
“Amò, che famo il weekend di San Valentino?”
Il direttore viterbese, uomo dalle molte virtù e dai numerosi pregi, non é esattamente quello che potremmo definire un romanticone.
Fiori e cioccolatini non gli appartengono, pubbliche dichiarazioni d’amore per la pedagogista dai capelli rossi nemmeno. Alle cene a lume di candela predilige un panino col formaggio mangiato sotto un albero durante un cammino.
Gli anelli sono quelli di dieci chilometri tra vallate e monti.
Con queste premesse, ho accolto con doveroso sospetto la meta del nostro fine settimana.
Pizzighettone.
Che, diciamolo senza che ne abbiano a male i pizzighettonesi, non é Venezia, ecco.
Soprattutto quando l’attività principale é una visita guidata alle temibili prigioni all’interno delle mura, con video esplicativi dei metodi di tortura dell’epoca.
Come dire, le basi c’erano tutte per mettere fine a una lunga e bellissima storia d’amore.
“T’ho amato tanto, ma tu mi hai portata a Pizzighettone”.
E invece, lo scaltro viterbese aveva trovato a qualche chilometro più in là un antico castello dove pernottare, circondato da un grande parco disseminato di opere d’arte.
Per la cena non si é risparmiato, prenotando in un ristorante su un’isola.
Dove l’abbia trovata, non é dato sapere.
Pizzighettone come un atollo maldiviano, insomma.
Quindi gli si perdona il quotidiano scarso romanticismo, la passione per i musei con le camere di tortura, il troncamento delle desinenze verbali.
Anzi, quello no.