
Ho sempre pensato che il ventidue dicembre fosse un giorno crudele, il giorno che la mia vita ha preso una piega così difficile, così diversa.
Con quel modo di autocentrarsi tipico dei bambini e imperante negli adolescenti, mettevo al centro me, il mio dolore, la mia perdita.
Gli aggettivi possessivi determinano l’appartenenza, e io mi ero presa l’esclusività di quella perdita, di quella sofferenza.
Oggi forse so, papà, che a quel “mio” avrei dovuto sostituire “tuo”. A te, non a me, quel ventidue dicembre di tanti –troppi- anni fa è stato tolto qualcosa.
Lo so perché avevi proprio l’età che ho io ora, mentre scrivo, in una mattina spazzata dal favonio e insolitamente calda di dicembre, con il gatto sdraiato a fianco (ti sarebbe piaciuto un sacco, questo buffo gatto Matisse)
So che c’erano chilometri di montagna ancora da percorrere, un numero infinito di libri da leggere, partite di pallacanestro da vedere con il primogenito.
So che avresti rivisto me nel viso della mezzana, mio clone, che ti saresti sciolto come neve al sole davanti alle intemperanze della piccola.
So che questi ventotto anni sono stati tolti a te, prima che a me, e scusa se ci ho messo tanto a comprenderlo.
Dal mio ricordo, dai miei pensieri e dal mio cuore non sei mai andato via, papà.
E ti confesso un segreto: in quei libri che si trovano in giro per il mondo nelle chiese, nei musei, nei parchi, dove lasciare il proprio nome dopo la visita, scrivo sempre il tuo.
Sei stato in tanti posti, insieme a me.
Io, anche se mi troveresti un po’ invecchiata, sono sempre quella bimba sorridente sulle tue spalle.
Mi hai fatto davvero commuovere. 💔 E hai ragione: da ora in avanti metterò il nome di mio nonno, perché lui è sempre stato e sempre sarà con me. ❤️
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