Emozioni ferragostane

La mattina hanno salutato gli amici in partenza, preparandosi a una settimana solo loro quattro. Poi sono andati a piantare l’ombrellone colorato acquistato dai cinesi e sono entrati in acqua a cercare refrigerio, trovando più meduse che persone; non si sono persi d’animo e, passeggiando sul bagnasciuga si sono imbattuti in un gruppo festante che ondeggiava al ritmo di limbo e tche’ tcherere e si sono fatti travolgere dalla musica incalzante -fare zumba da anni servirà pure a qualcosa- infine prima di mangiare si sono sfidati a un partitone a calcetto, finito tragicamente in rissa quando la piccola si è accorta di aver perso per autogol. Hanno pranzato con la dose di gelato che l’organizzazione mondiale della sanità raccomanda per un mese, nel pomeriggio hanno giocato a pallavolo, pallanuoto, caccia al granchio e scava la buca, fino a non poterne più. Una pioggia provvidenziale l’ha salvata da altri devastanti tornei.
Tra poco ceneranno con quella che a casa e’ l’eccezione e qui la regola: la pizza.

Hanno condiviso il ferragosto al mare insieme, il primo in quarantuno anni per lei (che ha avuto una triste infanzia di estati montanare) e il primo dei loro undici, nove e sette anni (che hanno una meravigliosa infanzia ma sempre con vacanze a fine agosto).

Buon ferragosto!

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Holiday

La vacanza marinara procede in relativa tranquillità. I bambini si divertono, nuotano e esplorano gli scogli col retino per procacciare il pranzo -fino a oggi il magro bottino e’ stato di qualche striminzito gamberetto, un granchio e un pesce (morto da tempo) gentilmente donato da un generoso pescatore-; lei ha un’amica a cui appoggiarsi nei momenti bui (“mamma, dov’è la maschera? “Sulla tua faccia, tesoro” “mamma, in questo mare ci sono gli squali? E le mante? E le meduse? E i cavallucci? E le aragoste? E i granchi?” “Mamma, facciamo una buca/castello/scultura con la sabbia?” “Mamma, guardami!!!!!”)
La piccola ha anche perso un dentino mentre azzannava un trancio di pizza (praticamente l’unico alimento di cui si stanno nutrendo) e attende pazientemente l’arrivo nella notte del pesciolino dei denti, che fa le veci del più casalingo topino.
Tutto andrebbe dunque per il meglio se il destino cinico e baro non ci mettesse lo zampino, nel caso specifico con un guasto alla rete idrica del paesino che li ospita e la conseguente mancanza d’acqua estesa a ogni abitazione, albergo o locale della zona. Per fronteggiare l’emergenza sciacquone i quattro si sono quindi dovuti ingegnare e hanno così pensato di procurarsi l’acqua necessaria dove se ne trova in abbondanza: nel mare di fronte a loro. Al calare della sera, armati di coraggio, secchi, mastelli e bottiglie si sono avventurati in spiaggia con i pantaloni arrotolati a metà gamba e hanno riempito tutti i contenitori con il prezioso elemento. Sono tornati di corsa a casa bagnati, insabbiati e ridendo a crepapelle.

Ecco, non sarà romantico come guardare le stelle cadenti, ma penso che se lo ricorderanno anche da grandi.

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In viaggio

Sono partiti un mattino buio, poco prima dell’alba, carichi di entusiasmo, bagagli e buone intenzioni. Hanno attraversato quattro regioni ma a guardare il tempo impiegato avrebbero potuto essere quattro continenti. Rispetto ai viaggi passati alcune cose sono migliorate; un tempo non lontano era bastato un viaggio in Liguria per rivedere le posizioni sull’infanticidio dopo aver ascoltato in loop per centoventi minuti l’accattivante hit “volevo un gatto nero nero nero, mi hai dato un gatto bianco con te non gioco più”. Oggi i gusti musicali di famiglia sono cambiati ma non è ben chiaro se si vada verso un miglioramento (“mamma, metti Alvaro?” “Alvaro???” “Solar no? È la canzone dell’estate”)
Durante il viaggio sono riusciti a fare pipì in sei diversi autogrill-la sincronia non abita qui- e adesso sono sufficientemente preparati per redigere una nuova lonely planet sui punti di ristoro autostradali e delle relative toilettes.
All’arrivo hanno trovato il mare, il sorriso caldo di un’amica e due braccia forti per scaricare le valigie.
E ora comincia il divertimento.

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Code a tratti

Il gruppetto è piuttosto eterogeneo e vivace: ci sono gli anziani coniugi che tornano a Bologna dopo essere stati a trovare i nipotini (“signora, vedesse che belli! Anzi aspetti, che tanto qui non ci si muove, Ettore prendi il telefono che faccio vedere i bambini a questa simpatica signora”); c’è la famiglia che sta tornando a Bari dopo essere venuta a visitare l’Expo (“vi è piaciuta?” “Insomma”); c’è un pullman di albanesi che nessuno sa dove sia diretto ma che tutti osservano per capire come usare il loro bagno; ci sono due bellissime e giovani ragazze con la radio a tutto volume che stanno andando a Rimini (“ma si, intanto balliamo un po’ qui”); c’è l’agente della polizia stradale sosia di Brad Pitt che distribuisce sorrisi e acqua; 
e ci siamo anche noi, con una autonomia residua di un litro d’acqua, tre dvd e la pipì da fare.

