
C’è tanta gente, fra le stradine strette.
Ci sono ristoranti e piccoli negozi, alcuni con broccati preziosi e altri con Gucci e Chanel tarocchi.
L’acciottolato su cui si cammina é scivoloso, soprattutto per le pedagogiste in sandaletti rossi.
L’introvabile lampada pezzo unico fatta a mano che non troverete in nessuna altra parte del mondo -e che la pedagogista ha insisto ad acquistare a Sarajevo- qui é in una bancarella su due, a metà prezzo.
Il viterbese non ne é stato felice.
Il cuore di questa città, anch’essa tormentata da guerre, é un ponte.
Per ottenere il migliore scatto del suddetto ponte, la guida consiglia di salire sul minareto più alto della città.
Attraverso una lunga e insidiosa scala a chiocciola, che se per caso incroci qualcuno che scende invochi tutte le divinità passate e presenti, si arriva a un instabile terrazzino a strapiombo sul fiume.
La pedagogista teneva molto a questa foto, da pubblicare spacciandola per propria.
Nelle immagini, come é andata.
Mostar, siamo arrivati.
Sono stata a Mostar, su quel ponte, prima della guerra. Quando l’ho visto in TV, bombardato e distrutto, mi è venuto un magone che mi porto ancora dentro. Non si è mai preparati per questo. 💔
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Ho visto i video del bombardamento. Straziante
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