
Si può essere orgogliosi di un successo, di un lavoro riuscito, di una torta buonissima. Orgogliosi di un bel disegno, un dieci in pagella, un complimento inaspettato. Orgogliosi dei risultati raggiunti, di una corsa veloce, di un chilo in meno sulla bilancia. Orgogliosi per una promozione, un aumento di stipendio, un regalo azzeccato.
Io sono stata orgogliosa di un sorriso bellissimo, su una bocca uguale alla mia, nella faccia di un ragazzino sceso da un pullman a due piani in un tardo pomeriggio di luglio. Orgogliosa dell’abbraccio forte che è arrivato a sorpresa subito dopo il sorriso. Poi è stata confusione, saluti, zaini che non si trovano, aspetta che saluto il mio amico, dai che domani ci troviamo al campetto, peccato che è finita è stato bellissimo. Lui, il primogenito vagabondo è tornato a casa e salvo imprevisti dovrebbe restarci per un po’. È felice, abbronzato, sembra più alto. Stanco come chi fa l’alba in discoteca, ha riportato uno zaino pieno di panni sporchi e avventure da raccontare. Ha mangiato cose che a casa non toccherebbe nemmeno con un bastone, trovandole buonissime. Ha camminato in salita e in discesa, su sentieri e sassi, dormito in un rifugio e giocato a calcio nel bosco. È tornato con addosso la felpa preferita e una malinconia nuova. Non è più la felicità assoluta di essere a casa, col gatto e la mamma, dormire nel proprio letto circondato dalle sue cose. È uno sguardo rivolto altrove, al fuori più che al dentro, alle esperienze più che al quotidiano, al mondo più che alla famiglia. È un allenamento al volo fatto di piccoli salti fuori dal nido, ogni volta più lunghi e distanti. Fare il genitore è un po’ come pilotare un aereo. All’inizio l’aliante vola solo grazie a te, agganciato a te. Poi, quando arriva alla giusta altitudine e ha preso la corrente ascensionale adatta, si stacca e va. Da solo. Non resta che aspettarlo a terra, per farsi raccontare le cose belle che ha visto.