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Ciao tu,
Mia capocchia di fiammifero.
Che basta sfregarti contro una parola sbagliata, una ingiustizia o una lite per vederti prendere fuoco.
Sei così fin da piccina, ma se la reazione resta immediata, l’intensità si é di molto ridimensionata.
Tu che porti allegria, energia e luce, entrando nella vita delle persone con la stessa rincorsa dei salti sul tuo amato trampolino.
A volte cadi in piedi, altre volte con il ginocchio e il cuore da sistemare. Ma arriverà la giusta misura, te lo prometto.
Tu che alle lasagne oggi preferisci il sushi, che investi i tuoi risparmi in cipria opacizzante, mascara allungante, glitter luccicanti.
Che vivi in un’eterea nuovola di profumo, tanto che sappiamo sempre se sei stata in una stanza.
Che sei cintura nera di Skin care, slicked-back ponytail, e doppia detersione, qualsiasi cosa significhi.
Che abiti una stanza talmente sottosopra che sembra essere appena stata rapinata.
Che eri tristissima quando tua sorella é partita, ma ora cominci ad apprezzare l’uso esclusivo del bagno.
Che sei animatrice all’oratorio e, anche se ti lamenti del caldo, dei bambini e della merenda alla fine sei lì, con la coda alta e la maglietta degli animatori. A fare i compiti, giocare, consolare e sostenere. Senza neanche dover usare il megafono per richiamarli, ché conosciamo bene la potenza delle tue corde vocali.
Che anche quest’estate farai esperienze buone e virtuose per te e per gli altri, e sai quanto ne sia orgogliosa.
Un’estate senza debiti, perché l’impegno premia, e forse questa volta lo hai davvero compreso.
Tu, piccola, che mi ostino caparbiamente a chiamare così anche se le evidenze scientifiche remano contro.
Perché oggi compi diciassette anni e io non potrei essere più fiera e innamorata.
Tanti auguri, piccola.
Buon compleanno, Bianca mia.

La tua mamma

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Sorpresa!

Avevamo studiato il piano nei minimi dettagli, come due loschi agenti segreti. 

Sul posto una collaboratrice prezioso, la dolce E., una fanciulla dal viso di porcellana e grandi occhi celesti, che nella vita ha l’onore e l’onere di essere la coinquilina della mezzana in quel di Parma. 

Messaggi su whatsapp dalla settimana prima, studio dei tempi, prenotazione al ristorante, scuse da inventare. 

L’idea era di replicare la gioiosa visita a sorpresa già sperimentata qualche settimana fa.

L’assunto del teorema é il seguente: se sei fuori sede ti manca la tua famiglia.

Così nell’assolata mattina della festa della repubblica, la piccola ed io ci siamo dirette baldanzose verso la patria del prosciutto crudo e del parmigiano reggiano.

Consapevoli del bollino rosso su strade e autostrade, ma fiere della nostra 

missione. 

Mentre la nostra complice intratteneva quindi  la vittima tra le corsie di un supermercato, noi ci siamo acquattate al di fuori, con la discrezione tipica di Basil l’investigatopo. 

Quando finalmente si sono aperte le porte automatiche ed sbucata fuori la mezzana noi eravamo lì, sorridenti e sudate. 

“Ma come, ancora?” ha esclamato la creatura. 

Che non é esattamente il grido di gioia che ti aspetteresti nel rivedere i tuoi affetti più cari che si sono fatti due ore e mezza di macchina. 

Dopo un breve momento di sconcerto ha provato a recuperare, abbracciandoci e dichiarando tutta la sua gioia nel vederci. 

Una gioia che si é fatta autentica una volta accortasi delle borse della spesa accanto, colme di scorte e prelibatezze.

Perché anche i fuori sede hanno un cuore. 

Solo che é nello stomaco. 

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Ommmmmmm

In principio fu la Zumba, con l’inseparabile amica. 

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via, a zompettare a ritmo sbirciando gli addominali dello scultoreo insegnante cubano.

Poi venne la GAG, perfido acronimo di sangue, sudore e lacrime. Gambe-addominali-glutei in compagnia della piccola, per rinforzare il legame madre figlia oltre che l’interno coscia.

