e festose- una adolescente senza neppure la distrazione del cellulare (eh si, smartphone e iphone non erano ancora stati inventati) 
Sono passati molti anni, tante cose sono successe e il mio papà manca da tempo. Ma, oggi come ieri, mi trovo spesso a passare del tempo in montagna, una delle passioni del mio primogenito. Con due bambine che si trascinano stancamente per i sentieri ululando “quanto manca?” ogni tre passi proprio come facevo io da piccola. Anche la pallacanestro è tornata nella mia vita, questa volta con la faccia di un bambino che sorride ogni volta che tiene fra le mani una palla da basket. 
Anche oggi queste non sono le mie passioni ma posso dire che mi piacciono un po’ di più. Che mi emoziono per la vetta di una montagna e per un tiro da tre, che sorrido dopo una camminata e anche per un lungo torneo. 
Chissà che risate si starà facendo papà.

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Cinque persone

Sono stati seduti in un’isola d’ombra in un parchetto assolato. Hanno goduto dell’aria fresca, ascoltato musica allegra, tanta musica, che usciva da un piccolo tablet. Sono stati insieme in un normale pomeriggio, cinque persone in un parco. Nessuno, passando, avrebbe fatto caso a quella scena di ordinaria normalità in un caldo pomeriggio di luglio. Dei bambini felici, due genitori sorridenti e rilassati. Occhiali a specchio, pantaloni corti, che ballano all’ombra di un grande albero.
Ecco, nel mio lavoro incontro ogni giorno dolore, fatica, grandi e piccoli sbagli. Vedo rabbia, sconforto, tristezza, a volte disperazione.
 Ma poi ci sono dei giorni, ci sono dei momenti, nei quali ho il privilegio e la gioia di vedere cinque persone che sono una famiglia, sedute su un prato come una famiglia fra tante, senza che nessuno sappia che conquista è stata per loro arrivare a stare in un parco tutti insieme. Senza che nessuno sappia da quanto tempo a loro non accadeva. Ritrovarsi, ricostruire, ricominciare.
 A volte, forse non abbastanza spesso, capita un giorno così, in apparenza normale, capace di dare nuovo senso e significato a questo lavoro.

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Pronti, partenza, via

“Non c’è niente da fare, le femmine hanno una marcia in più, vero mamma?”

Dopo un lungo viaggio, le donne di casa sono sbarcate a Santa Caterina per riabbracciare il ragazzo campeggiatore.

C’è voluto più tempo di quanto previsto dal navigatore per alcuni imprevisti (“guardate! Che bello! Un outlet! Ci fermiamo??” “No mamma ti prego che non arriviamo più”), un paio di strade sbagliate (dal navigatore ovviamente, non da me), una lunga sosta cappuccino e un acquazzone. L’intero tragitto e’ stato rallegrato dal coro a due voci sedute dietro, che hanno interpretato ripetutamente alcuni intramontabili successi della canzone italiana come “vecchio scarpone” e, in versione remix, “la Santa Caterina, pirulin pirulin pirulin zum zum”.

Ma ora siamo qui, tra le montagne sotto la pioggia, in una casina di legno piccina con gnomi sui muri, sui mobili e sulle porte e un grosso cane buono a far la guardia alla porta.

Pronte per una serata in compagnia di pizzoccheri, bresaola e tranquillità!

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Le bugie hanno le gambe corte

Per la serie: cosa si deve fare per campare.

Dunque, il pomeriggio e’ come al solito afoso per cui si va tutti al lago. Approfitto del viaggio per istruire la mia ultimogenita: “allora, è tutto chiaro? Fino ai sei anni la spiaggia non si paga, perciò quando ti chiederanno l’età risponderai “ho sei anni””

“Ma mamma, io ne ho sette”

“Si tesoro lo so bene, ma li hai compiuti da poco quindi è un po’ come se ne avessi ancora sei, giusto?”

“Non mi sembra proprio mamma: o ne hai sei oppure sette e mi sembra proprio una bugia e tu dici che le bugie non si dicon…”
”Basta! Se dico che hai sei anni hai sei anni, chiaro?” 
Insomma, con una sola frase riesco a sgretolare anni di paziente lavoro educativo e perdo ogni credibilità.
Arriviamo alla spiaggia, dove ci accoglie una signorina annoiata e impegnata ad ammirare la sua coloratissima e sofisticatissima manicure.
Non appena alza gli occhi su di noi e fa per aprire bocca si ode una vocina:
”Io ho SEI anni, SEI! Mi sorella nove, la mia mamma quarantuno!” scatenando l’ilarità generale.
Ben mi sta. La prossima volta pago per tutti…

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