L’esperienza del bivacco in autostrada mi mancava proprio.

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Cose che amo

Mi piace quando siamo in macchina e alla radio suonano una canzone che piace a tutti e quattro e ci mettiamo a cantarla a voce altissima e sembra che la musica si senta nelle orecchie e nella pancia;

Mi piace quando scoprono qualcosa per la prima volta, un luogo, un sapore, un’emozione e mi guardano incantati come se potessi svelargli l’universo intero;

Mi piace quando la sera sono tutti a letto ma li sento parlottare a bassa voce di quello che combineranno domani;

Mi piace quando qualcuno di noi dice una frase buffa e un altro corre a scriverla sul quaderno di famiglia e ridiamo tutti insieme.

Ecco, questo breve promemoria sarà la mia guida, il mio faro e il mio mantra nelle prossime due settimane nelle quali saremo tutti e quattro insieme in un posto nuovo e lontano, e mi chiederò ripetutamente chi me lo ha fatto fare.

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Belle sorprese

E’ entrata di corsa, insieme alla fretta che troppo spesso la accompagna. Si è mossa rapida e sicura tra gli scaffali come fosse a casa sua, e considerato il tempo che ci passa il supermercato è in effetti un po’ casa sua. Come al solito aveva dimenticato una sola cosa, come al solito si era ripromessa solennemente di non prendere altro, come al solito già dopo la corsia della verdura aveva infranto i suoi propositi e tentava vanamente di tenere in equilibrio come un maldestro giocoliere delle pesche nettarine (“al grande piacciono tanto”), una confezione in offerta da cinque litri di detersivo per lavatrice (“che quando si torna dalle vacanze devo fare un trilione di bucati”) una confezione famiglia di mozzarelle (“perché d’estate cos’altro si può mangiare?”) e un paio di litri di latte (“e chi le sente le bambine se non lo trovano a colazione!”). Le prime a cadere sono state le pesche, seguite a ruota dal detersivo che ne ha fatto marmellata. Mentre cercava di rimediare al disastro mantenendo in equilibrio il resto della spesa senza perdere completamente la dignità si è avvicinato un giovane uomo, con la divisa del supermercato. Arrivava dal reparto del pesce, dal quale l’aveva osservata nei suoi incerti equilibrismi. Portava con sé due sacchetti trasparenti, e senza dire nulla l’ha aiutata a mettere tutto in ordine. Poi è andato al banco della frutta e ha sostituito la poltiglia arancione con un nuovo sacchetto di pesche. Lei ha ringraziato, imbarazzata. Lui è tornato al suo lavoro. Lei ha raggiunto la cassa ma, all’ultimo momento è tornata indietro, al banco del pesce. E lo ha ringraziato ancora, perché la gentilezza è merce rara e i gesti belli vanno riconosciuti. Lui ha sorriso dicendo “cosa avrei dovuto fare? era in difficoltà e l’ho aiutata” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Lei è uscita dal supermercato un po’ più contenta e un po’ meno di corsa, pensando a quanto un gesto piccolo possa farti sentire bene.
E una volta a casa si accorta di non aver preso la pappa del gatto, unico motivo per cui era entrata in quel supermercato.

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Fantasy

L’angolo più malridotto e buio del cortile diventa il set ideale per il remake de “la bambola assassina” scritto, diretto e interpretato dai bambini del vicinato;

un cartoncino, il depliant pubblicitario della Trony, colla e forbici: eccole trasformate in ragazzine con degli smartphone di ultima generazione;

alcune vecchie Barbie appartenute alla mamma mettono in scena amori, amicizie, drammi e sciagure che gli sceneggiatori di Beautiful potrebbero scriverci una serie;

una coperta logora avvolta intorno al letto a castello lo trasforma in una fortezza inespugnabile, dove la piccola principessa regna beata tra i suoi sudditi di peluches.

La fantasia è un dono, che mi incanta nei bambini e ammiro e invidio negli adulti capaci di conservarla anche quando i film si vanno a vedere al cinema, i cellulari si acquistano alla Trony, Beautiful si guarda in televisione e i letti bisogna rifarli la mattina.

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Coltivazioni pericolose

Alla cassa, in coda.

“Mamma, sai che il nonno mi ha detto che in giardino ha trovato una pianta che si chiama ca…”

“Carota?”

“Cavolfiora come dice la zia Nuccia quando viene su dalla Sicilia e non parla la nostra lingua?”

“No amore, la zia è anziana e parla dialetto e…”

“Canapa! Ecco cosa ha il nonno in giardino! CANAPA!”

“Shhhhhhh che dici? Non è possibile che il nonno coltivi droga”

“Droga? Chi si droga? Il nonno???”