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via, a fare piegamenti con una dolce insegnante, probabilmente formata nel Terzo Reich.

Infine giunsero le amache aeree, accompagnata dalla piccola e dalla mezzana. 

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via, ad appendersi come un salame Citterio.

Ieri é cominciato Yoga, con un’amica che tanto ha insistito per andare insieme. “Siamo due catorci, dobbiamo fare qualcosa”. 

Di mestiere architetto, per passione motivatrice.

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via.

L’inizio é stato piacevole e rilassante, coi materassini sui prati, nella calda luce del tramonto, l’aroma del palo santo.

Poi sono arrivate le indicazioni di portare il piede destro dietro l’orecchio sinistro, le braccia al cielo tenendole dietro la schiena, le formiche e un paio di zanzare, il sole é tramontato e faceva freschetto. 

Le giunture hanno cominciato a scricchiolare e anche l’amicizia con l’architetta motivatrice, che ha riguadagnato punti solo al momento del rilassamento finale. 

Nella vita poche certezze, a parte la maglietta slabbrata, i pantaloni della tuta e il mollettone sui capelli pazzi. 

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Ommmmmmm

In principio fu la Zumba, con l’inseparabile amica. 

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via, a zompettare a ritmo sbirciando gli addominali dello scultoreo insegnante cubano.

Poi venne la GAG, perfido acronimo di sangue, sudore e lacrime. Gambe-addominali-glutei in compagnia della piccola, per rinforzare il legame madre figlia oltre che l’interno coscia.

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via, a fare piegamenti con una dolce insegnante, probabilmente formata nel Terzo Reich.

Infine giunsero le amache aeree, accompagnata dalla piccola e dalla mezzana. 

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via, ad appendersi come un salame Citterio.

Ieri é cominciato Yoga, con un’amica che tanto ha insistito per andare insieme. “Siamo due catorci, dobbiamo fare qualcosa”. 

Di mestiere architetto, per passione motivatrice.

Maglietta slabbrata e pantaloni della tuta, mollettone d’ordinanza sui capelli pazzi e via.

L’inizio é stato piacevole e rilassante, coi materassini sui prati, nella calda luce del tramonto, l’aroma del palo santo.

Poi sono arrivate le indicazioni di portare il piede destro dietro l’orecchio sinistro, le braccia al cielo tenendole dietro la schiena, le formiche e un paio di zanzare, il sole é tramontato e faceva freschetto. 

Le giunture hanno cominciato a scricchiolare e anche l’amicizia con l’architetta motivatrice, che ha riguadagnato punti solo al momento del rilassamento finale. 

Nella vita poche certezze, a parte la maglietta slabbrata, i pantaloni della tuta e il mollettone sui capelli pazzi. 

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Giornate incisive

La pedagogista varesina non ha mai fatto mistero di amarle molto.

Il direttore viterbese, ha sempre dichiarato di non tollerarle granché.

Ma la simpatica pedagogista ha saputo farsi strada nel cuore dell’amato con le consuete e antiche arti  femminili: il muso e il senso di colpa.

“C’é qualcosa che non va cara?” “NO!” “Tutto bene?” “CERTO, BELLISSIMA LA TAPPA DA DICIASSETTE CHILOMETRI, ADORO”

Il direttore, detto anche Nostro Signore Degli Anelli (da dieci chilometri  almeno) ha quindi prenotato un romantico fine settimana per due nella profondità del cantone Vallese.

Destinazione, le terme più grandi d’Europa.

I due sono partiti di buon ora, lei felice come una bambina a Natale, lui come Voldemort nell’ultimo episodio della saga di Harry Potter, quello in cui muore.

E proprio come una bambina baldanzosa e saltellante, la pedagogista é arrivata zampettante e con un sorriso da un orecchio all’altro a un passo dall’ingresso dell’agognato centro termale. 

Il passo che l’ha fatta scivolare su un maledetto gradino svizzero e atterrare di faccia sul selciato. 

Subito soccorsa dall’amato, che non sapeva se ridere per la caduta o piangere per l’eventuale conto di un medico elvetico, la tumefatta pedagogista ha constatato di essersi rotta un pezzo di incisivo, scardinata un ginocchio ed avere metà faccia simile a quella di Tyson dopo un incontro andato male. 

