Un classico dell’autunno genitoriale è la partecipazione alle serate dedicate a quella o all’altra attività dei propri figli. C’è la serata per organizzare la festa della scuola, quella per la presentazione delle attività extra scolastiche, c’è la serata materassi -agghiacciante ma quanto mai efficace sistema per racimolare qualche euro per la classe, la ginnastica o quant’altro- e la serata catechismo. E’ proprio lì che mi sono trascinata ieri sera, mettendo insieme le ultime forze e desiderando ardentemente di indossare il pigiama. E’ stata solo la prima, perché la settimana prossima non mancherò a quella prevista per la catechesi della seconda elementare. Ieri sera ci siamo ritrovati in virtù del fatto che i nostri figli decenni riceveranno a primavera il sacramento della Cresima. Ecco, non so com’è per gli altri, ma io esco sempre da questi incontri vagamente confusa. La sensazione è quella di essere portatrice sana di incoerenza, perché mentre il Don riflette sulla sacralità dell’evento io penso al rinfresco, a chi fare la donazione al posto delle bomboniere, agli inviti e- ebbene si- a cosa mi potrei mettere che in aprile il tempo non si sa mai se fa freddo o caldo. Però non è solo quello. I miei figli hanno scelto di fare religione a scuola, andare a catechismo e di ricevere i sacramenti. Vanno a messa probabilmente più di me e mi rendo conto di non essere una grande esempio di pratica religiosa; casa mia è piena di libri ma non c’è traccia della Bibbia e io stessa non potrei mettere la mano sul fuoco di ricordarmi in ordine i dieci comandamenti. Però ci provo, sempre in bilico tra doveri e coerenza, tra ciò che è scritto e ciò che è detto, tra sacro e profano, a dare un senso a questa scelta. Ci provo con l’esempio, con l’accoglienza, la pazienza. Che spesso scappa ma questa è un’altra storia. Sperando che da lassù qualcuno aiuti questa mamma spiritualmente pasticciona a fare un po’ di chiarezza.
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