“No per carità, abbassa la voce che ci guardano tutti e adesso la cassiera come minimo chiama i servizi sociali e ascoltate tutti bene: non c’è nessuna droga nel giardino del nonno, chiaro??”

“Va bene mamma, non ti agitare così però se no la cassiera pensa che sei tu che ti droghi”

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Condivisione

Conosco tante donne. Poi, vuoi per lavoro o per vita privata conosco tante madri. Con alcune lavoro, con altre chiacchiero fuori da scuola o al campo di pallavolo, altre ancora sono amiche.

Conosco una mamma che, mentre sistemava la cucina dopo cena, non si è accorta che il suo geniale duenne è salito al piano di sopra e ha seppellito la tartaruga sotto un chilo di gamberetti disidratati. La sventurata sta ancora cercando di eliminare l’odore di pesce andato a male dalla stanza, mentre la tartaruga pare non abbia riportato danni.
Conosco una mamma che ha iscritto la figlia al corso di nuoto, ha passato ogni maledetto lunedì da settembre a giugno chiusa in uno spogliatoio dalle temperature tropicali con un tasso di umidità riscontrato solo a Cherrapunji, ridente località al confine con il Bangladesh che ne detiene il record mondiale, sempre con ai piedi delle deliziose sovrascarpe azzurrine. Un bel giorno, ormai liquefatta da tanto calore, è uscita con la bambina dalla suddetta piscina, ha fatto la spesa al vicino Esselunga, è andata a bere il caffè al bar, il tutto con ai piedi le famigerate sovrascarpe. In paese ancora ne parlano.
Conosco una mamma che, una mattina, è rimasta praticamente in mutande alla fermata dello scuolabus perché il suo adorato figliolo, che stava inciampando, si è aggrappato con forza ai pantaloni della tuta materna.
Conosco una mamma che ha ascoltato impotente la figlia, una deliziosa bambina di seconda elementare con i capelli biondi da fatina e un sorriso sdentato, mentre raccontava fuori dai cancelli della scuola, con dovizia di particolari e a voce alta, della litigata furibonda dei genitori la sera prima.
Conosco una mamma che ha organizzato nei dettagli la festa di compleanno della figlia in un noto locale, ha pensato alla torta, agli inviti e ai vestiti. E il giorno della festa si è dimenticata di andarci, restando in pigiama sul divano con la figlia a guardare la tv, finché un’altra mamma non l’ha chiamata per sapere dove fosse.

Una di queste sono io (e mai rivelerò quale), le altre amiche e conoscenti. Perché la maternità ha bisogno di tanta ironia, sorrisi, leggerezza e condivisione, altrimenti diventa un fardello pesante.

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Expo

Come da tempo programmato, martedì l’intera famiglia ha allegramente varcato i cancelli di Expo.

Inizialmente con un po’ di confusione (“mamma, dal parcheggio abbiamo preso la navetta, ora ci controllano le borse e passo nella porta che suona se ho la cintura, ma allora qui si prende l’aereo?” ”no amore qui si cammina” “ah, che pizza”) tuttavia con grande entusiasmo abbiamo cominciato la nostra giornata. Appena entrati ci travolge la notizia che è la giornata in cui si festeggiano frutta e verdura. Ecco, per i tre che sono arrivati qui pensando a fiumi di Coca Cola e colline di Mcdonald è stato un brutto colpo. Ancora di più dopo aver assistito alla sfilata di ortaggi vari in compagnia di Heidi (che poi qualcuno mi dovrà spiegare cosa ha a che fare la pastorella svizzera con anguria e broccoletti); la piccola è ancora traumatizzata dal signore travestito da zucchina che ha ingenuamente cercato di salutarla (praticamente un incubo fatto realtà, l’odiata zucchina che parla).
Ma il momento culmine di questa entusiasmante giornata è stato senza dubbio l’incontro tra il primogenito e uno dei suoi miti indiscussi: lo chef di cucine da incubo Antonino Cannavacciuolo (“mamma, immagina venisse nella nostra cucina quando fai da mangiare? Sai le risate”)
Ma la mamma non dimentica mai il suo lavoro, quindi trascina i tre riottosi al percorso Save the children, dove li accoglie una gentilissima signorina con la maglietta rossa che assegna loro le tre nuove identità; la piccola comincia un capriccio epico perché non ne vuole sapere di essere il piccolo Tarek, e la gentile signorina è costretta a cambiarle identità con la più carina Sarita. Sopravvissuti al percorso e dopo un buon numero di padiglioni visitati i fanciulli-e non solo- cominciano a dare segnali di cedimento (velatamente espressi con feroci litigi fra loro) quindi al tramonto decidiamo di salutare Expo e di rientrare verso casa, stanchi, accaldati ma tutto sommato contenti, anche se un po’ confusi dalle tante contraddizioni di questa esposizione (“mamma, ma siamo sicuri che al mondo ci sia così tanto da mangiare? E allora, perché tanta gente ha fame?”)

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