Non c’è dubbio, io e il Karma dobbiamo parlare. 

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La profezia

Lo aveva preannunciato giorni fa.

“Sabato succederà qualcosa mamma, non posso dirti cosa, vedrai”.

Era partita una discreta indagine con qualche blanda domanda. 

“É legale?” “Sì”

“Io lo farei?” “No”

“Mi piacerà?” “senza ombra di dubbio”

Ho persino girato la domanda a chat gpt, che ha ventilato la possibilità che mia figlia stesse per intraprendere la carriera di pornostar. 

L’ultima volta che aveva preannunciato qualcosa di epocale dopo la maturità, avevo favoleggiato di lavori trovati, progetti di volontariato all’estero, iscrizione a prestigiosi corsi di studio: si era fatta il piercing al capezzolo.

Appurato che la distanza tra le mie speranze e le sue idee é quantomeno siderale, questa volta ho volutamente tenuto bassa l’asticella delle aspettative augurandomi quantomeno di non dover trovare un buon avvocato. 

Oggi pomeriggio é quindi giunta la videochiamata di una mezzana sorridente e garrula, che ha allargato l’inquadratura fino a mostrare il braccio sinistro avvolto nella pellicola come due etti di prosciutto.

L’involucro nascondeva il  pregiato disegno di un fiore, tatuato sulla pelle, con uno stile familiare. 

Il disegno é opera di sua nonna, oltre che mia madre, che evidentemente mi nasconde un curriculum di tatuatrice e piercer,,o chissà che altro. 

D’altronde, anche la nonna é una figlia mezzana e sarà questo a rinforzare il sodalizio fra le due. 

Io, nel frattempo, vado un attimo a sdraiarmi. 

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Natale ad Aprile

Ore nove e poco più di una qualunque mattina scolastica 

“Drinn drinn!”

“Pronto, piccola?”

“Mammaaaaaaa”

“Piccola, che succede? Perché mi chiami da scuola”

(in sottofondo cori da stadio)

“Pe pe pe pepepe! Pe pe pepepe!”

“Come?”

“Brigitte Bardot- bardot”

“Allora, cosa succede?”

“Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi!!!”

“Ma siete impazziti tutti?”

“Mamma, ma che impazziti! Oggi é natale, capodanno e festa nazionale! Ehi, aspettatemi per il trenino…dicevo: una notizia I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-E! É scoppiato un tubo, ci stanno evacuando e si va casaaaaaa! Mi vieni a prendere?”

Questa mattina la piccola doveva sostenere la temutissima interrogazione di filosofia, la cui preparazione ha sottratto tempo prezioso alla sua primaria attività di make up artist.

Quando torna devo controllare nello zaino, in caso ci fossero martelli e chiavi inglesi. 

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L’era glaciale

La mia macchina, un modello già di per sé non troppo sportivo, accessoriato e performante, é guidato da qualche anno anche dai miei figli maggiori, pure da neopatentati. 

Le evidenze scientifiche sulla carrozzeria parlano chiaro: ammaccamenti, botte, graffi, vernice che salta. Nessuno si é fatto male e questo é l’importante, anche se la macchina potrebbe dire il contrario. 

Mi decido quindi finalmente ad affidare la povera e martoriata vettura al carrozziere, ricevendo in cambio una Matiz (un nome una garanzia, coincidenze? Non credo) più vecchia del primogenito e di un sobrissimo giallo oro, ricca di accessori come un gulag sovietico. 

Non sto a descrivere la faccia della piccola, nel rendersi conto che non può connettere il cellulare alla radio perché la radio non c’è, né tantomeno mettere in carica l’iphone. Al momento dell’ immatricolazione dell’auto, ci si chiamava ancora col telefono fisso. 

Nel tardo pomeriggio quindi mi dirigo, baldanzosa, a prendere la pappa di Gatto Matisse (un nome una garanzia, coincidenze? Non credo) sulla mia macchina dorata. Senza gomme da neve ché, come dice il saggio carrozziere, c’è un tempo da canotta e mojito. E all’improvviso il cielo si fa nero e rovescia a terra il ghiaccio di diecimila mojito, la strada si trasforma  nella pista di pattinaggio di Holiday on ice. 

