Domenica alternativa

Ogni buon genitore sa che i figli si devono trattare tutti nello stesso modo, senza fare preferenze, torti o favoritismi a nessuno.
È così, una bella domenica fredda e luminosa la figlia mezzana ha deciso fosse il suo turno di essere portata al Pronto Soccorso. Mica si può essere da meno del fratello grande, del resto. Così, strette nel piumino e col cappello fin sulle orecchie mamma e figlia si sono avviate sotto braccio verso l’ingresso dell’ospedale. L’una saltellando sulla gamba sana, l’altra imprecando silenziosamente sul destino beffardo, che per l’ennesima volta le scombinava i progetti della giornata. Questa volta però ha cambiato ospedale, quello di un paese vicino, dove leggenda narra che i bambini abbiano precedenza sugli adulti. Leggenda che, quanto a fondamento, è seconda solo a quella di Nessie, il mostro di Lochness.
Nella sala d’aspetto lei ha contato con gli occhi venticinque persone, due carrozzelle e un passeggino. E venti posti a sedere. Va da sé che qualcuno doveva stare in piedi. Lei, che si sente vecchia in profumeria, dal parrucchiere e in palestra qui non è stata considerata sufficientemente anziana per guadagnarsi una sedia. È rimasta in piedi per le successive due delle cinque ore di attesa, con crampi ai polpacci, fame nervosa e sconforto crescente.
La piccola sala d’aspetto era caldissima e ben poco profumata, con le pareti di un giallo quasi fluo e innumerevoli cartelli “Vernice fresca. Non appoggiarsi alle pareti”. Sospeso sopra le loro teste il solito schermo piatto, che ricorda vagamente quello del bar con le estrazioni del lotto. Le probabilità di essere visitati rapidamente sono più o meno le stesse di una vincita milionaria dopo aver giocato la data di nascita della nonna.
Il tempo è scivolato via lento e pesante, come l’aria che si respirava nella stanza. A rallegrare l’atmosfera c’era Giuseppe, ragazzone sui venticinque accompagnato dalla mamma: in un momento di rabbia incontrollata ha dato un calcio al muro e probabilmente si è rotto un piede, che mostrava con orgoglio in tutto il suo gonfiore. “Credevo fosse cartongesso” sono state le sue ultime parole prima di essere spinto in carrozzella e portato in radiologia.
Due sedie più in là un ragazzo giovane e elegante, seduto tra una mamma e un papà di mezza età. Con una mano si teneva il collo dolorante, esito di un tamponamento, con l’altra scorreva felice sul cellulare le immagini dell’auto nuova che vorrebbe. In sostituzione di quella distrutta poco prima nell’incidente.
Due anziani vicini, con le giacche addosso nonostante il caldo, facevano le parole crociate. Ognuno con il suo giornale, uno con la penna l’altra con la matita. A turno si alzavano, appoggiando la rivista sulla sedia per non perdere il posto. Non si capisce se avessero bisogno di cure mediche o venissero a passare in compagnia la domenica in una affollata sala d’aspetto.

Le due sono uscite molto più tardi, con qualche medicina e due stampelle, delle quali la fanciulla è inspiegabilmente orgogliosissima.
Ora, una sola preoccupazione: non c’è due senza tre.

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
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