
Lui è seduto con le gambe allungate di fronte a sè, fasciate da un paio di jeans abilmente scuciti appena sotto le ginocchia. Muove il piede nervosamente, forse senza nemmeno accorgersi. La maglietta nera dei Van Halen, che chissà chi gli ha insegnato ad amare. I capelli ricci, scomposti, gonfi, dove si potrebbe nidificare.
Tra le mani un cellulare, su cui digita veloce, usando entrambi i pollici. Forse chatta, magari scrive, più probabilmente gioca. I suoi occhi, dietro a un paio di lenti su una montatura nera e spessa, non si staccano mai dallo schermo. Fa caldo, per essere settembre. Ogni tanto soffia in alto per spostare dalla fronte un riccio disordinato.
Di fianco a lui, seduta sulla stessa panca ma non abbastanza vicino da sfiorarlo c’è lei. Non più di sedici anni, pantaloncini corti su gambe ancora abbronzate. Camicia a quadrettoni legata con un nodo a lasciare scoperta la pancia, che rimane misteriosamente piatta anche in quella posizione. I capelli lunghi e lisci, lucidi come possono essere solo sotto i vent’anni e nelle pubblicità dello shampoo.
Tiene le gambe piegate con le tennis rivolte all’interno, incerta. Osserva di traverso il ragazzo al suo fianco, con palese interesse. Ogni tanto abbassa gli occhi e cambia leggermente posizione. Lui, come si trovasse in un altro pianeta, continua nella sua frenetica digitazione. Lei accenna un colpo di tosse. Lui digita. Lei si avvolge una lunga ciocca castana sul dito, con apparente noncuranza. Lui invia. Gli occhi di lei su di lui, quelli di lui sullo schermo.
Un rumore di freni e lo sbuffo delle porte che si aprono. È arrivato il pullman. Un ultimo sguardo di lei, che si alza e sale, sospirando appena. Lei riparte, lui naviga.
Ma non molto lontano.