Nell’ora e mezza passata prima di potermi muovere da lì ho avuto la gioia di togliere a mani nude il ghiaccio dall’intera vettura e inzupparmi pure le mutande sotto una pioggia scrosciante. 

Bello, la pioggia porta via la grandine. Meno bello quando ti accorgi che i tergicristalli non hanno retto al peso della tempesta, abbandonandoti e impedendo qualsivoglia visuale. 

Ho pensato di aspettare il disgelo nutrendomi di bacche e cracker avanzati in borsa, e vivere come Sid , il bradipo dell’era glaciale. 

Il clima era quello, in fondo. 

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Dondola dondola

Ci avevamo provato un paio d’anni fa.

Il desiderio di arrivare alla sufficienza alla prova costume, ammantato del principio pedagogico del fare insieme, aveva spinto me e la piccola a frequentare un corso marziale di GAG (gambe-addominali-glutei)

La piacevole attività era terminata quando, per fortuna o purtroppo la figlia era stata operata al ginocchio. Io, come ogni buona madre che si rispetti, mi ero sacrificata lasciando il corso. 

Un innocuo post su Facebook ha riacceso la fiammella dell’attività fisica mamma figlia, del tempo di qualità, lo star bene e altre amenità. 

È così, accompagnate dalla mezzana fuori sede eccezionalmente rincasata, abbiamo affrontato baldanzose la lezione di prova di un nuovo corso. 

Amache aeree. 

Per chi non lo sapesse, una via di mezzo tra la pole dance, il ponte tibetano e gli insaccati Beretta.

Io, convinta di andare a dondolare al ritmo di musica rilassante alla luce fioca delle candele, mi sono trovata a testa in giù nella posizione del pipistrello morente. 

La sensazione prevalente, dopo avere visto la mia vita passare davanti, é stata quella di grande solidarietà per i salumi appesi in cantina a stagionare. Meno male che sono vegetariana. 

La mezzana e la piccola si sono librate come se non avessero fatto altro nella vita, con capriole volanti, salti carpiati e avvitamenti. 

Si sono divertite moltissimo e non vedono l’ora di tornarci. 

Loro. 

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La rana nella pentola -riflessioni sulla genitorialità

Come tutte le relazioni, quella genitoriale presenta fatiche e complessità. 

Di particolare e diverso dalle altre, c’è che viaggia al contrario. 

Una sorta di Benjamin Button delle relazioni, insomma. 

Inizia con un attaccamento totalizzante, immersivo, carnale, perpetuo.

Il suo sonno è il tuo sonno, la sua veglia la tua, la sua influenza pure (con la differenza che a lui/lei passerà in fretta, a te rimarrà la bronchite cronica)

Viene richiesto un livello di conoscenza che definire intimo sarebbe riduttivo. 

Ti verrà chiesto il colore di deiezioni o espettorato, informazioni che tendenzialmente non si condividono con altri. 

Crescendo, non sarà più necessario descrivere al pediatra la consistenza dei prodotti intestinali, ma osserverai clinicamente le pupille per cercare tracce di abuso di cannabinoidi, al loro rientro dopo una serata con gli amici. 

Non annuserai più l’alito per capire se hanno l’acetone, bensì per cogliere tracce di eccesso di Jägermeister.

Passerai dal conoscere la loro posizione in ogni istante della giornata a controllare una applicazione sullo smartphone nel dubbio siano stati rapiti. 

Questo mutamento  sarà inesorabile ma impercettibile, perché sei come la rana nella pentola: la temperatura si alza poco alla volta, e tu non ti accorgi di essere un po’ bollita. 

Occupata come sei a generare radici, cementare il presente mentre hai cura del passato, farai fatica ad accorgerti del cambiamento. 

Il tappeto volante su cui poggiavi per gli spostamenti, le corse e gli accompagnamenti lascia il posto alla legittima autonomia, alla patente e alle ammaccature sulla carrozzeria. 

E invece che Aladino, comincerai a sentirti Ibrhaim sulla spiaggia, col tappeto appoggiato alla spalla. 

Ma ci sono anche dei lati negativi, eh. 

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