Ho la presunzione -magari errata- di essere un genitore abbastanza tollerante, che cerca di lasciare i figli liberi di fare esperienze e poco importa se cadendo si sbucciano le ginocchia o si sporcano i vestiti, se per giocare ribaltano le loro stanze perché oggi sei un astronauta, domani un esploratore e la prossima settimana una principessa intrappolata nella torre. Non mi arrabbio più così facilmente -gli anni passati con tre bambini piccini mi hanno insegnato la meditazione e la pace interiore che neanche il più saggio dei maestri zen o Shifu di Kung Fu Panda. Ma c’è una frase, un insieme di parole allineate in fila che mi fa andare letteralmente il sangue alla testa e perdere il lume della ragione. “Insomma, ce l’hanno tutti (o lo fanno tutti, le versioni sono molteplici) TRANNE ME” che è diventato lo slogan ufficiale del preadolescente di casa. Una volta è il cellulare, un’altra la vacanza, la Xbox kinect, le scarpe da basket del giocatore americano miliardario che costano come una rata del mutuo e che il ragazzo metterà giusto per un mese, prima di cambiare numero e avere bisogno di un nuovo paio. Anche io ho avuto la sua età, e l’ho avuta nella terrificante epoca dei paninari, dove se non calzavi le Timberland e non mettevi il Moncler eri considerato un paria. Io non avevo né le une né l’altro, quindi si può facilmente immaginare il mio dramma adolescenziale. Ma non erano il giubbotto o le scarpe il mio cruccio, il desiderio inappagato: io volevo un paio di Levi’s, che ho chiesto, implorato e preteso dai miei genitori. Mia madre, che oggi considero donna illuminata ma a quei tempi avrei venduto per una tracolla Naj Oleari, stufa dei miei lamenti e contraria per principio alle firme, una mattina è andata al mercato e alla bancarella della merceria ha acquistato i loghi- chiaramente tarocchi-più famosi (El Charro, Moncler e l’immancabile Levi’s) e me li ha cuciti tutti sullo stesso paio di jeans. Neanche a dirlo, ho pianto tutte le mie lacrime sentendomi la tredicenne più incompresa del reame. Il Natale successivo i famosi pantaloni sono poi arrivati, e ricordo la sorpresa e la felicità. Li conservo ancora in un cassetto dell’armadio, anche se ormai entrano solo a metà di me. Quello che vorrei far sperimentare ai miei figli è quell’attesa che nutre il desiderio, il no che delimita ma rinforza, la fatica di scegliere rinunciando a qualcosa. La sorpresa e lo stupore di ricevere l’oggetto tanto desiderato ma anche la rassegnazione del non averlo perché no, non tutti i desideri si possono realizzare. Ma che desiderare è bello, necessario, vitale e ci spinge sempre un po’ più in là di dove siamo.
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